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LA CITTA’ METROPLITANA DI MILANO E LE PROSPETTIVE DEL POTERE LOCALE, a cura della Università Cattolica del Sacro Cuore Dipartimento di Sociologia – Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA). Il 29 settembre 2017, ore 14.30 – 18.00 nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Aula G. 130 Santa Maria

Università Cattolica del Sacro Cuore

Dipartimento di Sociologia – Urban Life and Territorial Research Agency (ULTRA)

Il 29 settembre 2017 ore 14.30 – 18.00 nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Aula G. 130 Santa Maria

si terrà un seminar sul tema 

La Città Metropolitana di Milano

e le prospettive del potere locale

Ci troviamo oggi a vivere l’esperienza della Città Metropolitana di Milano in questa precisa fase della nostra storia.

La forma di governo, il livello di governo definibile e definito ‘Città Metropolitana’ dovrebbe avere la struttura politica, amministrativa, tecnica, finanziaria e organizzativa – nel complesso e con riferimento a singoli settori – per affrontare tutti i problemi ad evidenza superiori a quelli correttamente attribuibili alla scala comunale, e certamente non gestibili direttamente dal governo di una regione grande e importante come la Svizzera.

Quanto è stato avviato, riteniamo notevolmente lontano da quanto un simile governo di area metropolitana dovrebbe ragionevolmente includere e svolgere.

Orbene: è nostro compito di studiosi delle strutture amministrative locali, cercare di stimolare le più lucide forze intellettuali e politiche del tempo che viviamo, per le modifiche necessarie a questa legge sulle citta metropolitane, dando le indicazioni più precise possibili, per affrontare i problemi concreti dell’area metropolitana che nel più forte sentire comune e in base alle migliori analisi ci troviamo ad affrontare.

Problemi già emersi in ogni ambito, ma avendo la consapevolezza che le gigantesche trasformazioni in corso in ogni ambito continueranno nel tempo, e una struttura di governo alla scala di città metropolitana si troverà da una parte a cercare di risolvere le difficoltà e contraddizioni che si verificheranno, dall’altra, per quanto possibile, a giocare una parte per stimolare e guidare lo sviluppo nel senso più generale.

E innanzitutto, qui e ora, cercando di leggere, comprendere ed esporre la realtà della situazione; individuare – col più ampio contributo collettivo – cosa può fare l’attuale governo metropolitano; che parte potrebbero e dovrebbero giocare in concreto, qui e ora, il Comune di Milano, la Regione Lombardia, nonché’ i Comuni inclusi in questo ambito amministrativo e territoriale, e anche quelli non formalmente inclusi ma certamente coinvolti. E in che modo le forze politiche e sociali che stanno dietro l’attuale governo della città metropolitana, e l’istituzione in quanto tale innanzitutto, potrebbero e dovrebbero fare per coinvolgere le istituzioni culturali, economiche, politiche esistenti sul territorio, per contribuire innanzitutto alla creazione di un sentire comune, facendo parte di un’unica, grande, ‘città di città’. 

Introduzione

Enrico M. Tacchi, Sociologo del territorio, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

Relatori

Arianna Censi, Vice-Sindaca Citta’ metropolitana di Milano

Valentino Ballabio, Sociologo, già Sindaco di Cologno Monzese 1988-1995 e Consigliere Provinciale di Milano 1995-1999, collaboratore di “Arcipelago Milano” 

Maria Agostina Cabiddu, Giurista, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico, Politecnico di Milano

Franco Sacchi, Economista Regionale, Direttore del Centro Studi PIM

Ugo Targetti,  Architetto, già docente di urbanistica e pianificazione del territorio al Politecnico di Milano – Assessore al territorio della Provincia di Milano 1995 -1999

Gianni Verga, Ingegnere, già Assessore all’urbanistica del Comune di Milano e della Regione Lombardia

Andrea Villani, ULTRA, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

 

Dibattito


DOCUMENTAZIONE SU ALCUNI INTERVENTI PREVISTI:

