IL LAVORO DI MANUTENZIONE di Gianni Del Rio, Psicologo psicoterapeuta, Milano. Relazione presentata al Convegno “‘Riparando le cose ripariamo l’ambiente” Milano – Museo della Scienza e della Tecnica, 5-6 maggio 1995, WWF Lombardia, pubblicata negli Atti, WWF, 1997.

IL LAVORO DI MANUTENZIONE di Gianni Del Rio*

Psicologo psicoterapeuta, Milano. Relazione presentata al Convegno “‘Riparando le cose ripariamo l’ambiente” Milano – Museo della Scienza e della Tecnica, 5-6 maggio 1995, WWF Lombardia, pubblicata negli Atti, WWF, 1997.

L’adulto maturo apporta vitalità a ciò che è antico, vecchio e ortodosso, ricreandolo dopo averlo distrutto (D.W.Winnicott)

La realtà è caduca; l’entropia è una delle leggi che governano l’universo. E tuttavia gli uomini concepiscono l’idea di qualcosa che sopravviva indefinitamente, che si perpetui senza” logorarsi, che sia eterno, proiettando e risolvendo in ciò l’angoscia che provoca il pensiero della propria fine e il corri­spondente desiderio di immortalità; così come “sappiamo” che moriremo, altrettanto il pensiero della nostra personale morte ci è impossibile, al punto che quando tale coscienza si fa più viva all’epoca della mezza età ciò determina una crisi che si riflette nel nostro rapporto con la realtà e, in particolare nel nostro modo di relazionarci ad essa attraverso il lavoro (Jaques, 1970 a)

Possiamo definire il lavoro un modo di agire trasformativo della realtà. Noi facciamo progetti a nostra immagine, nel senso che ci prefiggiamo degli obiettivi,  tali che, se ciò avverrà, ci sentiremo soddisfatti, se non avverrà saremo tristi e delusi.

La presenza di questi sentimenti è il segno che esiste una relazione di qualche genere tra ciò che noi abbiamo prodotto nella realtà, modificandola, e ciò che è accaduto dentro di noi, nella nostra mente e nei nostri affetti.

Ora, l’assunzione dell’idea della caducità, e quindi della mortalità di ciò che ci circonda, noi compresi è determinante per il nostro stile di lavoro; quanto più infatti l’idea della caducità ci sarà intollerabile, tanto più l’idea dell’immortalità nel suo attributo di perfezione tenderà a marcare i nostri progetti: se noi coltiviamo dentro di noi l’idea di oggetti perfetti, non tollereremo facilmente lavori imperfetti e risultati imperfetti (Jaques 1970b).

Questo è il contesto entro cui, a mio parere, va collocata una riflessione su quella specifica attività che è il lavoro di manutenzione.

“Manutenzione” viene dal latino “tenere con la mano”. Penso ad una persona, ormai avanti con gli anni, la quale mi raccontò di come, essendo rimasta orfana di madre insieme ad altri quattro fratelli, i padre si fosse preso cura di loro, vicariando le funzioni materne anche nelle cure più umili. La memoria di questo accudimento amorevole era sintetizzata nel ricordo, quasi fisico, dell’immagine di sui padre che la teneva per mano, così intenso da conservarsi per molti anni e probabilmente per tutta la vita.

Questo “tenere per mano” implica amore per l’oggetto e per il suo destino. L’oggetto è assunto nella sua storicità: nella sua caducità e ad un tempo nel suo valore; cosicché attraverso la manutenzione : processo di dissolvimento è contemporaneamente accettato e contrastato; questo è ciò che consentirà di raggiungere l’obiettivo proprio della manutenzione, e cioè il procrastinare il dissolvimento, o se si vuole, il far sì che l’oggetto non deperisca precocemente per incuria, ossia per scarso affetto.

Dice Pirsig (1974,p.38) che “non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione […]: tenere a quello che si fa”, cioè appunto amare.

Di che genere di amore si tratti, si può meglio comprendere a partire dalle etimologie dei termini coi rispondenti a “manutenzione” in altre lingue. In tedesco Instandhaltung e Unterhaltung rinviano i verbo zu halten: sostare, fermarsi, considerare. L’inglese, oltre a maintenance, che indica  la manutenzione in senso stretto, usa upkep, che significa tenere, mantenere, custodire, conservare; alla lettera: “tenere su”, e che in quest’ultimo senso contiene soprattutto l’idea dell’assumersi la responsabilità di qualcosa.

