ALTAN, Vorrei due etti di resilienza …

Resilienza
di Francesco Merlo
la Repubblica
Fulminante, l’omino di Altan chiede «vorrei due etti di resilienza» e con una vignetta segnala alla cabina di regia che l’antidoto linguistico del Covid è la resilienza. Più di ripresa, ripartenza e cambio di passo, è resilienza la password della guarigione, l’abracadabra del futuro, la parola-regina che ci porta fuori dalla pandemia. In Consiglio dei ministri è più pronunciata di ristori e collegialità. Nelle conferenze stampa, Draghi la evoca più del debito buono. Nei tg ha sostituito riapertura in sicurezza. Non c’è nessun nostalgico che nei talk show si conceda ancora “Nuovo Rinascimento”. Il ministro Speranza ha messo la resilienza al posto dell’immunità di gregge e il suo collega dell’economia Daniele Franco non parla più di sostegni bis ma solo di resilienza. Anche il generale Figliuolo ci accompagna dalla fascia gialla alla resilienza che è ben oltre quota 500 mila. E sabato la Biennale è stata inaugurata con il Padiglione Italia Resilient Communities, e speriamo che nessuno si senta offeso per l’abuso dell’inglese ma quanno ce vo, ce vo. Infatti Venezia era affollata della più bella gente resiliente, una vera premiere della resilienza. E perché mai il ministro Franceschini avrebbe dovuto ancora pronunciare parole come lockdown che una volta fu eloquio e ora è deliquio? Ha detto resilienza e si sono aperti i teatri, i concerti sono sold out. Del resto il padiglione Italia è il labirinto della resilienza, persino al bar ci si ubriaca con il cocktail della resilienza: ghiaccio, vermut, gin, qualche goccia di Peychaud, essenza di arance essiccate, anice e cannella. Non pensate che stia scherzando, nel Padiglione ci sono le architette resilienti (la resilienza è femmina) le comunità resilienti, le relazioni resilienti, l’ecologia resiliente, … E va bene il participio resiliente ma in italiano non esiste ancora il verbo all’infinito, che potrebbe essere, Crusca permettendo, resiliare, mentre l’avverbio, resilientemente, scandalizzerebbe certamente i custodi della lingua. Ma, come dicevamo, sabato alla Biennale il visitatore resiliente, arrivato in fondo all’Arsenale, varcava la soglia dell’edificio Tese delle Vergini e penetrava nella Resilienza come Alberto Sordi nelle Vacanze intelligenti (1978) sperduto ma felice perché la resilienza è l’Italia senza mascherina. La resilienza è l’estate che passeremo contando al sole i miliardi del Recovery Fund su una bella spiaggia Covid free. La resilienza è dimenticare i no vax e la stretta sulle seconde case, i brutti tempi di alcol e bare, amuchina e guanti, infermieri, medici contagiati, ossigeno, respiratori, posti letto, tamponi, ventilatori, e nel nostro vocabolario c’erano autocertificazioni, superdecreti, picchi e curve, scrittori in una stanza, Dad, smart working, virologi, infettivologi. Basta! Oggi c’è la resilienza. Siamo guariti e arriva il green pass che certifica la resilienza che è come la libertà della rivoluzione francese: o è totale o non è

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