Ugo Targetti

 

UTILITA’ DELLE PROVINCE E IL CONFLITTO

PER IL CONTROLLO DEL TERRITORIO

 

La legge Delrio, la Costituzione e il Progetto di legge Gasparini

 

Aprile 2017

Nella prima parte dell’articolo si espone la tesi per punti: l’utilità delle Province, il conflitto tra Comuni e Province all’origine della tentata soppressione costituzionale delle Province;  la  legge Delrio come scelta di campo a favore dei Comuni; l’incostituzionalità della legge dopo la bocciatura della riforma costituzionale; linee per la riforma delle Province.

Nella seconda parte si esamina, a sostegno della tesi, il modello di amministrazione locale voluto dalla legge Delrio e il progetto di legge dell’on Gasparini, alla luce della Costituzione vigente.

I parte

Utilità delle Province

Perché insieme all’amico Ballabio e gentilmente ospitati da ARCIPELAGOMILANO, vogliamo occuparci ancora una volta di Province?  (link agli articoli….) Perché siamo convinti che le Province siano utili. La nostra società è fisicamente organizzata su una base territoriale ampia: milioni di cittadini per svolgere gran parte delle loro attività sociali ed economiche, superano quotidianamente i confini dei comuni di residenza e si spostano all’interno di ambiti territoriali vasti, prevalentemente coincidenti con i territori delle Province. Anche milioni di imprese impostano una buona parte delle loro relazioni a scala provinciale (i distretti). Tutto ciò si manifesta con la massima intensità nelle province lombarde alcune delle quali hanno dimensioni demografiche paragonabili a regioni. (Vedi Appendice statistica).

I flussi di persone e merci sono generati dall’assetto del territorio che è a sua  volta trasformato dalla direzione e intensità dei flussi. Ed è l’assetto del territorio che entra in conflitto con l’ambiente. Il controllo del rapporto tra insediamenti umani e tutela della natura, va dunque condotto per lo più su territori ampi. Per molti aspetti la dimensione provinciale è quella più efficace.

Le Province dunque dovrebbero governare tali relazioni e sono perciò parte importante dell’organizzazione politica e istituzionale del Paese. Il capitolo successivo “Le funzioni delle province” spiega quali sono le competenze che non ostante tutto la legge affida ancora alle Province: si tratta di  aspetti rilevantissimi della vita civile ed economica che richiedono scelte politiche sostenute da una rappresentanza democratica diretta e da strutture amministrative efficaci. Un fatto evidente anche ai padri costituenti che avevano dato alle Province pari  dignità istituzionale rispetto ai Comuni e alle Regioni.

Negli ultimi anni si è assistito invece  ad un accanimento della società politica e della stampa contro l’istituzione provincia la cui spiegazione è materia più che da politologi, da antropologi. Una specie di cacciata dei paria dal consesso civile, di agnello sacrificale sull’altare del populismo. Anche due giornalisti seri come Rizzo e Stella quando si parla di Province si fanno prendere da sacra indignazione. Per i castigatori della Casta l’istituzione Provincia coincide con “poltrone”, naturalmente tutte da sopprimere.

 

Province e Comuni; 25 anni di conflitto per il controllo del territorio

Al di là degli aspetti antropologici, l’attuale condizione delle Province è l’esito di un conflitto politico per il controllo del territorio iniziato con la legge n. 142 del 1990 che aveva affidato alle Province nuove funzioni e sopra tutte la pianificazione del territorio. Si è aperta così una partita per il controllo del territorio giocata tra i Comuni, rappresentanti degli interessi  locali  e le Province, un’istituzione che avrebbe dovuto rappresentare una logica razionale di scala più ampia, nell’interesse generale del sistema Paese. Una partita non da poco, economicamente assai più rilevante del controllo della spesa pubblica degli enti locali perché attiene alla regolazione e al controllo della rendita fondiaria, una dimensione economica rilevantissima in Italia, assai più che in altri paesi europei, quanto meno fino alla crisi del mercato immobiliare del 2008. Chi conosce la storia dell’urbanistica in Italia sa che la cultura urbanistica (per una buona parte) ha sostenuto per decenni la necessità di piani d’area vasta efficaci (ovvero col potere di regolare, almeno in parte, l’uso del suolo) per ottimizzare il rapporto tra insediamenti, flussi di persone, flussi di merci e ambiente. Un obbiettivo che non è mai stato raggiunto neppure nell’area metropolitana della “moderna” Milano.

