Terroristi di sinistra e assassinio di Aldo Moro: il racconto giornalistico di Sergio Zavoli

16 marzo 1978: il rapimento di Aldo Moro

“Commemorare non è vuota retorica e neppure sfogo di massa:
è difendersi dalla tentazione dell’oblio.
E questo perchè non siamo nulla in assoluto.
Siamo soltanto ciò che siamo stati, meglio: ciò che ricordiamo di essere stati”Umberto Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, 1994, p. 107

Giorni fa ricordavo che Percy Blakeney non dimentica una data. Ha il dono della memoria storica.
Riprendo da lui, rimbalzo e rilancio.
Ricordo quell’anno come fosse oggi.
Avevo trent’anni.
Stavo sul fronte opposto della Democrazia cristiana. Ma “protetto” e ideologicamente tutelato in un partito che, in una sua parte (quella del segretario Enrico Berlinguer), combatteva con la mobilitazione democratica il terrorismo. Riunioni di sezione, attivi, manifestazioni, articoli dell’Unità letti avidamente.
Gran scuola quella. Inscritta e stratificata nelle mie rughe facciali ed interiori.
Certo: non vedevo la doppiezza … non vedevo le retrovie …. non ero avvertito della tenacia delle ideologie.
Ero più ingenuo
Ci ho messo molto a diventare disincantato.
Ma in quello che sono c’è anche quella radice.
E il bilancio del mio corpo storico è comunque in positivo.

 


Roma, alle 9.15 del 16 marzo 1978, il giorno in cui il governo appena nominato, guidato da Giulio Andreotti, doveva presentarsi in Parlamento per ottenere la “fiducia” , l’auto che trasportava Moro da casa alla Camera dei Deputati fu intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse,  che in pochi istanti portò a termine una delle più feroci azioni terroristiche che si ricordino nella storia italiana contemporanea.

In una manciata di secondi, sparando con armi automatiche, i terroristi massacrarono i due carabinieri a bordo dell’auto di Moro (Domenico Ricci e Oreste Leonardi) e i tre poliziotti a bordo dell’auto di scorta (Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Moro venne caricato a forza su un’auto che si allontanò rapidamente verso una direzione in quel momento ignota. Il rapimento fu rivendicato con il primo dei nove comunicati che le Brigate Rosse inviarono durante i 55 giorni del sequestro. Il 9 maggio al termine di un presunto processo del popolo, sarebbe stato assassinato per mano di Mario Moretti. Il cadavere di Moro è ritrovato il 9 maggio in una Renault 4 rossa in Via Caetani, in pieno centro di Roma.


Nel mio diario cartaceo recupero queste pagine, oggetto di riflessione di anni passati.

 

Le cronache di Zavoli sono un reperto storico di grande importanza culturale.

Viene fuori come mostruosa può diventare l’ideologia. Una corazza sopra l’esperienza semplice della vita quotidiana:

 

“Non ci si può consegnare al dominio dell’ideologia, di qualunque ideologia, senza rinunciare ad essere interamente persone”

Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 12

 

I terroristi.

Anche loro squallidi impiegatucci che uccidevano per “abbattere lo stato”. Molto simili agli attuali terroristi islamici che sgozzano in base a principi religiosi e fanatismo ideologico.

Fanno impressione questi terroristi che rispondono chi in modo arrogante, come l’eternamente cinico Mario Moretti, per nulla scalfito nella sua convinzione di essere stato uno che ha fatto quello che gli imponeva la situazione:

“Siamo alla conclusione. Le consultazioni con i vostri compa­gni, gli ordini, gli accordi, i ruoli, e cosi via. Mi descriva se può, gli ultimi momenti dell’operazione.

Non posso.

Moro seppe che doveva morire? E se l’annuncio gli fu rispar­miato, da chi o da che cosa dipese?

