L’articolo di Marco Bracconi pubblicato su Il Venerdì di Repubblica il 2 gennaio 2026 analizza le crescenti difficoltà degli assistenti sociali in Italia.
Racconta le enormi responsabilità che gravano su questi professionisti, esposti a un aumento di aggressioni fisiche e verbali da parte di utenti frustrati.facebook+1
Contesto sociale
In una società complessa e diseguale, gli assistenti sociali fungono da supporto essenziale per famiglie in emergenza, ma operano in condizioni di precarietà dei servizi sociali.
Le nuove emergenze familiari, come povertà e crisi psico-sociali, amplificano i rischi, con dati che evidenziano una diffusione allarmante di violenze.francoangeli+1
Rischi e statistiche
Indagini recenti mostrano che il fenomeno delle aggressioni è in crescita, soprattutto nei servizi per minori e adulti in difficoltà, legato a carenze organiche e indebolimento delle reti di supporto.
Ben sei assistenti su dieci lamentano organici inadeguati, aumentando l’isolamento professionale.welforum
Proposte di intervento
Per prevenire la violenza, si suggeriscono chiarezza nell’offerta dei servizi, presenza di équipe e politiche adeguate, evitando capri espiatori negli operatori. Professionalità e sinergie sistemiche emergono come antidoti principali alla frustrazione degli utenti.welforum
- https://www.facebook.com/venerdiRepubblica/?locale=it_IT
- https://www.francoangeli.it/Libro?id=25725
- https://www.vdossier.it/temi/
- https://iris.unitn.it/handle/11572/240112
- https://www.instagram.com/p/DO8l7aLDDhO/
- https://www.welforum.it/pdf-articolo.php?id=45172
- https://www.aise.it/la-cultura-del-marted%C3%AC/ragioni-e-sentimenti-con-pi%C3%B9-libri-pi%C3%B9-liberi-/226068/1
- https://www.oastoscana.eu/wp-content/uploads/2023/12/Allegato-Delibera-n.-114-2023.pdf
- http://www.ristretti.it/commenti/2025/marzo/7marzo.htm
- https://www.torrossa.com/en/resources/an/5634498
FAMIGLIA NEL BOSCO: NOI ASSISTENTI SOCIALI TRA AGGRESSIONI, RESPONSABILITA’ E NUOVE EMERGENZE
DI MARCO BRACCONI
Un lavoro complicato quanto indispensabile. In una società complessa e fortemente diseguale, gli assistenti sociali sono supporto di cui non potremmo fare a meno. Polemiche comprese, soprattutto quando si tratta di minori: «La cosa che più mi allarma è la spregiudicatezza nell’uso politico dei bambini. Perché il risultato non è attaccare noi, ma proprio i minori». Barbara Rosina, presidente dell’Ordine assistenti sociali, riflette a mente fredda dopo il gran battage attorno ai figli dei coniugi Trevallion-Birmingham, neo rurali nei boschi d’Abruzzo, affidati temporaneamente a una casa protetta. “Una cosa di cui vergognarsi”, copyright Salvini.
L’anno zero dei piccoli centri
Ma la disinvoltura dei potenti non è il solo venticello amaro che accompagna la professione al tempo dello scontento digitale. Con l’assistente sociale funziona un po’ come con il medico del pronto soccorso, siamo sempre pronti a dargli addosso.
Quando ci sono di mezzo i bambini, poi, diventa tutto più delicato. «Si perde di vista che l’assistente lavora sulla base di protocolli ben definiti, ma anche che non è da solo.
In casi come questi c’è lo psicologo e spesso anche l’educatore. Le valutazioni sono frutto del lavoro in team, di un approccio multidisciplinare.
Laddove possibile, è ovvio». Di questo laddove parleremo più avanti. Per ora Rosina tiene a sottolineare che questa storia della narrativa è un cruccio: «A volte ho l’impressione che sia un po’ slegata dalla realtà».
Viene da pensare all’invettiva contro gli assistenti sociali di Baby Gang, che è un bravo rapper ma non proprio un sociologo: «L’assistente sociale mi voleva in tribunale / mi voleva portare via dalla mia mamma / Casa-famiglia a dieci anni…».
Non ci pensiamo mai, ma questi professionisti si occupano di un’infinità di cose.
Breve lista non esaustiva: recupero dei detenuti, assistenza agli anziani, famiglie difficili, tossicodipendenze, violenza di genere, disagio giovanile, povertà diffusa, prostituzione.
È un lavoro quasi sempre oscuro. E pagato poco. I quasi 48 mila iscritti all’Ordine guadagnano dai 1.200 ai 1.600 euro al mese, qualcosina in più per chi lavora nei ministeri. All’estero va molto meglio. In Basilicata sono 527 e in Sicilia 5.932, tra questi due estremi ci sono le altre Regioni. Il 70 per cento sono dipendenti pubblici, gli altri nel privato e nel Terzo Settore. Nove su dieci sono donne, e infatti nel 2025 dalla dizione “Ordine degli assistenti Sociali” la preposizione “degli” è stata eliminata. Era un po’ grottesca, effettivamente. Il livello di competenza cresce.