Una partita che ha visto prevalere definitivamente il partito dei sindaci con la legge Delrio. Non per nulla il ministro Delrio, cui è legata la “riforma”  che doveva eliminare del tutto le Province, era stato presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani).

Gli “abolizionisti”, come Stella e Rizzo, onestamente convinti di sostenere una battaglia per la modernizzazione del Paese, sbagliano. Stanno sostenendo una battaglia conservatrice che non aiuta il Paese a superare un assetto di potere organizzato su una divisione del territorio che ha radici medioevali e che ne condiziona negativamente il funzionamento.

Il modello Delrio e la Costituzione confermata

Oggi è in vigore la legge Delrio del 2014; la legge ha fatto una scelta di campo; ha trasformato le Province in enti strumentali dei Comuni e si è auto dichiarata transitoria in previsione della loro soppressione costituzionale. Ma oggi, dopo che il popolo sovrano ha bocciato la riforma costituzionale, la legge è in contrasto con la Costituzione vigente che assegna alle Province un ruolo di pari grado rispetto ai Comuni e alle Regioni.

Il progetto di legge dell’onorevole Gasparini e di altri,  ha il merito di affrontare il problema della crisi delle Province lasciate dalla legge in mezzo al guado dopo la bocciatura del referendum. Ma il progetto di legge dell’onorevole Gasparini, già sindaco del comune di Cinisello Balsamo, sostiene e conferma il modello di riforma Delrio e perciò non ne supera il carattere regressivo e l’incostituzionalità.

Linee per la riforma delle Province

Le Province devono essere istituzioni autorevoli; pertanto va ripristinata l’elezione diretta degli amministratori provinciali. Le competenze vanno riformulate avendo come missioni centrali il governo del territorio e la tutela dell’ambiente. Ciascuna regione deve poter affidare alle Province competenze speciali. Le province devono avere una base territoriale e una dimensione demografica che giustifichi tali competenze e sostenga un apparato amministrativo efficiente; ciò comporta l’eliminazione delle province piccole e delle province interne alle aree metropolitane. Le regioni devono essere coinvolte nella proposta di revisione dei confini provinciali per adattarli alle trasformazioni territoriali avvenute nel secolo scorso.

Appendice statistica

Italia

Al 2016 la popolazione italiana è di 60.665.551 abitanti. I comuni sono 7.998. Più del 30% della popolazione, circa 18.400.000 abitanti, vive nei 6.753 comuni con meno di 10.000 abitanti. Una dimensione insufficiente a gestire servizi fondamentali come le scuole superiori, il ciclo dell’acqua, la gestione die rifiuti, la viabilità intercomunale. Nel 2016 si sono fusi 75 comuni (erano 8.046); con questo ritmo affinché il numero dei comuni con meno di 10.000 abitanti si dimezzi spontaneamente ci vorranno 90 anni.

Più del 38% della popolazione in Italia si sposta quotidianamente oltre i confini dei comuni di residenza. Il 31% resta all’interno dei confini provinciali.

 

 Province italiane e città metropolitane

Le province sono 93. La popolazione varia da 86.000 abitanti di Isernia al 1.264.000 della provincia di Brescia.

Il numero dei comuni varia dai 6 della provincia di Trieste ai 242 di Bergamo e 250 di Cuneo.

Le città metropolitane sono 14. La popolazione varia dai 556.000 abitanti di Reggio Calabria ai 3.208.000 abitanti della Città metropolitana di Milano e i 4.340.000 di Roma capitale.

