l’immagine-concetto del “vecchio stolto”: da GUGGENBUHL-CRAIG A. (1997), Il vecchio stolto e la corruzione del mito, Moretti&Vitali, Bergamo


Lunga citazione e schedatura tratta da:


Un testo di affascinante significato capace di mostrare in profondità le componenti e i risvolti interni della vecchiaia è quello dello psicanalista svizzero Adolf Guggenbuhl-Craig (Guggenbuhl-Craig A., 1997). Nella sua ricerca sulla “mitologia e psicologia” della vecchiaia egli esamina il “setting – la situazione –  del diventare vecchio”. I suoi passaggi analitici sono particolarmente precisi per attivare processi di pensiero attorno a questa fase della vita:

 

  • la vecchiaia è caratterizzata soprattutto dalla morte che è, per così dire, una specialità senile. “E’ strabiliante il numero delle pubblicazioni che tentano di privare la morte del suo pungiglione, che vogliono renderla più dolce. La morte ci fa paura per due motivi: in primo luogo per la sofferenza che può accompagnarla e, in secondo luogo, perché non sappiamo che cosa ci aspetta dopo”

 

  • l’altra realtà che attende i vecchi è la minaccia del decadimento fisico e mentale. “Dal punto di vista fisico e psicologico la vecchiaia è caratterizzata da un raggrinzimento. Qualcosa comincia a mancare, in ogni parte del corpo, e tutto diminuisce, anche se non tutto nella stessa misura.”

 

  • la terza minaccia è la malattia. “Le artrosi impediscono le funzioni delle articolazioni, il cuore non va più come deve, la colonna vertebrale si incurva, l’apparato digerente e quello escretorio non funzionano più. L’ultima grande minaccia che aleggia sulla vecchiaia è la totale invalidità fisica, e ancor più quella psico-intellettuale” (Guggenbuhl-Craig A., op. cit., pp. 118-127)

 

L’autore mette in discussione, con forti e informati argomenti, quello che chiama il “mito corrotto e dannoso della saggezza della vecchiaia”. Poiché la linea di pensiero di Guggenbuhl-Craig può prestarsi a dissensi e resistenze, è opportuno indicarne le coordinate:

 

  • non è vero che l’esperienza è il fondamento della saggezza “la saggezza non può basarsi sull’esperienza, perché è una spada a doppio taglio, una testa di Giano. Il problema è che spesso l’esperienza ci rende ciechi per la situazione attuale, perché ogni situazione, ogni problema e ogni difficoltà sono sempre completamente diverse dalle precedenti. Molte volte l’esperienza danneggia più di quanto non riesca ad aiutare”

 

  • non è esatto affermare che nella vecchiaia si realizza il processo psicologico della individuazione (processo di continua trasformazione dell’individualità orientato a comprendere in profondità il senso del proprio destino individuale). “Nel corso della vita ora ci avviciniamo al nostro centro psichico, ora ce ne allontaniamo, in certi momenti siamo più consapevoli di noi stessi, in altri meno. Una persona può essere più consapevole di sé a vent’anni che a sessanta, o viceversa. L’individuazione, l’autoconsapevolezza, la presa di coscienza di se stessi non sono un processo lineare, un “andare avanti”, bensì una danza intorno a un centro, verso il quale ci si avvicina e dal quale ci si allontana”

 

  • con il trascorrere degli anni si perde sempre più il contatto con la coscienza e con l’inconscio collettivi del presente. “Invecchiare significa trasformarsi lentamente fino a diventare una figura del passato, forse ancora importante, ma non più in contatto con ciò che accade nel mondo contemporaneo. Le persone anziane hanno ancora molto da dire, ma il loro punto di vista e le loro opinioni sono interessanti solo sul piano storico; essi sono il commentario di un mondo che appartiene al passato” (Guggenbuhl-Craig A., op. cit., pp. 129-134)

 

Dunque per lo psicanalista “le cose si mettono male per la vecchiaia”. E allora dove trovare i vantaggi, il senso, il valore, il significato profondo di questa età?

E’ qui che Guggenbuhl-Craig propone un modello analitico di sicuro valore anche per il lavoro medico, infermieristico, assistenziale, psicologico, educativo. Nel suo asse riflessivo, utilizzando l’attrezzatura concettuale della psicanalisi junghiana, egli propone una immagine complementare a quella del “vecchio saggio”, cioè quella del “vecchio stolto”.

“Facciamoci guidare dal “vecchio mattacchione”. Anche in questo caso occorre essere precisi nel rendere conto di quest’analisi per non indurre in affrettate e sommarie valutazioni sul risultato cui perviene l’autore.

Procediamo per punti (op. cit., pp. 145-157):

 

  • una persona anziana che accetti la sfida del decadimento fisico, della malattia, del morire e della morte, è più vicina alla saggezza di quella che se ne difende. “Accettare la stoltezza della vecchiaia e rifiutare le proiezioni della saggezza significa raggiungere l’individuazione nel senso più vero del termine”

 

  • l’essenza e il senso della vecchiaia è svolgere nella società un ruolo di non utilità per raggiungere in tal modo quella straordinaria libertà che non era possibile nelle precedenti fasi della vita: è per questo motivo che “le assicurazioni per la vecchiaia e le pensioni sono una bella grazia, perché permettono ai vecchi di rivolgersi verso la propria natura, di non essere obbligati a guadagnarsi da vivere, e di poter essere pazzerelli in piena libertà”

 

  • il ruolo delle psicoterapie e dei servizi alla persona non avrà come scopo principale la maturazione e la saggezza, ma quello di mettere le persone anziane in grado di vivere pienamente vantaggi e svantaggi della propria condizione.

 

Abbiamo proposto questa visione, piuttosto eccentrica rispetto alle trattazioni prevalenti intorno al lavoro di servizio per gli anziani, proprio perché paradossalmente tale prospettiva è sicuramente in grado di produrre orizzonti di significato nel difficile quotidiano lavoro svolto nei centri diurni, nei gruppi associativi, negli spazi residenziali e comunque in tutte quelle attività centrate sull’uso del tempo da parte delle persone anziane.

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