Moro fu sempre consapevole di tutto lo svolgersi dell’operazione, dal­l’inizio alla fine. Quindi qualsiasi cosa sia stata fatta, che lo riguardas­se. Moro la sapeva.

Può darmi una risposta più netta, più esplicita? Moro seppe che sarebbe stato ucciso o no?

Sapeva che la scelta che noi avremmo adottato era arrivata ad un punto obbligato. Lui di questo si rese conto perfettamente.

Fu fatto nulla perché Moro credesse che gli sarebbe stata ri­sparmiata la vita?

Le ripeto, non si infierì in alcun modo: ne’ con un trattamento fisico né con un trattamento psicologico. Almeno, ripeto, per quanto riguarda tutte le mie responsabilità. Non si dava alcuna possibilità che si infierisse an­che psicologicamente sullo stato del prigioniero.

Mi vuole raccontare il momento in cui lei mise in quell’ap­parecchio telefonico quel gettone?

… cè poco da dire. Più che quel gettone contava inattesa delle ore suc­cessive, insomma che qualcosa succedesse. Non è successo nulla.

È vero che dette un gettone anche a Moro, e se è vero perché?

No, è falso.

A tragedia compiuta, a cose ormai tutte consumate, si è mai sorpreso a pensare a quanto le era rimasto, umanamente, di Moro? Che cosa l’aveva più segnato di quell’incontro?

Per quanto sìa forte il ruolo del personaggio, la persona è più ricca.

Per parlar chiaro, ebbe mai nostalgia di Moro vivo?

Una vicenda politica non ammette questi rimpianti, anche perché io non ucciderei mai una persona; mi si creda o no, non riesco ad immagi­narlo. Però questa è stata la mia vita, non posso averne un ‘altra. E pur­troppo non sono neanche un attore.

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 329-330.

Poco prima così aveva detto:

Davanti a Eleonora Moro che cosa direbbe lei per esempio?

La ascolterei. Penso che ha il diritto di dire tutto quel che vuole, ma iocredo che Eleonora Moro avrà trovato la spiegazione di ciò che successe nel fatto che suo marito era presidente della Democrazia cristiana. Altrimenti non riuscirebbe a spiegarsi che cosa è accaduto.

… ma in un Paese democratico, in uno Stato di diritto, es­sere presidente della Democrazia cristiana non implica fatal­mente il destino di essere uccisi !

No, certo; le ragioni per le quali ciò è avvenuto, però, stanno in qual­che misura nel ruolo che ciascuno di noi ha assunto. Voglio dire che o si accetta, e si riesce a spiegarlo, che in Italia è avvenuto uno scontro socia­le, e allora all’ interno di questo modo di vedere la cosa si possono trovare i tasselli..,

… mi perdoni: questo devono accettarlo gli altri, ma lei che cosa accetterebbe di farsi dire da Eleonora Moro in questo ipo­tetico incontro?

Tutto, tutto ciò che lei avesse eventualmente da dire... Per me può essere anche importante, mi va bene che venga ucciso il personaggio Moretti. È un personaggio dei media, al quale io non tengo minimamente perché la persona Moretti chi mi conosce, sa che è diversa. Siccome non ho mire personalistiche né politiche, al momento, credo di essere come molti com­pagni in una posizione di riflessione, di ascolto e di osservazione attenta della realtà, più che nella posizione di chi ha qualcosa da dire sull’anda­mento del mondo. Quindi, con animo molto sereno, potrei parlare anche a chiunque abbia sofferto un dolore così forte come la perdita di una persona con cui ha vissuto per tanti anni con emozioni intense…

E’ questo che direbbe a Eleonora Moro?

Se ritenesse di completare, sentisse il bisogno di conoscere come sua esperienza personale quella che è stata una vicenda che ci ha coinvolto na­turalmente tutti. »

… e dell’uomo Moro, di suo marito ne parlerebbe?

