“Destra”, “Sinistra” e i carnefici di Salò. A proposito della mutazione di identità

Si dice “Destra”. Si dice “Destre”.
Si dice: Fini, con il congresso di Fiuggi, ha “sdoganato” l’MSI – Movimento sociale italiano.
Si guarda alla televisione Storace o la Santanchè. Come se dietro di loro non ci fosse il passato infernale da dove provengono.
Si dice destra e si dimentica la Repubblica di Salò e la feroce occupazione dell’Italia del Nord, in alleanza con i nazisti e le SS.
Si dice destra.
E allora sarà bene ricordare in che modo la Banda Caritàtorturava gli oppositori al regime fascista. Lo scritto che copio qui sotto è solo una introduzione, edulcorata dagli aspetti più cruenti, come l’uso della fiamma ossidrica di cui parlano altri libri di storia e che si vede in Roma Città aperta di Rossellini.

Scheda storica:
Nel luglio 1944 Mussolini decise di militarizzare il Partito fascista repubblicano. Tutti gli iscritti dovevano arruolarsi nelle Brigate nere, nuovo corpo armato che andava ad affiancarsi all’Esercito, alla Guardia nazionale repubblicana (che aveva compiti di polizia e ordine pubblico) e ai corpi paramilitari (SS italiane, X Mas, ecc.).
Le Brigate nere furono le principali responsabili del clima di terrore e di violenza che caratterizzò l’ultimo anno di guerra nel nord Italia. Come sottolineato dal teschio disegnato sulla bandiera nera, i fascisti avevano il culto della morte, che veniva elevata a simbolo. L’azione armata non era un mezzo, duro e necessario in una guerra, ma arrivava a costituire il fine stesso di un’esistenza e di una pratica militare totalmente votate alla violenza più selvaggia e indiscriminata. 

I carnefici di Salò

un commento di Franco Giustolisi al libro:

Primo de Lazzari, “Le Ss italiane”, Teti Editore, pp.227

 

Primo de Lazzari nel suo libro antologico ci ricorda gli orripilanti misfatti delle Ss italiane. Lettura da consigliare vivamente ai revisionisti di oggi.

Divisa tedesca. Armi tedesche. Sul cinturone la sinistra fibbia con il teschio incrociato dalle ossa. L’unica differenza: le mostrine rosse sulla giubba.
Uccisero i loro connazionali a Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto, a Fivizzano, a Bucine, a Cavriglia, a Civitella della Chiana e altrove. Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti che hanno raccontato il loro stupore sentendo quei massacratori parlare la loro lingua, qualche volta addirittura con inflessioni locali. Si avventarono con i loro simboli di morte, che fecero diventare effettivi, su bimbi in fasce che potevano essere loro figli. Su donne che potevano essere loro madri o sorelle. Su vecchi, dell’età dei loro padri, che forse non erano mostri, ma mostri generarono. Sono, anzi erano, per fortuna, le Ss italiane. Ne scrive in un libro che riporta appunto questo titolo “Le Ss italiane”, Primo de Lazzari. E’ una sorta di antologia: contiene tutte le notizie possibili su questo tragico e squallido passato, molte tratte da pubblicazioni già note, alcune inedite.

Oggi che si tenta disperatamente di dar corpo ad un revisionismo altrettanto tragico e squallido, è essenziale leggere o rileggere quel che fu la republichetta di Salò.Anche assai recentemente ci hanno provato con uno sceneggiastro, “La guerra è finita”. Sua tesi di fondo: c’erano i buoni e i cattivi in un versante e nell’altro. A parte l’ovvietà di una simile considerazione, da un punto di vista storico e politico insieme, la risposta non può essere che univoca: quelli, le Ss italiane e gli altri delle tante bande, erano tutti criminali. Si dice, si è detto che fu la reazione degli onesti – ma trovo questo termine improponibile assegnato a loro – la reazione al tradimento del re e di Badoglio: quell’aver rovesciato Mussolini, quell’aver proclamato l’armistizio.

Se tradimento vi fu, e vi fu, è stato quello di aver abbandonato, come fecero i Savoia e i loro cortigiani, i nostri soldati senza direttive, senza ordini. E di questo hanno risposto al popolo che ha cancellato per sempre la monarchia dal nostro paese.