Penso, in questo senso all’usanza degli antichi latini per cui il padre riconosceva pubblicamente il figlio neonato sollevandolo in alto: mantenere è affermare l’esistenza. Upkeep è un con posto di to keep che proviene dall’Inglese Antico capen : “desiderare, cercare”, e dal Medio Alto Tedesco kapfen: “guardare fissamente”. L’inglese, inoltre, usa to hold, sempre nel senso di tenere, ma anche difendere, possedere, perdurare e aggrapparsi, che deriva a sua volta dal tedesco halten, e così il cerchio si chiude.

Questi significati, oltre che sostanziare ulteriormente l’idea del rapporto con l’oggetto, contribuiscono a chiarire il processo mentale che di necessità precede e permette il lavoro di manutenzione. Il tenere, sostare e considerare sulla scorta di un’attenta osservazione, da un lato sottolineano l’importanza del­l’oggetto per il manutentore, il quale si aggrappa, per così dire, a qualcosa la cui consistenza; para-dossalmente, dipende dalla rilevanza che egli stesso gli attribuisce e che in un’ottica consumistica ap­parirebbe viceversa del tutto priva di senso; dall’altra suggeriscono, appunto, che l’intervento vero e proprio di manutenzione è preceduto da una complessa attività mentale che comprende questi signi­ficati e gli affetti ad essi collegati:

Un osservatore inesperto vedrà solo il lavoro fisico, ma questo non è che l’aspetto più banale. La parte di gran lunga più impegnativa è l’attenta osservazione e il rigore ope­rativo. Questo è il motivo per cui i meccanici al lavoro hanno un’aria così scostante: non vogliono essere distratti perché si stanno concentrando su immagini mentali, su ge­rarchie e non sulla motocicletta nella sua materialità. Stanno usando gli esperimenti per allargare la gerarchia della loro conoscenza della motocicletta guasta e parago­narla alla gerarchia corretta che hanno in testa. Stanno guardando la forma soggia­cente. (Pirsig, cit., p. 113).

Secondo me, ciò che Pirsig chiama la “forma soggiacente”, nell’ottica della manutenzione, non va in­teso come l’idea dell’oggetto “nuovo-perfetto” su cui si misura la distanza con l’oggetto guasto, piut­tosto comprende l’idea dell’oggetto che “funziona bene”. Questo è anche il senso dell’ “aggiustare” come “muoversi verso ciò che è secondo misura”. Quanto segue, può forse chiarire meglio il mio punto di vista, e credo anche quello di Pirsig.

La scelta della manutenzione nella relazione con l’oggetto coinvolge e determina anche le tecnologie utilizzate. Credo che questo aspetto della questione si possa leggere secondo un continuum che ad un estremo vede l’oggetto prevalere sulla tecnologia e all’altro, viceversa, la tecnologia sull’oggetto. Mi spiego con un esempio. Ancora Pirsig:

l’io narrante racconta (op. cit., p.60) dello scandalo susci­tato nell’amico all’idea di aggiustare la moto di quest’ultimo (nuova, lussuosa e tirata a lustro) utiliz­zando uno spessore ricavato da un ritaglio di lattina di birra, che, egli spiega, è paradossalmente quanto di meglio si possa desiderare in fatto di materiali per il risultato che si vuole raggiungere. L’i­dea della moto riparata con un ritaglio di lattina, che funziona bene, ma che è “imperfetta” rispetto alla moto nuova, privilegia l’oggetto accettandolo per ciò che è, nel suo essere un po’ meno nuovo; l’alternativa consiste nell’avere una moto nuova, non adeguatamente funzionante, in attesa di un ri­cambio che sostituisca il pezzo guasto. Quest’ultima è l’ipotesi che privilegia la tecnologia, ed è una realtà che diviene proposta, con scarse o nulle possibilità di scelta rispetto alla prima, sempre più spesso. Scarse o nulle diventano, poiché noi siamo sedotti per questa strada ad amare, o credere di amare, le tecnologie, e non gli oggetti. In questa direzione è possibile che siamo portati a ritenere che disponendo di tecnologie sempre migliori, e solo a questa condizione, riusciremo a produrre degli oggetti perfetti; e in ciò perdiamo di vista da un lato il destino degli oggetti reali, dall’altro la nostra capacità creativa di manutenzione, sia degli oggetti, sia delle stesse tecnologie. Ricordo che circa do­dici anni fa il mio orologio digitale giapponese al quarzo diede forfait. L’orologiaio mi spiegò che era costruito in modo tale che le parti guaste non erano sostituibili e che l’orologio era da buttare. Dal punto di vista psicologico la differenza è decisiva. E’ la differenza esistente tra il nuovo come evoluzione o come cancellazione del passato. Tutto questo è reso in modo evidente dal destino dei personal computer, nel mondo dei quali ogni nuova “generazione” rende obsoleta e rimpiazza la precedente, “trionfa” su di essa e obbliga ad una logica di sostituzione e non di manutenzione. Fornari (1985) mostrò come ciò corrisponda, a livello delle strutture e delle dinamiche psicologiche profon­de, ad una negazione della perdita e del lutto corrispondente, rintracciando in ciò una matrice di im­portanti cambiamenti culturali in atto.

