Quando le rivoluzioni ci colgono di sorpresa, February 1, 2011, FRANCESCA PACI PER LA STAMPA

Imparare dalla storia
«Gli ingredienti erano tutti lì, la disoccupazione, l’ineguaglianza, la repressione: tra colleghi non facciamo che chiederci perché non abbiamo previsto l’Egitto» ammette Tim Stevens, esperto dell’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence del King’s College di Londra. Il nodo, sostiene, è la variabile imprevedibile della Storia: «Ancora discutiamo di quando non capimmo la fine del comunismo: non si può prevedere il futuro». Se fosse possibile, osserva il politologo della Carnegie Moises Naim, qualcuno sarebbe miliardario: «Pensate all’interesse delle intelligence, c’è un’industria che lavora a capire come andrà il mondo, un vero business. Ma come nei pronostici finanziari, quando c’è un sentore non c’è comunque tempistica certa: posso dire che nel 2011 ci sarà un disastro naturale da migliaia di morti, non quando. E poi c’è la Tunisia, un Paese con una crescita del 3,5% da 15 anni, estraneo all’estremismo islamista, moderno. Chi avrebbe scommesso sul crollo?». Le rivoluzioni sparigliano perché spezzano i trend, insiste l’analista del German Marshall Fund Ian Lesser: «E’ vero che non impariamo mai, ma la velocità impressa alla Storia dai nuovi media rende tutto più difficile. Un’idea potrebbe essere sbirciare più spesso i blog e Facebook».

I nuovi media
Internet, certo. Secondo il direttore del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv Rabi Uzi è la benzina della rivolta che sta contagiando la regione: «Il Medio Oriente ha avuto uno sviluppo incredibile in questi dieci anni, e siamo solo all’inizio. In Egitto c’è una cyberivoluzione in corso che vent’anni fa sarebbe stata impensabile. Oggi invece la gente va in piazza, filma e in tempo reale mostra al mondo cosa sta accadendo». I politologi insomma devono aggiornarsi, concorda Tim Stevens: «Non sarebbe successo nulla senza i media: una piccola protesta subito repressa, come al solito. Ma ora tutto accade rapidamente: la Tunisia ha acceso i riflettori e gli altri popoli della regione hanno compreso che era arrivato il loro momento battendo sul filo di lana politologi e politici». E adesso? Ian Lesser accetta la provocazione: «Direi che la prossima settimana Mubarak non sarà più al potere…».

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