Ma quegli assassini, le Ss italiane e gli altri, tutti, assassini o complici di assassini, nessuno escluso compreso un ministro dell’attuale governo che si vanta del suo passato, in nome di chi sterminavano civili, torturavano e impiccavano partigiani? In nome della civiltà offesa, dei trattati calpestati? Hitler e Mussolini: due dittatori, non avevano il diritto di parlare a nome di nessuno. La civiltà e i trattati furono loro due a calpestarli.

Chi ha cercato malamente di coprirsi con così alti concetti, quelli della lealtà e della continuità, è nel migliore dei casi un illuso; ma rimane, come gli altri, anche un assassino. Delle centinaia di migliaia di prigionieri italiani, dai seicento ai settecentomila rinserrati dai tedeschi, in lager caratterizzati da condizioni disumane, solo un’infima minoranza, poco più dell’uno per cento, aderì, in molti casi anche per fame e per tentare successivamente la fuga, (e molti furono per questo fucilati) alle lusinghe del nazismo e del fascismo. Si calcola che le Ss italiane, in parte arruolate anche in Italia, siano arrivate ad un massimo di diecimila. Furono impiegate quasi esclusivamente nelle operazioni antipartigiane e negli eccidi dei civili. Prima di arrendersi immediatamente alle truppe alleate, macchiarono in modo indelebile ogni concetto di onore, di umanità, di solidarietà. Con ferocia inaudita si battevano contro coloro cui questo paese è grato per aver consentito una pace meno spietata di quella che il fascismo si sarebbe meritata, e per aver posto le premesse della nostra costituzione: i partigiani.

Dal libro di de Lazzeri traiamo alcune pagine significative: il giuramento dei legionari delle Ss, un profilo di uno di loro, il maggiore Mario Carità e il sistema che praticavano comunemente, cioè la tortura. Ma, attenzione, questo non deve far pensare assolutamente che quelle descrizioni che leggerete, siano eccezioni, casi limite. No. Le Ss italiane e i loro commilitoni in camicia nera erano e sono, per chi vive ancora, tutti assassini.

Il giuramento: «Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici, sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco, e quale soldato valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento».

«La banda Carità: Dopo l’8 settembre 1943 fu costituito a Firenze un ufficio di polizia denominato “Reparto di servizi speciali (Rss), nominalmente dipendente dalla 92a legione della Milizia e diventato poi tristemente famoso come “banda Carità” dal nome del suo comandante, il seniore Mario Carità. Costui, nato a Milano nel 1904, poco più che quindicenne si era già reso noto a Lodi, ancor prima della marcia su Roma, per aver partecipato alle violenze delle squadre fasciste di Luigi Freddi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva preso parte alla campagna di Grecia al comando di una compagnia di camicie nere. Componevano lo stato maggiore della banda il capitano Roberto Lawley, il tenente Piero Koch, Ferdinando Manzella, il colonnello dell’aeronautica Guido Simini, i tenenti Armando Tela ed Eugenio Varano.

Complessivamente, con tutte le sue squadre, i servizi e i collaboratori, la banda era composta da circa 200 persone, 178 delle quali furono poi imputate per vari omicidi e torture al processo celebrato dopo la Liberazione: gente d’ogni specie, per lo più delinquenti comuni già condannati per furti, rapine, scassi e altri delitti. Facevano parte della stessa due sarcerdoti: un frate, padre Ildefonso, al secolo  Alfredo Epaminonda Troia, nato ad Arcinazzo, nel 1915, che era solito assistere alle torture dei patrioti suonando al pianoforte canzonette napoletane ol'”Incompiuta” di Schubert; e don Gregario Baccolini, cappellano delle SS e propagandista del Partito fascista repubblicano».

«Il Carità, scoperto alla fine della guerra da una pattuglia americana in una casa dell’Alpe di Siusi (Alto Adige), tentò di difendersi con le armi quando due militari entrarono nel suo appartamento, ma questi non gliene diedero il tempo, facendo fuoco prima di lui e freddandolo. Il resto dei componenti la banda venne catturato dopo la Liberazione.

Processati alla Corte d’Assise di Lucca nel giugno 1951, alcuni di essi furono condannati all’ergastolo, altri a pene minori, altri ancora assolti per insufficienza di prove, o con formula piena…» (Ma intervennero condoni e amnistie varie che abbreviarono enormemente i tempi della pena, n.d.r.).