 

Lombardia

In Lombardia più del 50% della popolazione, circa 5 milioni di persone, si sposta quotidianamente per motivi di lavoro o studio; la maggior parte di questi (52%) si sposta fuori dai confini del comune di residenza e all’interno della propria provincia (48,8%) – Dati da “Notizie statistiche “ di Regione Lombardia – Censimento 2001; percentuali proiettate sulla base demografica aggiornata al 2014 e confermate dal CENSIS – .

Dei 373,1 milioni di tonnellate di merci che si muovono annualmente sulle strade lombarde, 196,6 milioni , oltre il 52% si sposta all’interno della regione su una distanze media di 90 km. Una dimensione di scala provinciale o interprovinciale (Programma Regionale Mobilità e Trasporti – 2016).

Le province lombarde sono 11 oltre alla Città metropolitana di Milano. Sondrio ha 181.000 abitanti; Bergamo e Brescia superano 1.100.000 abitanti.

La provincia di Brescia con 1.246.105 abitanti e 205 comuni è più popolosa (e produttiva) della Val d’Aosta, del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia, dell’Umbria, del Molise e della Basilicata e di nove delle quattordici  città metropolitane: Bologna, Genova, Messina, Catania, Venezia, Firenze, Palermo, Reggio Calabria e Cagliari.

 

II parte.

Nel merito della legge Delrio e del progetto di legge Gasparini.

 

Il modello di Provincia Delrio e la Costituzione vigente

La legge 56 del 2014, detta appunto Delrio, aveva provvisoriamente modificato l’ordinamento delle Province in attesa della loro eliminazione con la riforma costituzionale. Con la bocciatura del referendum, le Province restano in vita e sono riconosciute dalla riconfermata Costituzione che afferma: “La Repubblica è costituita dai Comuni , dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni , le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.”

Dunque le Province per la Costituzione hanno lo stesso rango dei Comuni , delle Città metropolitane e delle Regioni, e sono enti autonomi non solo rispetto allo Stato e alle Regioni, ma anche rispetto ai Comuni.

Tali prerogative non sono rispettate dalla legge Delrio che prevede: a) l’elezione di secondo grado, cioè gli amministratori provinciali non sono eletti dai cittadini ma dagli amministratori comunali; b) che possono essere eletti a presidente e consigliere provinciale solo i sindaci e i consiglieri dei comuni compresi nella provincia; c) che l’attività di amministratore provinciale è gratuita.

A queste condizioni la Provincia non ha lo stesso rango dei comuni e delle regioni e non ha una

propria autonoma capacità di governo. L’ elezione di secondo grado, che toglie rappresentatività diretta e soprattutto i requisiti degli amministratori provinciali che possono essere solo sindaci o consiglieri comunali, declassano le Province ad enti strumentali dei Comuni.

La doppia funzione di amministratore comunale e di amministratore provinciale non garantisce alla Provincia l’autonomia di esercizio delle sue funzioni, in quanto i sindaci e i consiglieri sono tenuti a rispondere anzitutto al proprio elettorato comunale. La gratuità delle cariche non fa che rafforzare la marginalità dell’istituzione e la differenza di rango rispetto ai Comuni e alle Regioni.

L’ordinamento provinciale impostato dalla legge Delrio è, a mio avviso, incostituzionale.

 

Il progetto di legge Gasparini

L’onorevole Daniela Gasparini ha preso atto che le Province lasciate a metà del guado non funzionano e che la bocciatura della riforma costituzionale impone di rivedere la legge. Con altri deputati, ha presentato il progetto di legge 4357 (pdl) che modifica la legge 56, nell’intento di “ammodernare le province”  e corregge la legge di stabilità del 2015 (legge n 190 /2015) per garantire le risorse finanziarie necessarie all’effettivo esercizio delle loro funzioni.

