Lucio Lombardo Radice, ELOGIO DEL GIOCO, in Il giocattolo più grande, Giunti Marzocco, 1979, p. 104

Lucio Lombardo Radice, Elogio del gioco,

in Il giocattolo più grande, Giunti Marzocco, 1979, p. 104


Questa pagina finale è scritta non per chi gioca, ma piuttosto per chi, tradizionalmente, non gioca: le madri, i padri, i nonni, le zie e gli zii, i fratelli e le sorelle maggiori, le maestre, i professori…

Cari amici e colleghi, se avete un atteggiamento di ‘sufficienza’ rispetto al gioco, se contrapponete ‘per gioco’ e ‘sul serio’, riflettete un poco, vi prego, su questo mio «elogio del gioco».

Una delle minacce più gravi che incombe sulla nostra «civiltà occidentale», anzi uno dei fenomeni che già la corrode e la guasta, è il consumismo,  è la passività,  è la non partecipazione.  Viviamo in una società troppo ricca, ma malamente ricca, che fa tutto lei, che ti fa trovare tutto bello e pronto e impacchettato: i giochi colle loro regole prestabilite, gli spettacoli sempre e soltanto da vedere, le trasmissioni della TV preparate da altri, i viaggi organizzati, le partite di scacchi tra Karpov e Korchnoj da rifare sulla base delle tabelle che trovi sui settimanali, la musica da asportare, i film da guardare…

Viviamo in una società che non ci chiede di inventare, che non ci stimola a creare. Viviamo in una società nella quale c’è ben poco spazio per «giocare».

Recuperiamo la gioia, il gusto, di suonare (male), di dipingere (peggio), di recitare (da cani), di fare film (pessimi)… ma di suonare, dipingere, recitare, fare film noi.

Ebbene, il gioco intelligente collettivo è una delle forme più semplici, e secondo me più efficaci, per recuperare la creatività nella passiva e passivizzante società dei consumi.

Ma ci sono molte altre ragioni di elogio del gioco.

La cultura di base, quella senza la quale si è un pover’uomo, è fatta anche di una serie di regole, nozioni, nomi che è molto noioso imparare sui libri o sui banchi di scuola. Parlo delle regole della ortografia, di certe abilità di calcolo mentale, dei nomi degli Stati e delle loro capitali, di fiumi e laghi e località varie. Ebbene: sciarade figurate, gioco dello ‘spelling’, gioco degli uomini celebri, cruciverba una lettera per uno, sono, tra l’altro, eccezionali esercizi di ortografia (di nomi italiani, e anche stranieri); «fiori, frutta e città» è un ottimo controllo di nozioni acquisite; la camiciaia, ancora gli uomini celebri, il gioco dei matti sono un modo semplice divertente per ampliare le conoscenze, e con ciò se pure indirettamente, la propria cultura; il gioco dei ‘sì’ e dei ‘no’ impone la sistematicità logica; alcune varianti del «gioco di Carlotta» sono un ottimo esercizio per fare divisioni a mente.

Domanda (molto seria, vi prego di credere, cari colleghi insegnanti): ma perché qualche volta, per controllare quello che i vostri allievi hanno imparato, non fate in classe un’ora di palestra di giochi intelligenti, invece di interrogare?

Imparare a giocare, stabilendo e rispettando regole oneste, crea l’abitudine a una convivenza civile molto di più che non lunghe prediche di ‘educazione civica’.

II gioco a squadre ‘socializza’, insegna ad aiutare e a rispettare i  più piccoli e i più  deboli,  a bilanciare equamente le forze.   I  giochi  che proponiamo sono anche un mezzo,  non facilmente sostituibile,  per il «recupero» dello stare insieme gioioso tra grandi e piccoli, tra genitori e figli, tra maestri e allievi.

Giocare bene significa avere gusto per la precisione, amore per la lingua, capacità  di  esprimersi  con  linguaggi  non  verbali;   significa   acquisire insieme intuizione e razionalità, abitudine alla lealtà e alla collaborazione. E l’elogio del gioco potrebbe continuare. Ma mi fermo qui. Ho cominciato a scrivere questo libro per spasso, ma, via via che andavo avanti,  pur continuando a divertirmi,   mi  rendevo  conto  sempre  più chiaramente che stavo scrivendo un libro serio. Forse il più serio di tutti quelli che ho scritto

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