La tortura: «…Si cominciava dal mettere gli arrestati in condizione di non difendersi: ammanettati, incatenati, legati alle seggiole, appesi agli uncini; poi, su queste vittime, inermi ed inerti, cominciava la gragnuola delle percosse… Si cominciava con gli schiaffi e coi pugni, poi Carità si metteva i guanti del pugilato con liste di piombo, oppure il pugno di ferro, o il famoso anello acuminato che feriva come uno scalpello. E poi venivano gli strumenti: mazze, bastoni, frustini, staffili, fruste terminate da pallottole di piombo; e poi sul corpo denudato delle vittime il pestaggio eseguito con scarponi chiodati da veri esecutori a turno, unghie divelte e piedi e mani rovesciati; spilli infissi tra l’unghia e la carne; dita scarnite a furia di percosse, o macerate dagli scarponi; vegliare in piedi ininterrottamente per sette giorni e sette notti (Anna Maria Enriques), stare una settimana senza bere, come insieme, con tutti gli altri strazi toccò al Bocci; ingurgitare acqua bollente da un imbuto introdotto a forza nella bocca (Petrini); lobi e padiglioni delle orecchie attanagliati con pinze; labbra tagliuzzate col pugnale, stiramento dei testicoli, le piante dei piedi sistematicamente staffilate. Ognuno di quella congrega di malviventi faceva a gara per trovare sistemi più raffinati, per superare il collega in ferocia o in spirito inventivo….

Nodi insanguinati, la corda intorno alle tempie, il cerchio di ferro che stringeva la testa fino a fare svenire. La “scatolina con l’animaletto”: lo scarafaggio dentro il barattolo applicato allo stomaco nudo: e le zampe uncinate e le mandibole che si scavano una strada nella carne per uscire…”.

Dalla sentenza contro l’SS tenente Odorico Borsatti: “..per avere cagionato con sevizie la morte dei patrioti Silvio Marcuzzi-Montes, Severino Stacul-Lupo e altri, fra cui il commissario politico Poldo (Enrico Da Ponte, dirigente dei Gap) legato con gli arti estremi a due cavalli posti in direzione opposta e poi squartato dagli stessi, incitati con la frusta ad allontanarsi l’uno dall’altro. In un solo giorno dieci patrioti sconosciuti furono fucilati da un plotone comandato dal Borsatti». La punizione inflitta ad uno di loro che aveva rubato.

«Lorenzo Belli: fu percosso a sangue, gli furono legati i piedi alle mani posteriormente, messo ventre a terra e torturato con ferri roventi, poi fu legato e lasciato per tre giorni ad un palo, continuandogli le torture; gli fu cavato un occhio e bruciata l’orbita con ferro rovente, messogliene un altro in bocca e quando fu ridotto in fin di vita, condannato alla fucilazione, che fu preceduta da un manifesto che ne annunciava l’esecuzione perché servisse di monito del come la repubblica trattava i ladri, ecc… E la gente commentava: “finchè rubò agli altri ebbe premi e pace, ora che ha rubato al suo padrone vien torturato e fucilato”. Fu portato alla fucilazione legato su una sedia, coperto testa e petto da un cappuccio perché non si vedesse l’orrendo stato a cui era ridotto, e fu assistito pietosamente da un sacerdote di S. Paolo».

inhttp://www.ferritaglienti.com/Ricerche_Storiche/Ricerche_Storiche/Personaggi/personaggi.html

anche qui:


Ma, soprattutto, la persona di Carità divenne, agli occhi dell’opinione pubblica, l’immagine della ferocia[1].

Non mancarono episodi simili anche durante la breve sosta a Bergantino, nella tarda estate del 1944, dopo l’allontamento del reparto da Firenze. Il Rss, riorganizzatosi dopo la fuga precipitosa da Firenze, compì operazioni di rastrellamento e, nel corso delle stesse, azioni di vera e propria “guerra ai civili” della zona. Essa consistette nell’invio di molti arrestati (spesso semplicemente giovani renitenti alla leva, non necessariamente partigiani) in Germania presso i campi di concentramento o ai lavori forzati al Brennero.

Il motivo per cui il Rss viene ricordato ed è tristemente famoso è il ricorso alla tortura sistematica contro i prigionieri, sia a Firenze, sia a Padova. E’ forse questa la vera “novità” che contraddistingue l’azione del reparto. A Firenze, nella fase iniziale, si fece ricorso a pugni e a bastonate, come già era accaduto vent’anni prima per mano degli squadristi. Questo tipo di violenza  si può spiegare inoltre con la motivazione che il reparto era formato da molti ex componenti delle squadre d’azione, molto attive in Toscana. Benché non si possa parlare ancora di tortura vera e propria, le conseguenze sui prigionieri  – che, per giorni continui, dovettero subire bastonature sotto la pianta dei piedi, al costato, alle rotule e soffocamenti con l’acqua – furono nefaste.