Il pdl  Gasparini conferma però esplicitamente il modello Delrio. Nella relazione di presentazione del progetto di legge la Provincia è presentata, con un po’ di retorica localista, come la “casa dei comuni”. L’onorevole Gasparini dichiara apertamente che esisteva un conflitto tra comuni e province e che il modello Delrio lo ha risolto a favore dei comuni, superando “un’  amministrazione locale basata su due livelli di governo separati, comuni e province (e in molti casi conflittuale)… “ facendo così prevalere una visione del governo del territorio localista  e frammentata, priva di un disegno generale d’area vasta, che ha già prodotto guasti come l’eccessivo consumo di suolo e lo sprawl insediativo ed è incompatibile con la complessità di territori densamente urbanizzati come quelli lombardi.

Ma i due livelli di governo separati ed autonomi che il pdl continua a non voler riconoscere, sono affermati dalla Costituzione vigente. Dunque anche il pdl Gasparini non supera il vulnus dell’incostituzionalità della legge Delrio.

 

Le funzioni delle Province.

La legge Delrio declassa le Province ad enti strumentali dei comuni ma attribuisce loro non poche funzioni di peso, proprie dell’ area vasta, che sono (legge 56, articolo 1, comma 85): Pianificazione territoriale. Pianificazione dei servizi di trasporto. Costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale. Programmazione provinciale della rete scolastica. Assistenza tecnica amministrativa agli enti locali. Gestione dell’edilizi scolastica. Pari opportunità (!?).

Il pdl Gasparini propone di aggiungere le seguenti funzioni: Promozione e coordinamento dei sistemi di informatizzazione. Esercizio delle funzioni di stazione appaltante. Adozione di un piano strategico del territorio provinciale (sulla scorta della Città Metropolitana, nota dell’autore). Definizione di un piano triennale delle aree omogenee per l’esercizio associato delle funzioni comunali.

Per le province con popolazione superiore ai 500.000 abitanti il pdl aggiunge, giustamente, l’

Organizzazione dei servizi pubblici locali a rete relativi a: servizio idrico integrato; smaltimento dei rifiuti; trasporto pubblico locale; distribuzione del gas naturale.

La stessa legge 56 prevede poi che le Regioni possano delegare alle Province ulteriori funzioni.

Mancano tutte le funzioni di tutela dell’ambiente, come il controllo dell’inquinamento atmosferico, fenomeno che non rispetta certo i confini comunali. Quando in gran parte della Lombardia si sono superati i limiti di legge di inquinamento atmosferico, ogni comune ha regolato per proprio conto, a macchia di leopardo, la circolazione degli automezzi. Un assurdo scientifico!

Ma anche l’assetto idrogeologico, la tutela delle aree naturali, ecc. richiedono una pianificazione di scala regionale ma un’articolazione e gestione a scala vasta di provincia o città metropolitana.

Ci si chiede come i conflitti tra una logica di sistema d’area vasta e una logica di scala locale che inevitabilmente si determinano, possano essere risolti solo dalla buona volontà dei rappresentanti dei pur legittimi interessi locali.

Gli abolizionisti a tutti i costi propongono di trasferire tali funzioni alle Regioni. Per verificare la loro tesi potrebbero chiedere agli amministratori regionali della Lombardia se ritengono questa un’ipotesi plausibile.

 

I risparmi e i compensi agli amministratori provinciali. Amministrare come dopolavoro

In omaggio all’imperativo di ridurre i costi della politica la legge Delrio con la gratuità delle cariche provinciali ricoperte da amministratori comunali già indennizzati, ha risparmiato 80 milioni all’anno. Sarebbe bastato ridurre il numero dei consiglieri e degli assessori provinciali, spesso eccessivo, ridistribuire la spesa con la legge di riordino dei compensi agli amministratori pubblici e ai parlamentari e ridurre i costi di funzionamento delle istituzioni e si sarebbe potuto ridurre la spesa complessiva e mantenere condizioni dignitose per il governo delle Province.

