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Sistema politico della FRANCIA: repubblica costituzionale, a regime parlamentare semipresidenziale

 

da”Atlante Geopolitico Treccani:

La Francia è una repubblica costituzionale, a regime parlamentare semipresidenziale (con forti poteri in mano al Presidente della Repubblica) e, in seguito alla riforma costituzionale del 2003, a organizzazione decentrata. L’organo legislativo è costituito da un parlamento bicamerale: accanto all’Assemblea nazionale (577 membri eletti per cinque anni), vi è il Senato, formato da 321 membri nominati su base territoriale e in carica per nove anni, rinnovati dei due terzi ogni tre anni. All’epoca del settennato, le elezioni legislative si tenevano separatamente da quelle presidenziali e, quindi, poteva accadere che la maggioranza parlamentare non fosse espressione del partito del presidente. In questi casi si aveva la cosiddetta ‘coabitazione’: il presidente, per mantenere la fiducia in parlamento, era costretto a nominare un primo ministro della parte politica opposta. Questo è avvenuto tre volte: tra il 1986 e il 1988, tra 1993 e il 1995 e tra il 1997 e il 2002.

A partire dalla presidenza di Charles De Gaulle, nel sistema di governo francese il capo dello Stato ha assunto un ruolo ben più rilevante di quello attribuito dalla carta costituzionale. Più in dettaglio, quando la maggioranza presidenziale e quella dell’Assemblea nazionale (l’unica camera nei confronti della quale l’esecutivo è responsabile) coincidono, il presidente assume, di fatto, il ruolo di vera e propria guida del governo e il primo ministro si trasforma nel suo principale collaboratore (nonostante nella storia della Quinta repubblica non siano mancate tensioni tra presidenti e primi ministri). Il presidente, in altri termini, si ‘impossessa’ dell’esecutivo, dotato dalla Costituzione del 1958 di notevoli poteri in materia d’iniziativa e di dibattito legislativi e ulteriormente rafforzato dall’affermazione della logica maggioritaria.

L’adozione per l’Assemblea nazionale di un sistema elettorale maggioritario a doppio turno con soglia di sbarramento (pari oggi al 12,5% degli aventi diritto al voto) e l’elezione presidenziale a suffragio universale a doppio turno con ballottaggio hanno condotto alla bipolarizzazione del sistema partitico e, dunque, alla formazione di solide e coese maggioranze parlamentari. Il fatto che la bipolarizzazione abbia preso forma soprattutto attorno ai due candidati alla presidenza presenti al secondo turno dell’elezione presidenziale ha favorito la sovrapposizione tra maggioranze presidenziali e maggioranze parlamentari e l’assunzione, da parte del presidente, del ruolo di leader effettivo anche delle seconde. La leadership di fatto della maggioranza parlamentare ha dunque consentito al presidente di estendere il suo controllo sull’esecutivo responsabile verso quella stessa maggioranza.

Durante le fasi di coabitazione, invece, il presidente era costretto ad arretrare e il primo ministro si riappropriava del ruolo di guida del governo riconosciutogli dalla Costituzione. La centralità del presidente è stata rafforzata dalla riforma della Costituzione introdotta nel 2000 e divenuta operativa per la prima volta nel 2002, quando le elezioni presidenziali e legislative coincisero. Con quella riforma, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la stessa durata dell’Assemblea nazionale. La coincidenza dei due mandati (ora altamente probabile) ha reso la maggioranza parlamentare (dal momento che le elezioni presidenziali precedono in ordine di tempo quelle legislative) ancora più dipendente dalla figura del presidente, la cui elezione ha un effetto di trascinamento sulle consultazioni per l’Assemblea nazionale.

Un’altra revisione della Costituzione è stata approvata nel luglio 2008 su iniziativa di Nicolas Sarkozy. Il processo di riforma aveva come obiettivi, da un lato, quello di fornire un riconoscimento costituzionale, almeno parziale, alle effettive relazioni tra presidente, primo ministro e membri del governo e legislativo; dall’altro, quello di rivalutare il ruolo di quest’ultimo (pur sempre mantenendosi in una prospettiva maggioritaria, ove l’esecutivo mantiene la preminenza sul legislativo).

Il primo obiettivo, in realtà, non è stato raggiunto. È mancata infatti una razionalizzazione esplicita dei rapporti tra il presidente e le altre istituzioni, fatta eccezione per la possibilità per il presidente di presentare ogni anno il proprio programma alle camere riunite in un discorso al quale segue un dibattito senza voto e in assenza del presidente. In più, i pochi limiti posti all’esercizio del potere presidenziale riguardano non tanto il ruolo di leader della maggioranza e reale guida del governo, quanto quello di capo dello stato (va segnalata la limitazione dei mandati presidenziali a due). Risultati più significativi, invece, sono stati raggiunti in relazione al ruolo e all’operatività del parlamento. Questo è stato dotato di strumenti che dovrebbero consentire con più efficacia di contribuire alla scrittura delle leggi e di esercitare la funzione di controllo; l’esecutivo, a sua volta, ha visto una relativa attenuazione delle sue possibilità d’intervento.

Nell’ultima tornata elettorale per le presidenziali del maggio del 2012, François Hollande, leader del Partito socialista, ha vinto con il 51,6% dei voti il ballottaggio contro Nicolas Sarkozy, presidente uscente ed esponente del partito neogollista Union pour un mouvement populaire (Ump). Le successive elezioni legislative del giugno 2012 hanno ulteriormente rafforzato tale risultato, conferendo alla coalizione di centro-sinistra una cospicua maggioranza parlamentare. Le misure impopolari che Hollande si è trovato costretto ad adottare per far fronte al cattivo stato di salute dell’economia francese e agli standard imposti dall’Europa hanno però provocato al neopresidente una netta perdita di consensi. L’ambizioso programma di stampo progressista promosso dal presidente in campagna elettorale, che doveva creare nuovi impieghi pubblici e ridurre l’età di pensionamento, non è stato realizzato, e la popolazione francese affronta un salato aumento delle tasse e della disoccupazione. Le misure volte a contenere il deficit di bilancio entro il 3% per rispondere alle condizioni dell’Eu, hanno inoltre provocato un mutamento nei sentimenti europeisti nutriti dalla popolazione francese. Nell’agosto del 2014 le discussioni interne al fronte di maggioranza sull’indirizzo di politica economica della Francia, hanno portato alle dimissioni del primo ministro Manuel Valls. Nonostante queste siano rientrate, vi è stato un rimpasto di governo, sintomo di una situazione politica sempre più difficile.

Il malumore è degenerato in un’avversione tale da compromettere il consenso al presidente in carica e rafforzare il partito della destra sociale fattosi portavoce dell’antieuropeismo, il Fronte nazionale, e affermatosi come primo partito del paese alle elezioni europee del maggio 2014.

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