evoluzione della civiltà letta attraverso la storia delle città., cittalia – Documento

Proseguiamo il racconto, iniziato nelle precedenti newsletter, sull’evoluzione della civiltà letta attraverso la storia delle città.

Le ferrovie furono determinanti per la nascita e la crescita di numerosi centri abitati e per la formazione di nuovi criteri di localizzazione poiché molte industrie sprovviste di materie prime poterono farle arrivare da terre lontane e a loro volta spedire i propri prodotti verso varie destinazioni. La prima rivoluzione industriale determinò anche altri cambiamenti tra cui la nascita di industrie siderurgiche presso le miniere di carbone. La rapida trasformazione delle diversificate modalità di produzione fu l’origine di un processo incontrollato e veloce che dal piano economico si ripercosse su quello sociale portando alla formazione di due nuove classi: la borghesia industriale ed il proletariato di fabbrica. In Inghilterra la prima arrivò alla fine del 1800 soppiantando l’aristocrazia fondiaria in campo politico ed economico. Queste trasformazioni avvennero spontaneamente, data l’assenza di leggi che regolassero l’accumulo del capitale, i sistemi di produzione e le condizioni di lavoro. Pertanto, “il rovescio della medaglia” del progresso economico fu l’acuirsi delle differenze sociali.

La svolta della comunicazione
Il progresso scientifico e tecnologico di fine Ottocento, che si manifesta in una varietà di scoperte, invenzioni, miglioramenti ruota essenzialmente intorno all’utilizzo dell’elettricità e all’impiego del motore a scoppio. Tuttavia sono le condizioni sociali ed economiche a rappresentare l’elemento saliente di un’accelerazione complessiva del progresso e della cultura in senso assai ampio.
Il passaggio dall’illuminazione a gas a quella elettrica, prima ancora che una questione di efficienza ed economicità è una richiesta e un’offerta di modernità, di adesione al progresso e alle novità tecnologiche da parte delle amministrazioni cittadine che per prime la installano.
Le prime grandi centrali che distribuiscono corrente elettrica su lunga distanza, anticipano di qualche anno i primi impianti di riscaldamento elettrico nelle case. Il basso costo dell’energia elettrica accelera la sua utilizzazione nell’industria rendendo spesso possibili processi tecnologici altrimenti impossibili. E accanto all’illuminazione le città elettrificano i propri sistemi di trasporto: tram, filobus, metropolitane. Quella di Parigi entra in funzione proprio all’inizio del Novecento creando le premesse per una diffusione delle periferie, che in pochi anni mutano il volto delle metropoli. Il bisogno di muoversi e comunicare con maggiore rapidità, che già nei decenni precedenti aveva trovato modo di manifestarsi attraverso lo sviluppo delle ferrovie, dei piroscafi, del telegrafo, entra ora in una nuova dimensione sempre più integrata con lo sviluppo dell’industria, della grande impresa e con gli interessi nazionali ed internazionali degli Stati.

Il trasporto motorizzato di massa
È l’invenzione del motore a scoppio, perfezionato da Daimler nel 1889, a costituire il supporto tecnico di una necessità sociale, il cosiddetto trasporto motorizzato di massa.
Inizialmente l’automobile è un prodotto elitario, ma grazie all’intuizione di Henry Ford, l’essenzialità e l’affidabilità meccanica tradotta in un prezzo accessibile per un vasto mercato, rivoluzionano il mondo dell’automobile stimolando un nuovo sviluppo industriale. A questo infatti si legano la crescita tecnologica e sociale con varie attività estrattive e produttive che vanno dal petrolio all’acciaio, dalle gomme alle strade ed alle stazioni di servizio.
Nel 1910, mentre negli Stati Uniti si raggiunge il mezzo milione di vetture registrate, il numero di autocarri supera appena i diecimila, benché sia ormai dimostrata la loro economicità e maggiore efficienza rispetto al carro trainato da animali. In questo caso sarà purtroppo la guerra a rappresentare un punto di svolta accelerando la produzione e il miglioramento delle singole parti, dimostrandone l’adattabilità e l’affidabilità.