Comunque sia ci si chiede come si possa seriamente amministrare  funzioni di tale rilevanza e in tal numero, con  un’attività di volontariato, svolta nel tempo residuo lasciato dagli impegni di lavoro e dell’amministrazione dei comuni. E’ poco serio, è un cedimento al più becero populismo.

Il pdl Gasparini introduce piccoli aggiustamenti in tal senso, ma non cambia l’impostazione della legge che è quella dell’amministrazione delle Province come dopolavoro (1).

 

La semplificazione dell’amministrazione locale?

Il pdl Gasparini conferma il modello Delrio cui attribuisce il merito di semplificare la struttura amministrativa che la legge imposta su due soli livelli, i comuni e le regioni (in Europa le grandi nazioni hanno tutte tre livelli amministrativi oltre allo Sato centrale).  In realtà con il modello Delrio, aggiornato dal pdl Gasparini, i livelli decisionali si moltiplicano e confondono in modo incontrollato. L’area vasta verrebbe governata dai Comuni organizzati in Provincia e poi ancora dai Comuni per parti: ambiti omogenei ove l’ esercizio associato delle funzioni è svolto da unioni, fusioni o convenzioni tra Comuni. Gli ambiti omogenei possono cambiare ogni anno (modifica del comma 88 della legge 56). Ognuna delle zone omogenee può decidere (con che procedura?) quali funzioni comunali gestire in forma associata (pdl: punto d. delle modifiche all’articolo 1 della legge 56). Sono anche salvaguardate le comunità montane. Le province con più di 500.000 abitanti costituiscono ambiti ottimali per l’organizzazione dei servizi pubblici locali a rete. Negli altri casi tali funzioni sono svolte “in forma associata tra più enti di area vasta” (sono le province o altri enti?). Restano i consorzi, le ASL, le aziende pubbliche, le agenzie di settore, gli ambiti ottimali ecc.. Difficile sostenere che tale organizzazione sia più semplice di una fondata su tre livelli esclusivi:  Comuni, Province e Regioni, magari riducendo il numero dei comuni (3) e delle province e stabilendo con chiarezza le competenze.

 

La questione finanziaria e le modifiche alla legge di stabilità (190 del 2015)

Avendo previsto di sopprimere le Province con la riforma costituzionale (ma non le loro funzioni che sarebbero state distribuite a comuni e regioni) la legge di stabilità del 2015 (legge n.190) aveva drasticamente ridotto le risorse destinate alle Province (e alle Città metropolitane), tanto da metterle in serie difficoltà di bilancio. Un risparmio di 6 miliardi in tre anni, dunque di tutt’altra dimensione rispetto ai risparmi sui compensi agli amministratori.

Per evitare il collasso finanziario delle Province e delle Città metropolitane il pdl Gasparini propone meritoriamente di rifinanziare le Province e le Città metropolitane  riducendo i tagli ai trasferimenti stabiliti dalla legge di stabilità, di 5 miliardi, anche in ottemperanza ai rilievi della corte dei Conti (2). Ci si chiede se in una prospettiva di consolidamento anche finanziario delle Province dell’ordine di grandezza di miliardi non si possa trovare qualche decina di milioni per compensare gli amministratori. In realtà quindi la gratuità delle cariche non è dettata dalla necessità di risparmio ma della volontà di indebolire le cariche provinciali,  di riaffermare il principio che i sindaci governano la Provincia, quando hanno tempo.

 

Conclusioni

Per tutto quanto sopra siamo decisamente convinti che la riforma Delrio sia sbagliata e non vada nell’interesse del Paese e che il pdl Gasparini non risolva la questione. Siamo per contro  convinti che le istituzioni che governano l’area vasta, Province e Città metropolitane, devono essere istituzioni forti e capaci di autonome visioni e progetti. Dunque vanno riformate ma non eliminate, né declassate. Per questo insistiamo sul tema.