Per diventare un operatore basta una laurea triennale, ma gli specializzati sono la maggioranza. Zoom sui bambini: su circa 400 mila minorenni seguiti, trentamila sono in affidamento, il 7,5 per cento. In termini di numeri e servizi, il divario generale Nord-Sud si è attenuato di molto. Nelle città metropolitane del Mezzogiorno le cose sono molto migliorate. La crepa si apre quando ci si sposta nelle aree interne. Il governo si è impegnato a indire un concorso nazionale, ma Rosina segnala che non è solo questione di personale. «Le spese pro capite dei Comuni per i cittadini variano molto. A Bolzano si spendono più di 500 euro a cittadino. In alcuni piccoli centri del Sud se ne spendono 18». Certe volte sembra che Cristo non si sia mosso da Eboli. Il laddove di cui parlavamo prima.
Mediare, senza esagerare
Quello dell’assistente sociale è un lavoro ad alta intensità, anche emotiva. Sono micro-esperienze del quotidiano fatte di incontri, drammi, delicatezze. Anche di possibili errori, certo.
L’avvocata romana Marina Marconato, che segue da sempre casi in cui sono coinvolti minori, muove due obiezioni di fondo. «La prima riguarda il ritardo di competenze attorno al tema della violenza in famiglia. Si derubrica la violenza in conflitto, allargando troppo il perimetro della mediazione tra i genitori. Si tende a non dividere la famiglia, anche quando invece sarebbe necessario farlo per tutelare i bambini». La seconda critica di Marconato attiene al tema più delicato, il bordo estremo. «Le modalità con cui si allontana il bambino che non vuole lasciare la propria famiglia sono violente. Ma non solo. Io credo che l’allontanamento forzoso, eseguito contro la volontà del minore e della famiglia, debba avvenire solo in caso di pericolo immediato per la sua incolumità».
Ordine del giudice
Sul primo punto Rosina risponde segnalando che il problema esiste ma è nella formazione universitaria. «E infatti nella riforma approvata dal Consiglio dei ministri è stata recepita la nostra richiesta di intervenire sui programmi. Come Ordine, anche attraverso la nostra Fondazione, noi cerchiamo di supplire, il tema della violenza di genere è uno di quelli che studiamo di più. Ma aggiornare le competenze deve essere prima di tutto compito dell’università». Il tema degli allontanamenti – come per l’opinione pubblica – è più divisivo. Dice Rosina: «L’intervento delle forze dell’ordine avviene solo quando si è sperimentata ogni possibile alternativa. E quando vi si ricorre è per mettere tutti in sicurezza. Ma se un ordine è motivato e deciso dal giudice, in qualche modo va eseguito». Rispetto all’incolumità, secondo la presidente dell’Ordine, non si può ragionare solo sull’immediato. «Il nostro compito è anche valutare contesti in cui la salute fisica, mentale, sociale del bambino è messa a rischio nel tempo». Marconato non è d’accordo: «La sentenza della Cassazione del 2022 non dice questo. Anzi, parla di azioni fuori dallo Stato di diritto. E poi secondo Costituzione la privazione della libertà può essere decisa solo dal giudice penale». Ora avanziamo di qualche decennio. E facciamo attenzione agli anziani, molta. Perché l’aumento dell’aspettativa di vita è un fenomeno sotto gli occhi di tutti, quasi banale, ma le cui conseguenze non vogliamo ancora vedere: «In prospettiva è il settore che richiederà il maggiore sforzo», dice Rosina. «Ci sarà sempre più bisogno di una rete capillare. Se pensiamo che l’unica risposta sia la struttura per anziani siamo perdenti». Una cosa la preoccupa: «Monitoriamo dal 2017 il fenomeno delle aggressioni ». Sono in crescita, come quelle contro i professori a scuola o, di nuovo, quelle dei camici bianchi. Dei consultori, invece, si sente sempre l’assenza. Ne mancano più del 50 per cento. «Sono il luogo della prevenzione, l’airbag che si apre quando stai per schiantarti nella gestione di un adolescente, una separazione, un lutto, una povertà». Non è un caso se centri privati e fondazioni per il disagio giovanile, per dirne una, abbiano sempre la fila fuori. Nei consultori invece mancano il 70 per cento degli assistenti sociali. Intercettare i problemi prima che diventino irrisolvibili. Te lo dicono tutti gli operatori che lavorano sul territorio. I laici e i cattolici. Il pubblico e il Terzo Settore. «Per questo, mentre per il senso comune l’intervento dell’assistente sociale è l’extrema ratio, io sostengo il contrario: prima è meglio è». Anche per i minori? «Assolutamente sì. Se ragioniamo in termini di prevenzione e riduzione del danno, a una famiglia in difficoltà conviene chiedere aiuto invece di chiudersi. I problemi non si risolvono da soli, vanno avanti comunque».
Fare rete, magari con più soldi
Ci sarebbe anche la scuola, eternamente indecisa tra lanciare allarmi o sonnecchiare. Ma il tema è quello di sempre. Fare rete con il resto della società. E motivare le persone. «Se noi assistenti sociali guadagniamo troppo poco? Sì. Ma ancora più importante sarebbe mettere in campo le risorse per consentirci di svolgere fino in fondo la nostra funzione. Disegnarci come disumani burocrati può servire a prendere qualche voto, ma per lo Stato è come darsi la zappa sui piedi».