Inauguration Day di Obama: Four More Years: Impressioni da Washington, di Loredana Lucherini

Four More Years: Impressioni da Washington

 

Avevo trascorso la notte del 6 novembre, l’Election Night, al Consolato Americano di Milano. Alternando a momenti di entusiasmo –devo dire collettivo- momenti di angosciosa fibrillazione: la paura di una vittoria di Mitt Romney e di ciò che avrebbe comportato anche per l’Europa.

All’alba, uscendo dal Consolato, avevo già preso la mia decisione: sarei andata a Washington. Sarei stata testimone dell’ Inauguration Day di un presidente afroamericano rieletto. Avrei detto: io c’ero!

Il tempo è stato “clemente” proprio fino al 21 gennaio, giorno della cerimonia, freddo ma senza quel vento tagliente che ti impedisce di camminare.

Quest’anno l’ Inaguration Day coincideva con il compleanno di Martin Luther King, che è festa nazionale in tutto il paese, è il National Day of Service. Così, agli imponenti preparativi per una grandiosa festa popolare, quale è l’inaugurazione di un presidente, si univa la forte tensione ideale di ripercorrere la lunga marcia degli afroamericani verso l’emancipazione.

Washington è una città a maggioranza afroamericana e fedelmente liberale, il che spiega perché abbia seguito Barack Obama con fervore quasi religioso. E Obama ha restituito questo amore visitando e salutando la gente dei vari quartieri, mai gratificati prima da un sorriso presidenziale –se si esclude il breve periodo di John F. Kennedy, che richiamò a Washington migliaia di cittadini idealisti animati da vero spirito di servizio.

Se andate al di là del fiume Anacostia –che insieme al Potomac circonda la città- trovate una delle più antiche e autentiche comunità afroamericane di Washington. Qui, ho visto affissi sulle facciate delle casette che si susseguono lungo M.L.King Ave manifesti di King e di Obama con la scritta “The Dream and The Reality” o lo slogan “Rosa sat so Martin could walk, Martin walked so Obama could run, Obama is running so our children can fly!”.

Alla fine di una giornata memorabile, dopo il giuramento del Presidente al Campidoglio, il suo sguardo commosso sulla immensa folla, e la sfilata lungo la Pennsylvania Ave che dura tutto il pomeriggio, è il momento dei Balli! Sono feste organizzate un po’ ovunque, dove potete incontrare celebrità come Josè Feliciano, Stevie Wonder, e i latinos  che stanno soppiantando le comunità nere e tengono fantastiche serate di karaoke. Il presidente Obama quest’anno ha partecipato a un solo ballo –Bill Clinton ne visitò 14!

Sì, Obama è oggi un uomo provato. Ha perso parte del suo smalto iniziale, eppure le sue posizioni –non più vincolate dall’assillo di una rielezione- sembrano più chiare e coraggiose. Molte sono ancora le speranze riposte in lui: gli si chiede di non essere solo un presidente, ma di diventare un leader. Analizzando il suo secondo discorso inaugurale, non mancano le sfide per le quali potrà entrare  nella Storia -oltre che per essere il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Immigrazione: una legge che regolarizzi la posizione di milioni di immigrati.

Le armi da fuoco: Obama aveva taciuto dopo gli incidenti in Arizona, Colorado e Wisconsin. Ma dopo il massacro nella scuola elementare di Newtown, le sue parole sono state durissime, specie nei confronti della NRA (Rifle) e prioritaria nella sua agenda, così come nell’opinione pubblica, una legge che ponga severi controlli sulla compra-vendita delle armi da fuoco e metta al bando le armi d’assalto: “Non possiamo più tollerare tutto ciò. Queste tragedie devono finire. E per fare questo dobbiamo cambiare noi stessi”  (16 dicembre 2012, Newtown, Conn., da “The Hill”, 21 gennaio 2013).

E, infine, i cambiamenti climatici. Obama ne fece cenno già in novembre, nel discorso della vittoria, di proteggere i bambini dal potere distruttivo del riscaldamento del pianeta. Ma nel recente discorso dell’Inaugurazione ne ha fatto un caso morale, piuttosto che economico o di sicurezza nazionale: “Noi risponderemo alla minaccia dei cambiamenti climatici, sapendo che il fallimento delle nostre azioni sarebbe un tradimento per i nostri figli e per le generazioni future”. Obama potrebbe aggirare le resistenze dei Repubblicani -e muoversi indipendentemente dal Congresso- mobilitando gli scienziati americani attraverso il “U.S. National Laboratory System” su cui ha diretta autorità. Secondo “The Washington Post” potrebbe prendere vita un nuovo “progetto Manhattan” -come durante la Seconda guerra mondiale, quando incombeva la minaccia che scienziati tedeschi stessero costruendo la bomba atomica. Fu il presidente Franklin D. Roosvelt, allora, che creò il “National Laboratory System” come parte del “Manhattan Project”. E’ un precedente importante: perché il presidente Obama non potrebbe ricorrervi ora? (“A Climate Manhattan Project”, by Naomi Oreskes, The Washington Post, 18 gennaio, 2013) (1)

Non poteva mancare, prima di partire, una visita ad Arlington, Arlington National Cemetery, il luogo più sacro della storia americana: oltre 290.000 lapidi bianche commemorano militari, presidenti e dipendenti statali morti in servizio. Oltre quattro milioni di persone li ricordano, visitando ogni anno questo spazio semplice e sereno. Una eterna fiamma è accesa a imperitura memoria di John F. Kennedy. A Natale, davanti a ogni semplice lapide, viene posta una ghirlanda di pini con una coccarda rossa: è una distesa indimenticabile.

I giorni che ho trascorso a Washington sono stati segnati da momenti di emozione e da un’euforia diffusa che ritrovavo nella gente che incontravo: un’allegria contagiosa, che nasce dal piacere di sentire che quello che abiti è il tuo paese, un’identità forte, di appartenenza e di condivisione di un destino comune. Non certo facile, perché l’American Dream ti ricorda ad ogni passo che ogni opportunità è una responsabilità. Ho mai provato qualcosa del genere in Italia? Sì, ma non spesso come vorrei. Ricordo la commozione ai discorsi del presidente Napolitano per il 150° dell’Unità d’Italia, certe passeggiate per le vie di Torino festosamente imbandierate, il nostro Benigni…non potremmo avere anche noi il nostro Italian Dream? La fiducia in un progetto condivisibile, la partecipazione a una speranza comune, la voglia di raccontarci, di difendere la nostra democrazia, il nostro bellissimo paese. Non potrebbero essere le prossime elezioni uno scatto di dignità? Non potremmo avere anche noi il coraggio di dire che “the best is yet to come”?

 


 

(1) Naomi Oreskes è professore di “History and Science studies” all’Università di California a San Diego.

 

 

 

Washington, 15-25 gennaio 2013

Loredana Lucarini

 

da Four More Years – Copia

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