L’Italia (ancora) in attesa della rivoluzione wi-fi

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L’Italia è un caso a parte. Il cosiddetto decreto Pisanu, varato nel luglio 2005 su iniziativa dell’allora ministro dell’Interno, in seguito agli attentati terroristici di Madrid e Londra, prevede che chiunque voglia offrire connessioni internet pubbliche debba richiedere una licenza al questore e, soprattutto, identificare tutti gli utenti. Il cliente, in pratica, deve dare la sua carta di identità al gestore, che la fotocopia e tiene un registro. Solo allora si può navigare.

Il bar del Chiostro del Bramante a Roma, uno dei pochi locali pubblici che offre ai propri clineti la connessione wi-fiIl risultato di questo meccanismo piuttosto complicato era prevedibile.Gestori di locali pubblici, direttori di musei e centri culturali, le stesse amministrazioni comunali, devono sobbarcarsi un grosso lavoro burocratico se vogliono offrire unhotspot. E gli utenti non gradiscono il fastidio di dover dare la propria carta di identità, aspettare la registrazione, ricevere un codice e finalmente poter aprire il portatile. Così in Italia esistono appena poco più di quattromila punti di accesso pubblici, mentre la Francia ne ha oltre 30mila, la Gran Bretagna circa 28 mila, la Svezia 7.700 nonostante una popolazione molto inferiore. Nel nostro Paese l’uso del wi-fi è praticamente sconosciuto, e tutti corrono dietro alle chiavette Umts rischiando di intasare la rete cellulare.

«È il più classico dei problemi di Bauman: più sicurezza o più libertà?

da: VoceArancio » Blog Archive » L’Italia (ancora) in attesa della rivoluzione wi-fi.

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