Mah, si fa sempre molta fatica a scindere quella che è stata una vicen­da politica da una vicenda anche personale. Io credo che l’uomo Moro non fosse poi molto diverso dal politico Moro. Non gli sì fa un grande onore, con questa separazione netta. Moro ha vissuto per ciò che ha credu­to. Ha vissuto, si è comportato, ha sentito, è stato un nostro avversario, ha avuto un ruolo, insomma.

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 318-319

 


Ma c’è anche chi è attraversato da tardivi pentimenti.

Ne vedo uno che balbetta, incalzato dalle domande di Zavoli.

Esibisce un anello matrimoniale al dito.

“Da come poi si sono svolti i fatti era chiaro che per catturare Moro sarebbe stato necessario uccidere tutti gli uomini della scorta. Non vi poneste il problema che quel massacro avrebbe prodotto reazioni durissime, anche a livello istituzionale?

Noi eravamo già nell’ottica dello scontro violento. Il discorso della guerra veniva battuto e ribattuto nei comunicati e faceva parte del nostro programma di allora. Pensavamo di potere comunque reagire, nella pro­spettiva di una rivoluzione che si pensava violenta, cruenta, a livello di guerra civile, e non ci si preoccupava di una reazione dello Staio, che avrebbe a sua volta innescato, da parte nostra, una risposta ancora più forte.

Chissà quante volte le sarà accaduto di rivedere in televisione le immagini di via Fani: quei corpi crivellati di colpi dentro le macchine, sull’asfalto, tutto quel sangue. Ecco, quel 16 marzo, quando la scena era sotto i suoi occhi, come la vide?

In quei casi..non c’è tempo per pensare..il problema è andare via subito e riuscire a realizzare, a compiere definitivamente la cosa, cioè por­tare via Moro.,. andare via, ecco, e riuscire a mettersi in salvo. In quei casi non puoi pensare, sono cose che si pensano sempre dopo.

Lei ha sparato, quel giorno? Quanti colpi?

Non ricordo… un caricatore.

Su chi?

… ci possiamo fermare?

Sì, certo…

persone che in precedenza o in seguito abbiamo colpito. Questi, purtrop­po, sono discorsi... sono cose che si valutano, si maturano quando uno si libera da queste corazze e comincia a rivedere tutto in un ‘altra chiave.

Ha mai pensato di potersi trovare di fronte, e magari per sua stessa scelta, al familiare di una vittima?

Si, ho pensato.. ecco, questo è ancora un mio grosso problema e penso che mi rimarrà... Non è solo per quella persona, è un po’ per tutte che, direttamente o indirettamente, mi sento responsabile. Perché, bene o male, è stata una esperienza così forte, così totalizzante, che anche quando ma­gari non e ‘ero, non mi sento meno responsabile della persona che c’era.,, Questo è un grosso problema, che rimane, e che ovviamente ognuno riesce ad affrontare con sé, con gli altri, in modo molto personale… ed è sicura­mente, per me, più difficile. Credo che qui non servano le frasi fatte, le dichiarazioni..non so, dì principio..Si può sospendere un attimo, per favore…

Certo. (Un’altra pausa)

in Sergio Zavoli, La notte della repubblica, Mondadori 1992, p. 288-290

 


Ma il documento storico di Zavoli è anche interessante sul piano tecnico.

In particolare sul modo di condurre le interviste:

“A questo punto, e con particolare riferimento al corpo delle interviste, sento l’obbligo di far partecipe chi legge di alcuni miei convincimenti maturati in una lunga esperienza. L’inter­vista orale nasce evidentemente alla radio, dove si faceva un grande abuso di parole. Bastava che una persona sollevasse un qualche interesse per intrattenerla a lungo, spesso al di là del necessario. Credo di avere parlato con migliaia di persone sen­za pormi il problema di farmi dire cose mai dette prima: non ricercavo, insomma, lo scoop. Mi lusingava invece lo scoprire, talvolta, che mi venivano dette cose di cui l’interpellato non si credeva capace, e che perciò non aveva ancora detto. Questo atteggiamento implica che ci si disponga  a un’intervista senza idee preconcette, con un questionario non premeditato, irrigi­dito da uno schema, ma in un atteggiamento di contestualità, cioè stabilendo un dialogo che vede le domande nascere dalle risposte appena ricevute. Ciò consente il massimo di naturalez­za e di scoperta, scongiurando il massimo di preordinamento e non di rado di pregiudizio.