Telegrafo, telefono e giornali
Durante il primo decennio del 1900 i cavi telegrafici sottomarini diventano linee di trasmissione veloce, rendendo più semplice, rapido e diffuso il livello della comunicazione. Al telegrafo si affianca il telefono che permette il collegamento tra diverse città.
L’impulso dato alla comunicazione dalle scoperte e dalle applicazioni delle onde elettromagnetiche è ampio e prevede diversi settori della vita pubblica. Ne beneficia, ad esempio l’attività d’investigazione della polizia, il mondo del commercio, della finanza e dell’amministrazione pubblica. Il terreno sul quale le nuove comunicazioni inducono maggiori cambiamenti è tuttavia quello dell’informazione che può così raggiungere ogni parte del mondo. Ed è soprattutto l’acquisizione in contemporanea, si vale a dire in differita di poche ore, delle notizie degli avvenimenti più importanti a segnare una svolta decisiva nell’integrazione e “nell’interconnessione della conoscenza”. La cultura della notizia che riassume il nuovo corso della professione giornalistica a cavallo tra ‘800 e ‘900, si allarga grazie alla diffusione della stampa quotidiana.

Il gap economico del Regno Unito rispetto agli altri Paesi d’Europa
La prima rivoluzione industriale crea un primo significativo squilibrio tra il livello di sviluppo economico britannico e quello del resto del mondo: nel 1800 l’industrializzazione del Regno Unito è il doppio di quella dell’Europa nel suo complesso e quella europea è di appena ¼ superiore a quella di Cina ed India prese separatamente. È con la seconda rivoluzione industriale, tuttavia, che la disparità cresce vertiginosamente. Nel 1900 l’industrializzazione britannica è ancora di gran lunga la più avanzata, ma le percentuali degli altri Paesi testimoniano la graduale distanza tra Occidente e resto del mondo: gli Stati Uniti sono al 69% della Gran Bretagna, la Germania al 52%, la Francia al 39%, il Giappone al 12%, la Cina al 3% e l’India all’1%.
Nel 1913 la Gran Bretagna raggiunge il 115% rispetto a tredici anni prima, superata dagli Stati Uniti con 126%, il Giappone e la Russia il 20%.
Attorno a questa dinamica economica ed insieme ad essa si sviluppa un’analoga sperequazione sociale e culturale, che trova legittimazione nel potere politico coloniale e nelle conquiste. La distanza tecnologica che il mondo occidentale pone fra sé ed i popoli dei Paesi conquistati sintetizza in modo evidente lo squilibrio economico che si è creato. Accanto a questo crescente dislivello aumentano i contrasti interni all’Occidente, con l’aggiunta, in tono minore, dell’Europa orientale e del Giappone. Questi contrasti si manifestano come sfida all’egemonia britannica, seppure in termini di alleanze e di riorganizzazione geopolitica dell’equilibrio internazionale, più che come scontro diretto tra Stati. La logica delle coalizioni a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, si forma in tempo di pace e precede la guerra invece di accompagnarla, come era accaduto in passato.

La seconda rivoluzione industriale
Nel 1901 i 390 milioni di europei rappresentano il 24% della popolazione del pianeta. La produzione europea di beni costituisce, invece, ben oltre la metà di quella mondiale.
La seconda rivoluzione industriale, alla quale abbiamo accennato prima, che si manifesta pienamente a cavallo dei due secoli, è caratterizzata da una crescita rapida e costante della produzione, dall’emergere di nuovi settori industriali che raggiungono o superano per importanza quelli esistenti, dall’introduzione e diffusione di nuove tecnologie, da una forte mobilità sia geografica che sociale.
Il prodotto interno lordo pro capite cresce mediamente ogni anno (dal 1890 al 1913) dell’1,8% negli Stati Uniti, dell’1,6% in Germania, 1,5% in Svezia e in Francia, dell’1,3% in Italia, dell’1,2% in Spagna, 1% in Gran Bretagna, 1,4 in Cecoslovacchia e Giappone, dello 0,9 in Russia. L’equilibrio tra le principali potenze economiche si modifica: il centro dell’Europa diventa il nuovo motore dell’espansione industriale, mentre le aree meridionali ed orientali continuano a produrre principalmente per l’agricoltura.
La nuova ricchezza degli Stati, come anche l’arricchimento delle classi dirigenti e la formazione di nuove elite industriali, finanziarie e mercantili, convive con la povertà di gran parte della popolazione, soprattutto nelle campagne. Non è un caso che, proprio nel corso di questo periodo, quasi tutti i Paesi conoscano tra le priorità e le emergenze una “questione sociale” che in molti casi si protrarrà per decenni.
La classe operaia cresce numericamente in maniera esponenziale (nelle principali città tedesche, nel 1900, il 60% degli occupati lavora nell’industria, contro il 33% di venticinque anni prima) ed aumenta anche la sua frammentazione interna. Essa è ormai prevalentemente di origine urbana, anche se nell’Est europeo le cose continuano ad andare in modo diverso: nella Mosca del 1900, il 90% degli operai proviene dalle campagne e mantiene con esse, soprattutto la componente femminile, un forte legame. Anche i salari non sono ovunque gli stessi, crescendo in genere con il livello di meccanizzazione. Il salario orario medio di un operaio di New York o Chicago, all’inizio del XX secolo è il doppio di quello di Londra, due volte e mezzo quello di Berlino e quasi quattro volte quello di Bruxelles o Milano.