La modalità cambiò a Padova: qui probabilmente la vicinanza organica e operativa al SD tedesco fece sì che il reparto adottasse metodi ancora più efficaci e violenti. Alle bastonature che si protraevano per giorni e che rendevano le vittime un ammasso di ossa e di sangue[2],  si affiancò l’utilizzo del telefono da campo. Questo strumento rendeva la tortura “pulita”, ma non meno tremenda, come ricorda il professor Zamboni, catturato  dal Rss:

 

“Appena entrato dal “comandante” vidi l’apparato che dava i brividi. Tutti gli ufficiali erano intorno al tavolo di Carità; ai lati dello stanzone erano disposti gli scherani; su un tavolo faceva mostra la triste “macchinetta”. […] Mentre uno mi applicava i fili elettrici, gli altri mi schernivano e dicevano: “Vedi che bella testa tonda da parroco”; e giù pugni. Entrò anche il più sanguinario, lo Squilloni, che senza pronunciare sillaba mi assestò due sonori schiaffi. Io non potevo parlare perché sussultavo sotto le scosse elettriche.In quel momento, e non potrò perdonare questo supremo atto di vigliaccheria, l’ex –prete Gastaldelli disse ironicamente ai degni compagni. “Ora gli facciamo dire anche il nome del tipografo”. E mi fece applicare i fili della corrente elettrica agli orecchi. Dio solo può perdonare tanto raffinata forma di martirio a chi l’ha fatta provare ai poveri sofferenti di Palazzo Giusti. Io caddi dalla sedia lungo disteso il pavimento e incominciai ad urlare; man mano che la corrente aumentava di intensità avevo l’impressione che al posto della testa avessi una fonte luminosa sprizzante scintille. E come gli urli divennero beluini, Carità ordinò che mi si tappasse la bocca. Il che fu fatto. Ma l’ex prete non fu appagato; il nome del tipografo non fu pronucnciato sotto il martirio, come non era stato pronunciato la notte tra il 30 ed il 31 dicembre, dopo sei ore, dico sei, di interrogatorio. Per molti giorni portai i segni delle percosse con un gran livido sotto l’occhio destro; tutt’ora la mano sinistra ha dei tendini accavallati, effetto della applicazione elettrica “[3].


[1]“Appunto per il Capo della Polizia Segnalano da Firenze che l’esecuzione di cinque renitenti alla leva ha provocato viva commozione nel popolino. Vengono narrati in proposito particolari pietosi sulla loro fine: si asserisce che alcuni militari del plotone d’esecuzione non avrebbero fatto  fuoco, cosicchè alcuni condannati sarebbero stati finiti a colpi di pistola, non intervenendo il comandante di plotone, dal Seniore Carità, che avrebbe agito con particolare cinismo”.Valdagno, 11 aprile 1944 XXII.. Istituto Regionale Storico della Resistenza Toscana, fondo ACS, Rsi, Segreteria Capo polizia, Divisione polizia politica, fasc. Firenze.

[2]Si pensi al caso del partigiano Giovanni Dal Maso (“Cavallo”), partigiano vicentino che fu catturato, come abbiamo già visto nel precedente paragrafo, l’ultimo giorno del 1944. Una battitura a base di sbarra di ferro e staffili procurò a Dal Maso la lesione permanente della spina dorsale. Dopo il selvaggio interrogatorio fu buttato su di un letto della infermeria di Palazzo Giusti come un sacco rotto, quasi in stato di coma. Come se non bastasse, per i quindici giorni in cui fu ricoverato in infermeria (dopo fu inviato all’ospedale militare tedesco di Abano Terme) era costantemente insultato dai componenti del reparto.

[3] UW, Fc, Padua trial, 13 folder, pp. 33-36, Esposto per istruttoria CAS di Zamboni prof. Adolfo del 26/07/45.

da: Riccardo Caporale, La banda Carità, 2005, editore San Marco Litotipo


Nota:
I topi del titolo evocano Maus (Maus: A Survivor’s Tale), una graphic novel (romanzo afumetti) di Art Spiegelman, ambientato durante la seconda guerra mondiale ed incentrato sulla tragedia dell’Olocausto, sulla base dei racconti del padre dell’autore, un sopravvissuto adAuschwitz.

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