Pensioni e generazioni

Le istituzioni contribuiscono in modo irreversibile al funzionamento della nostra vita quotidiana.

La famiglia garantisce solo, quando va bene, gli affetti  e l’assolvimento del codice genetico procreativo, quando è scelto dalla coppia. Ma quest’ultimo non è assolutamente necessario. Basta il “profumo” di quel codice genetico, ossia l’espressione della sessualità.

Invece, oggi, senza servizi (salute, assistenza, comunicazione, trasporti …) non potremmo neppure esistere.

Fra gli storici programmi dello stato sociale, quello delle pensioni è di gran lunga il più importante: è il più capillare, il più costoso ed è quello che più dà valore agli obiettivi del ciclo di vita.

Questo programma, iniziato in Germania alla fine dell’800 e diffuso in tutto il ‘900, vacilla per i successi dello stato sociale. Sembra un paradosso, eppure è proprio il miglioramento delle condizioni di salute dovuto alla medicina di base, all’accesso alle diagnosi e cure specialistiche, ai progressi delle tecnologie farmaceutiche a determinare il poderoso allungamento delle vita che tende a prosciugare i risparmi pensionistici.

PerlaSmarrita, proprio oggi,  ha elaborato una serie di grafici su queste tendenze. [riportato qui sotto]

La pensione è un “salario differito” si diceva, accennando a Marx, nella seconda metà del’900.Tuttavia se questo risparmio sul salario non è più usato per capitalizzare nella vita attiva il “salvadanaio” della vecchiaia, ma per pagare le rendite degli attuali pensionati è del tutto evidente che l’attuale generazione dei sessantenni, settantenni, ottantenni (classi di età in cui sono prevalenti i politici ed i sindacalisti) sta rubando il futuro degli attuali ventenni e trentenni.

L’irresponsabilità etica dei fondamentali attori pubblici della attuale situazione (sindacati e governi, con la punta più alta negli anni ’70) sta preparando quello che in futuro potrebbe diventare un conflitto generazionale.

In questi giorni si può misurare con estrema precisione che la sinistra “congelatrice” e conservatrice (e che ci si ostina a chiamare assurdamente “radicale”) ha una visione che punta al passato.

Mentre è la visione della sinistra “riformista” quella che tenta di gettare lo sguardo al futuro.

Diceva Walter Veltroni nella parte nuovo patto fra le generazioni della sua relazione al Lingotto di Torino:

“Per fortuna – o meglio, per merito di quello stato sociale che i nostri padri hanno costruito per far fronte al rischio della malattia e della vecchiaia – l’età media si allunga. Nella sua recente Relazione il governatore Mario Draghi lo ha sottolineato con estrema chiarezza: nel 2005 vi erano 42 ultrasessantenni per ogni 100 cittadini. Ve ne saranno 53 nel 2020 e ben 83 nel 2040.

È una buona notizia. Non è una disgrazia che ci cade tra capo e collo. Una disgrazia la può diventare solo se noi saremo conservatori, pretendendo di fare fronte alle nuove insicurezze e ai nuovi problemi – almeno in parte connessi ai nostri stessi successi – con le vecchie ricette.

Pensate alla portata straordinaria dell’innovazione introdotta più di trent’anni fa nella previdenza pubblica dall’adozione del sistema cosiddetto a ripartizione, che sostituiva quello a capitalizzazione, nel quale ognuno versava i contributi “per sé”: io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione… e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni.

È solo un esempio di metodo, che faccio per dimostrare come il dinamismo economico e sociale – ed un più elevato grado di giustizia sociale – possa essere sorretto da un patto tra generazioni che sappia ispirarsi ai valori eterni di solidarietà ed eguaglianza, ma anche modificare profondamente gli strumenti e le politiche per attuarli.

È su quest’ultimo terreno che abbiamo accumulato un ritardo. Perché non siamo stati sempre fedeli interpreti di quel principio di distinzione tra destra e sinistra che enunciò tanti anni fa il più giovane vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, quando rispose: destra e sinistra? La prima, è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi. La seconda, è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati.”

E, ancora, dice oggi Giuliano Amato, in occasione della presentazione di Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?, Il Mulino 2007

 

 

L’Italia, oramai è cosa risaputa,  ha il tasso di invecchiamento più alto del mondo.  Non sono un’esperta, ma ho provato a ragionare su questo, su quel che significa per la società italiana  e, in particolare sull’argomento che sta tenendo banco: la riforma delle pensioni. Ed ho provato a ragionare raggruppando i dati  disponibili sulla popolazione italiana  e costruendo, con l’ausilio delle tecniche di proiezione demografica,  un grafico (che nel linguaggio tecnico è chiamato istogramma)  che fa capire benissimo che nel giro di pochi anni la situazione diverrà catastrofica.