Le metropoli e le città industriali diventano i veri poli di richiamo
La trasformazione della seconda rivoluzione industriale colpisce in maniera importante le zone rurali. Dopo il crollo dei prezzi nel corso della depressione, dovuto ad una sovrapproduzione e alla diminuzione dei costi dei trasporti, la ripresa della produzione americana del grano e del cotone e la fine della siccità australiana favoriscono una nuova dinamica economica. Accanto ai prezzi cresce la diversificazione della produzione e il consumo di carne, prodotti caseari, frutta e verdura. I dazi protettivi sono la misura scelta quasi ovunque; in Gran Bretagna, Danimarca e Olanda si punta invece sulla meccanizzazione dell’agricoltura e sulla diversificazione delle colture. Ed è dalle campagne che parte il grande movimento della storia verso le città e le regioni industriali, una migrazione che ha come motivazione la volontà di migliorare la propria condizione di vita con nuove opportunità.
Le metropoli e le città industriali sono i poli di maggiore richiamo. La popolazione urbana passa, in Gran Bretagna, dal 35% dell’ultimo decennio del 1800 al 44% del 1911; in Germania dall’8% al 21%; in Francia cresce ogni anno di 725 mila unità. Londra vede aumentare i suoi abitanti da 5 a 7,5 milioni, Berlino da 1,5 a 2,1 milioni, San Pietroburgo da uno a due milioni, Dusseldorf da 145 mila a 400 mila abitanti. Si consideri che a Parigi, nel 1910, solo il 35% degli abitanti è nato nella capitale. Le città in cui si emigra sono in genere centri industriali e minerari, ma anche commerciali e finanziari: Rotterdam, ad esempio, si sviluppa quanto Amsterdam. Coloro che arrivano nelle città si pongono in genere nei gradini più bassi della scala sociale ed il costo della vita spesso vanifica anche i salari più elevati. Una più articolata stratificazione della società rende comunque la speranza della mobilità sociale verso l’alto una possibilità concreta. I maggiori spostamenti avvengono all’interno dei diversi settori della classe media: la borghesia è più impermeabile e la classe operaia più isolata, sebbene quantitativamente continui a crescere.

L’industrializzazione nelle città americane
Durante la seconda metà del XIX secolo il capitalismo industriale comincia ad affermarsi nelle regioni nord-orientali degli Stati Uniti essendo nate molte industrie tessili per la lavorazione del cotone prodotto nei territori del Sud. Ma i settori dominanti diventano ben presto quello siderurgico e meccanico, concentrati nel distretto appalachiano, ricco di carbon fossile e vicino alle zone più densamente popolate. Lo sviluppo statunitense, che ha trovato il primo impulso nella mentalità aperta alle innovazioni e all’imprenditorialità tipica della società anglosassone, riesce a realizzarsi però grazie alla massiccia ondata di immigrati provenienti dall’Europa, che con il proprio lavoro valorizzano le immense risorse offerte dal territorio. Altri fattori di sviluppo dell’industria americana sono da ricercare nella vastità del mercato interno, potenziata dall’espansione del popolamento verso ovest e come abbiamo già ricordato, dalla rete di comunicazioni ferroviarie e fluviali. La necessità di collegare le opposte sponde oceaniche degli Stati Uniti, nel 1914, induce ad intraprendere il taglio dell’Istmo di Panama con la costruzione dell’omonimo canale.
L’industria americana si organizza quindi in concentrazioni finanziarie a struttura orizzontale (cartelli) e verticale (trust) che diventano ben presto molto potenti anche sul piano politico, tanto da indurre il Parlamento ad emanare leggi anti-trust.