Il lavoro di restauro si colloca nella medesima prospettiva della manutenzione, ossia nell’intento di procrastinare la decadenza dell’oggetto; l’infinita cura richiesta in questa attività di ricostruzione può costituire un esempio di cosa significhi il sostare di fronte all’oggetto e l’”osservazione della forma soggiacente”.

Esso tuttavia contiene una valenza che lo colloca per così dire in una posizione intermedia rispetto ad altri atteggiamenti simili:

Restauratore? Custode della memoria, mi verrebbe da dire. Ma forse sbaglio. E’ riduttivo. Il custode è soltanto un guardiano. Invece il restauratore. Invece il restauratore è molto di più: è quello che dà alle cose un’altra vita, le rimette al mondo, le fa durare nel tempo di più: è quello che dà alle cose un’altra vita, le rimette al mondo, le fa durare di più. Un nuovo artefice, direi (Manca, 1989,p. 13)

Nell’immagine sociale del restauratore c’è un che di nobile, di sacerdotale. Credo che ciò si debba alla qualità degli oggetti di cui si occupa, che si collocano al di là della loro morte fisiologica, e che, a causa della loro eccellenza, sono stati scelti e sottratti alla sorte comune assumendo così la dignità del sacro, cioè, appunto, “separato”, per essere destinati ad esistere oltre la storia. Un alone vaga­mente esoterico si riflette sulle stesse tecnologie dei restauro: procedure e materiali rari, alchemici, cui il bricoleur guarda come un apprendista stregone.

Il lavoro di restauro contiene l’idea del ricreare, esattamente nel senso del ridare un’esistenza altra ri­spetto alla precedente, che è presente in diverso modo anche nel recuperare.

Mi vengono in mente due modi di recuperare. Nel primo l’attività è analoga a quella del restauro, benché in tono minore: esiste un oggetto che, come un Mosè salvato dalle acque, viene “visto” non come rifiuto, ma come qualcosa che è ancora bello e/o utile; è come se al non essere più amato dal precedente proprietario, si sostituisse un nuovo amore. Un bellissimo esempio di questo meccanismo di disamora mento / innamoramento ce l’ha consegnato Ray Bradbury (1958). Nel suo L’estate incan­tata un uomo gira con un carro e invita chiunque – ma sono soprattutto i ragazzini – a prendere dal carro un oggetto di sua scelta, scambiandolo con un altro che non interessa più, ma che potrà inte­ressare a qualcun altro. L’esempio è ancor più intrigante se si pensa che la procedura, qui, è quella del baratto: una pratica che, anche nell’etimo, rimanda alla frode (si pensi ai barattieri danteschi), mentre in Bradbury appare fondata sull’amore per le persone e le cose, e sulla capacità di lutto. Nella sua seconda forma, il recupero non riguarda l’oggetto così come è esistito fino a quel momen­to. Restituirlo a una nuova esistenza implica il destrutturarlo e il ripensarlo in una nuova forma, di cui la “forma soggiacente” – in tutto o in parte – diventa la matrice, il che corrisponde esattamente al processo creativo (Wertheimer,1945).

Ho in mente l’ esempio realizzato di un rasoio elettrico il cui motorino, nella nuova esistenza, serve a far girare le pale di quello che attualmente è un ventilatore portatile.