Questo blog non è una rivista specializzata,  non è destinato ai puristi  e/o agli studiosi della materia, quindi nessuno si scandalizzerà se il grafico presenta qualche imperfezione e qualche sbavatura. Quindi di seguito vedrete quella che è la rappresentazione grafica della distribuzione della popolazione in Italia   e come è cambiata nell’arco di tempo di un secolo.

Nel grafico N°1 vediamo che la distribuzione ha la forma di una piramide dove alla base ci sono i nuovi nati con stratificazioni successive sempre più ristrette fino ad arrivare al vertice. Questo vuol dire che i nati nel 1930 sono tantissimi rispetto a ogni barretta rappresentante le classi d’età successive.

Nel grafico N° 2, la situazione  anno 2000, va diversamente. La base si è ristretta notevolmente a causa del crollo delle nascite, mentre va aumentando, creando una sorta di rombo, l’ampiezza di ogni classe d’età sopra i 45/50 anni, rispetto al grafico numero uno; questo è possibile perché la vita media si è allungata  toccando record nella fascia d’età tra i 65 e i 75 anni, sempre rispetto al primo grafico.

Il grafico N°3 non fotografa più una situazione reale ma proietta il dato per il 2030 in base alle previsioni che si possono trarre dal trend  di crescita e distribuzione. Come si può notare è un grafico a fungo,  praticamente ribaltato rispetto al primo, con crollo delle nascite e aumento della popolazione anziana.

Legenda:

ü        La popolazione indicata non tiene conto delle nascite e dei residenti immigrati

ü        istogramma orizzontale dove a destra sono collocate le femmine e a sinistra i maschi

ü        ogni barretta rappresenta una classe di età.

Partendo dal presupposto che sono gli adulti che lavorano che garantiscono,  con i loro versamenti, la pensione degli anziani, è facile intuire che già oggi, ma sarà ancor più vero tra qualche anno, che non ci saranno più lavoratori sufficienti a rimpinguare le casse dell’INPS per il pagamento delle pensioni.  Durante gli anni, parlando solo delle riforme recenti (per eventuali  approfondimenti vi rimando ai post di AMALTEO  sull’argomento),  si hanno le riforme:

Amato – 1992

Dini – 1995

Maroni – 2004

Si  eleva da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti Contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi Il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva. Dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato Dal 2008, il pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall’età.

pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l’età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

 

Vediamo due questioni spinose sul tappeto, che stanno mettendo a rischio il governo Prodi:

  • ·       L’Italia è tra le nazioni che ha la soglia d’età  per andare in pensione più bassa d’Europa, ed un giorno si e l’altro pure dalla UE arrivano raccomandazioni per mettere mano alla riforma delle pensioni.
  • ·         La promessa in campagna elettorale, da parte di Prodi & company, di abolire il cosiddetto scalone previsto dalla   riforma Maroni. Ed è  sulla base di questo patto che l’estrema sinistra si batte molto per l’abolizione dello scalone, perché  (secondo loro) lo scalone colpisce   fondamentalmente gli operai, visto che quelli che hanno fatto  l’Università, si sono specializzati e hanno iniziato a lavorare tra  24 e i 30 anni, non sono colpiti dallo scalone. Sono colpiti i  ragazzi che a 20 anni erano già in fabbrica.  Quindi, se si deve  innalzare l’età della pensione lo si faccia – per esempio – per i  giornalisti e per i notai, ma non per gli operai che hanno passato  35 anni in produzione.

 

Ma chi parla di chi un lavoro non ce l’ha ancora? Di chi, soprattutto nel meridione d’Italia – non è più giovanissimo, ma neppure in età pensionabile-  vive di lavoro precario (come la sottoscritta) con contratti precari e discontinui che non prevedono, o prevedono solo per alcuni periodi, la copertura dei contributi? A giugno è scaduto il termine per la destinazione del TFR. A me è venuto da ridere perché dopo 18 anni di lavoro io non avevo un TFR da destinare. E come me, tantissimi. Io vedo nero, molto nero, il mio futuro, stando così le cose.

 Mi piacerebbe molto conoscere la vostra opinione sull’argomento.


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