Uno sguardo agli altri continenti
Tra il 1890 e il 1914 l’Argentina assiste alla crescita del reddito pro capite più importante della sua storia. La produzione di pecore è la più alta nel mondo, fatta eccezione che per l’Australia.
L’esportazione di lana si triplica in dieci anni e la richiesta di grano dall’Europa cresce con la stessa intensità. Tra il 1880 e il 1910 giungono dalla Spagna (30%) e soprattutto dall’Italia (45%) 3,2 milioni di immigrati, su una popolazione che nel 1880 è di 2,5 milioni di abitanti.
“L’età dell’oro” dello sviluppo economico argentino coincide con una relativa stabilizzazione della politica interna. Lo sviluppo delle altre nazioni sudamericane conosce un andamento più lento e meno intenso, tanto nella crescita della popolazione che in quello della produzione, delle esportazioni e del reddito e prodotto interno. In Cile l’esportazione dei beni agricoli è indebolita dalla concorrenza di Argentina e Canada e dall’apertura del Canale di Panama per quanto riguarda i mercati sul Pacifico.

L’industrializzazione del Giappone avviene dopo il 1867 riuscendo a dare una svolta positiva ad una situazione che in altri Paesi aveva invece portato ad uno stato di sottomissione alle potenze occidentali. La rottura dell’isolamento giapponese è un fatto forzato voluto dagli stati Uniti che bisognosi di mercati di sblocco per la propria industria in forte espansione arrivano, nel 1854, ad imporre coercitivamente l’apertura al commercio dei porti nipponici. Il paese reagisce all’intrusione aprendosi alla modernizzazione tanto da competere con l’Occidente recuperando il proprio ritardo nell’industrializzazione. La crescita e l’espansione economica si sono man mano andate realizzando puntando sulla riduzione dei costi di produzione, sull’ottima organizzazione delle imprese, sulla ricerca scientifica e l’innovazione, la presenza di porti assai organizzati, lo sviluppo della navigazione.

La modernizzazione delle società europee
I tempi e i modi in cui l’urbanizzazione e l’industrializzazione trasformano le società europee mutano da un Paese all’altro. Tuttavia in tutte le nazioni si assiste a trasformazioni che hanno un denominatore comune coinvolgendo simultaneamente le istituzioni pubbliche, le diverse classi sociali, i singoli cittadini. Tutti i governo infatti si trovano a dover fronteggiare gli effetti della modernizzazione, che non possono più essere affrontati con le politiche assistenziali o repressive che avevano caratterizzato il XIX secolo.
L’educazione e l’alfabetizzazione di massa rappresentano un obiettivo prioritario in tutta l’Europa. Nel 1901 in Germania la quota del bilancio pubblico destinata all’istruzione è del 12%, in Gran Bretagna del 10%, dell’8% in Francia e solo del 5% in Spagna. In Italia, nel 1912, circa il 90% dei bambini dai sei ai dodici anni, in Piemonte e Lombardia va a scuola, ma solo il 30% in Calabria e in Basilicata. La nostra media nazionale di analfabetismo è del 47%, che scende al 15% nel Nord-Ovest e sale al 70% nel Sud. Ma la diffusione e la penetrazione dell’alfabetizzazione non avvengono solo l’azione dei governi. È in questi anni che inizia ad emergere una nuova valenza di cultura popolare che diventa nei decenni successivi più importante e diffusa. Le nuove leve di cittadini alfabetizzati domandano letture confacenti al proprio livello culturale: aumenta la letteratura d’intrattenimento a basso costo che viene venduta nei chioschi delle stazioni e dei tabaccai. Vi sono giornali quotidiani che si rivolgono alle classi medio-basse della società. In Inghilterra il “Daily Mail”, fondato nel 1896, vende nel 1900 già un milione e trecentomila copie. A Parigi il “Petit Parisien” nel 1902 ne vende un milione, mentre il quotidiano berlinese “Berliner Morgenpost” ad inizio secolo sfiora appena le duecentomila copie.

La diminuzione delle ore di lavoro ed il graduale aumento dei salari sono il requisito per la nascita del divertimento di massa, ma lo sono anche la diffusione dei trasporti urbani a costi sempre più bassi e la possibilità di coinvolgere le diverse categorie di cittadini con strutture ed ambienti adeguati ad eventi collettivi.

E sarà da qui che ripartirà il nostro viaggio attraverso la storia delle città.

Bibliografia:
Said, Edward W., Cultura e Imperialismo, Gamberetti editore, 1998
Thiesse, Anne Marie, La Construction des identites nationales en Europe, Paris, Seuil, 1999
Mayer, Arno, Il potere dell’Ancien Regime fino alla prima guerra mondiale, Laterza, 1999

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