La forma estrema di questa- seconda strategia di recupero è il riciclaggio. Se immaginiamo la manu­tenzione come dilazione nel tempo della morte dell’oggetto e il restauro e il recupero come rinascita, il riciclaggio è ciò che più si avvicina alla immagine della reincarnazione. Perché l’oggetto possa rivive­re, è necessario che esso si dissolva nelle sue componenti elementari, che lo costituirono al momento della sua fabbricazione.

Non dovrebbe apparire strano, a questo punto, il come perfino nella distruzione dell’oggetto necessa­ria al riciclaggio sia contenuto un lavoro di manutenzione: l’oggetto è mantenuto in ciò che diventerà, ma perché ciò sia possibile, le sue componenti devono essere riconosciute e tenute presenti; sono es­se infatti, in questo caso, ad esprimere la “forma soggiacente”. Pertanto, anche in questo caso la tec­nologia adottata riflette un atteggiamento che è fatto, o meno, di amore e della conoscenza che ne consegue.

L’intervento che avete appena ascoltato era nato come un contributo ai lavori preparatori di queste giornate. Ripensandolo come destinato alla comunicazione, non mi sono tuttavia sentito di modificarlo; così, chiedo ancora un po’ della vostra attenzione perché ci sono alcuni aspetti della mie riflessione, più o meno impliciti, che vorrei riprendere e approfondire.

Il primo_riguarda l’idea di lavoro. Credo sia evidente per tutti la sua fondamentale importanza per li vita di ciascuno. Così è anche dal punto di vista psicologico.

Due settimane fa portai a riparare un paio di vecchie seggiole della nonna che ormai non stavano più insieme: pericolose a sé e agli altri che ci si sedevano sopra. Il falegname era un vecchio signore: settant’anni ben portati e modi sbrigativi e scontrosi. Quando gli presentai le seggiole mi chiese se ere ben sicuro di voler sistemare qualcosa che era più da bruciare che da aggiustare. Gli spiegai che ero

ben sicuro, che da lui volevo solo l’intervento di falegnameria e che alla lucidatura avrei provveduto io. A questo punto mi propose il costo del lavoro – che era comunque minore del prezzo di due sedie nuove – e, saggiata nuovamente la mia determinazione, mi disse di tornare a prenderle di lì a ventiquattr’ore, che gli ingombravano il laboratorio. Così feci. Le seggiole erano state incollate ed erar state aggiunte alcune bacchette rotte o mancanti. “Le provi. Devono reggere il peso di settanta chili. Io ne peso più di ottanta: erano solidissime. “E adesso cosa ci fa?”. Mi_guardava con quel tono i po’ di sfida – ma questo lo capii dopo – di certi adolescenti definiti “caratteriali” dagli psicologi, ci devono mettere alla prova la tua solidità e la tua capacità di amore prima di decidere se possono affidarsi o meno alla persona che hanno di fronte. Risposi che pensavo di pulirle e di trattarle a cera, benninteso dopo essermi occupato dei tarli. Accadde così che i modi del falegname si sciolsero come i pentolino di colla, diventarono un po’ meno sbrigativi e scontrosi e passammo un buon quarto d’ora confrontarci su gommalacche, antiquari e pulizia del legno; io gli dissi dei miei lavoretti e lui mi spiegò come certi interventi non li facesse più da tempo, riandando a cinquantanni prima. Ci sallutammo e me ne andai con le mie seggiole; io imparai qualcosa, lui non so. Di certo, avevamo qualcosa in comune.

Vorrei ribadire l’idea secondo cui, quando mi riferisco al lavoro, ho in mente non tanto l’azione coi seguente, quanto l’attività mentale precedente: quel misto affascinante di conoscenze e di affetti che ci conduce a scegliere i modi e i mezzi della nostra azione nella realtà. Con gli anni, questo atteggiamento diventa parte della nostra personalità ed esprime la nostra capacità di sapienza, ossia, come disse Roland Barthes a conclusione della sua Lecon, il “sapore” che noi riusciamo a dare e – aggiungo io – a sentire nelle realtà cui ci accostiamo. E’ a questo livello, credo, che il falegname ed io i siamo trovati in sintonia. Se accettiamo questa definizione, ne deriva che l’espressione “fare manutenzione” è metafora di una filosofia di vita, che si traduce poi in atti concreti, e riguarda ogni scelta che quotidianamente ci si presenta.

Da questa considerazione discende direttamente la seconda questione, e cioè, detto in sintesi: quanti oggi, in Italia e nel mondo, vivono da manutentori? Questa è, io ritengo, la domanda di fondo di queste giornate, esse stesse intervento di manutenzione.