Ho una visione libera del mio mestiere, ma penso che al suo interno vi siano norme da rispettare. Può essere appagante en­trare con facilità nel vissuto degli altri, non escludo che ci si possa addirittura compiacere di questa attitudine a creare la confidenza; bisogna però sorvegliare le regole del «gioco», le quali stanno, fondamentalmente, nel rispetto reciproco di chi domanda e di chi risponde. È un problema di natura etica. In una tesi di laurea dedicata al nostro programma, Lorenza Mo­retti analizza, con gli strumenti della semiotica, proprio l’appli­cazione di questo «contratto comunicativo» fra il giornalista e l’interlocutore.

Alcune interviste possono risultare significative anche per le risposte che non si ottengono. Mi è capitato più di una volta nella realizzazione dì questa inchiesta. Per esempio con Roberto Rosso, leader di Prima Linea, un intellettuale molto lucido, che ha studiato alla Normale di Pisa. Gli dissi: «Lei è fra quelli che decisero di uccidere William Vaccher e scrisse il volantino che rivendicava il delitto. Vaccher era solo sospettato di dela­zione. Nel volantino lei parla di solidarietà. Era solidarietà giu­dicare e poi uccidere un compagno senza avere le prove della sua colpevolezza?»

Rosso non riuscì a rispondere. Lo avevo portato in una zona in cui era molto debole» dove stentava a or­ganizzare, d’acchito, una difesa.

Allora cominciò a guardarmi: in una maniera prima attonita, poi sempre più intesa a dirmi che a quella domanda non poteva rispondere, che quanto gli contestavo era diventata la disperazione della sua vita.

Quel si­lezio quello sguardo, quel tremore sulle labbra diventarono insopportabili anche per me che lo intervistavo, oltre che per lui. Mi sembrò, allora, di non dovere profittare di una situazio­ne che pure aveva raggiunto una sua, sebbene dolente, spetta­colarità.

Per toglierlo dallo sgomento in cui era caduto, e dal quale non sapeva risalire, gli dissi:

«Vuole che l’aiuti?»,

e la risposta non furono le parole, fu quello sguardo fiducioso e quel «sì» appena percepibile. Allora improvvisai un supplemento di do­manda e lui potè uscire dall’ingorgo non solo psicologico in cui era finito.

È stato un momento di forte comunicazione tra due persone.

Anche nell’intervista a Bonisoli, alla richiesta di descrivere il suo ruolo nell’uccisione della scorta di Moro, ci fu una risposta silenziosa, cioè uno sguardo d’impotenza, di resa e insieme di rifiuto. Poi, la successione di altre domande:

«Lei ha sparato, quel giorno? Quanti colpi?».

 «Non ricordo, un caricatore.»

 «Su chi?»

E qui, per così dire, il cortocircuito. La domanda è perentoria, e ha l’aria di chiedere: «Glielo devo proprio dire, magari precisando il numero dei morti?». Allora allunga una mano verso la telecamera e chiede:

«Ci possiamo fermare?».

Io rispondo: «Sì, certo…».

Il video sì oscura e nessuno saprà mai quanto è durata quella pausa.Nel montaggio, un attimo; in questo libro, tre puntini di sospensione. Poi l’intervista rico­mincia, e ormai ha preso un’altra piega. Ma per quello che è appena accaduto risulterà qualcosa di più, o di diverso.

In Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Mondatori 1992, p. 9-10

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