Provo velocemente a sviluppare gli impliciti contenuti nel problema.

Non sono certamente il solo a pensare che il problema della manutenzione è un fatto di cultura diffusa. Ho la sensazione che progressivamente mi sto trasformando in un vecchio brontolone eh sopporta sempre più a fatica i sintomi del degrado. Mi sembra di coglierli dappertutto sotto forma che quella che mia zia chiamava “maleducazione”; e non solo in termini di cartacce per terra o di oggetti sostituiti anziché riparati. Proprio in quanto la manutenzione è uno stile di pensiero e una filosofia di vita sottostante, essa finisce per riguardare ogni aspetto della nostra personale esistenza e della convivenza sociale.

Esiste, ad esempio, un problema gravissimo di manutenzione della comunicazione, sia rispetto i contenuti, sia rispetto ai modi; sia nel privato, sia a livello sociale: c’è da chiedersi cosa si guadagna cosa si perde nell’obsolescenza di certe forme di produzione, distribuzione e fruizione di prodotti comunicativi rispetto all’egemonia incalzante di telematica e telecomunicazione. Non è solo nostalgia, è preoccupazione per il come, al trasformarsi e al sostituirsi della realtà, corrisponda un affacciarsi e un cancellarsi di oggetti e processi mentali dentro ciascuno di noi.

In questa prospettiva, è possibile configurare un problema ancor più grave: quello della manutenzione della vita, proprio in quanto oggetto mentale: il provocare la morte – o perfino il provocare la vita, con i problemi sollevati dalla bioetica – non è mai apparso così facile e apparentemente noncurante

tCiò, secondo me, fonda l’ipotesi della presenza di un modo di pensiero diffuso di tipo magico onnipotente, infantile, in cui la morte non è definitiva. Se è così, e ciò ci rinvia all’inizio della mia comunicazione, c’è l’idea che le cose possono essere fatte comparire o scomparire a piacere e il limite non esiste; quindi, la manutenzione non ha senso.

Per associazione, mi viene in mente un altra questione di cultura non da poco: esiste il rischio di quello che potremmo chiamare “accanimento manutentorio”, o “manutenzione maniacale”, solo fenomenologicamente opposto, che altro non è se non un modo diverso di non fare vera manutenzione. Se l’idea della manutenzione contiene quella della caducità, questa realtà va rispettata; dobbiamo imparare a conoscerne e ad amarne gli aspetti positivi e accettarne quelli negativi; educare alla caducità.  Penso ai giovani che non sopportano un chilo in più, i già morti che si vorrebbe ancora vivi; il modernariato sì, ma non il fuori moda.

C’è infine un ultima considerazione, anch’essa credo ben presente all’attenzione di tutti, che pur vorrei sottolineare: è difficile che si sviluppi una cultura della manutenzione laddove i modelli prop sti la contrastano. Detto altrimenti, si tende a non fare manutenzione di oggetti (in senso lato) chi nascono con caratteristiche tali da spingere a sostituirli, magari il più in fretta possibile. Solo se i partire dal nostro  sistema di valori, quale che esso sia, riusciamo a rintracciare in noi un amore possibile per persone e oggetti ci prenderemo cura di loro, e di noi con essi.

Riferimenti bibliografici

BRADBURY,R, (1958) Dendelion Wine, tr. it. “L’estate incantata”, Mondadori, Milano, 1985.

FORNARI,F., La morte e il lutto, in: Spinella,M., Cassanmagnago,G. e Cecconi,M. (a cura), “La morte oggi“, Feltrinelli, Milano, 1985.

E. JAQUES,E. (1970a), Morte e crisi di mezza età, in: Id., “Lavoro, creatività e giustizia sociale“, Boringhieri, Torino, 1978.

JAQUES,E. (1970b), I disturbi della capacità di lavorare, in: idem, MANCA,E., I ferri del mestiere, “L’Unità”,15.12.1989,suppl.

PIRSIG,R.M. (1974), Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, Milano, 1981.

WERTHEIMER. (1945), Il pensiero produttivo, Universitaria, Firenze, 1965. WINNICOTT,D.W. (1965), La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando, Roma, 1968.

Blogged with the Flock Browser

Un commento

Lascia un Commento se vuoi contribuire al contenuto della informazione