 

Note

  • Il pdl introduce l’ adeguamento dell’indennità del sindaco – presidente delle province più grandi allo stipendio del sindaco del capoluogo nel caso che le due figure non coincidano (stiamo parlando di qualche migliaia di euro) . Ma tale indennità si dimezza se il presidente è un dipendente in attività. Cioè si presuppone che si possa fare il presidente di una media o grande provincia continuando a lavorare come dipendente, cioè appunto nel tempo libero (un tempo si diceva nel dopolavoro).
  • La stessa Corte dei Conti ha rilevato la violazione dell’articolo 3 della Costituzione per l’inadeguatezza delle risorse trasferite alle province e alle città metropolitane rispetto ai compiti istituzionali loro assegnati.

Valentino Ballabio

 

CARTA RIFONDATIVA PER LE PROVINCE 2.0

 

Per una revisione funzionale dell’ordinamento locale ed intermedio

alla luce della riconfermata Costituzione

 

L’ampio consenso espresso per la conferma del vigente testo costituzionale impone alla politica un impegno rinnovato verso un suo pieno compimento, uno sforzo di coerenza – nella legislazione ordinaria e nelle politiche attuative – con i principi e le regole che hanno riacquistato nuovo vigore dal categorico intervento della sovranità popolare.

 

Limitando la presente riflessione-proposta alla questione delle Province, sacrificate con superficialità e demagogia da pressoché tutto lo schieramento partitico e depotenziate dalla legge Delrio, si impone una riflessione critica per un nuovo inizio, una svolta netta rispetto alla fase declinante che ne aveva contrassegnato le alterne ed incerte sorti negli ultimi decenni.

 

Per esprimere in estrema sintesi le ragioni critiche e formulare in positivo alcune proposte, proviamo a indicare in quattro punti i principali filoni su cui concentrare la discussione ed un auspicata azione delle forze politiche e del Parlamento.

 

Ridurre il numero

In parallelo con l’ipocrita e prolungata campagna abolizionista multipartisan si è  sviluppata la più campanilistica ed opportunista proliferazione di nuove mini-province (solo nell’ultima infornata ne sono nate tre: una senza territorio, l’altra senza abitanti, la terza senza capoluogo perché ne ha tre!).

Vanno evidentemente ricomposte; così come diverse province originarie i cui confini furono definiti quando l’unità di misura era la raggiungibilità del capoluogo in una giornata a cavallo.

In Lombardia è possibile supporre un dimezzamento delle 12 attuali mediante la seguente ipotesi:

  • ricomposizione dell’area metropolitana milanese ricomprendendo tutta la Brianza (anche lecchese e comasca) ed il Bustocco;
  • riaccorpamento di Lecco Como e Varese (deprivate dei lembi a sud);
  • mantenimento di Bergamo e Brescia;
  • accoppiamento delle province agricole Cremona-Mantova e Lodi-Pavia (o Lodi-Cremona-Mantova);
  • dubbio su Sondrio data la particolare dislocazione;

per un totale di sei/sette.

 

Restituire l’elezione diretta

L’espediente per non pagare il prezzo dell’avventata campagna abolizionista alla scadenza dei mandati 2014 si è trovato mediante l’abolizione dell’elezione diretta e la sua sostituzione con la designazione di organi di secondo livello, di fatto “nominati” dai partiti o da accordi tra di essi.

Un rimedio peggiore del male, similmente alla sorte del Senato rifiutata dal voto popolare. Con la differenza che mentre per le Camere di dibatte su una difficile e controversa legge elettorale, per le Province preesisteva un’ottima legge elettorale (proporzionale con premio di maggioranza come per i Comuni ma, a differenza di questi, collegi uninominali invece delle preferenze) mai messa in discussione.

Sarebbe pertanto facile ripristinarla, superando l’assurda situazione attuale in cui, ad esempio, i consigli ed i presidenti dei Municipi milanesi (sconosciuti all’Ordinamento) sono eletti direttamente mentre gli organi di Città Metropolitane e Province (enti “costitutivi la Repubblica”, art. 114) no!

 

Definire poche precise funzioni ma con poteri effettivi e cogenti

L’elasticità e fluidità delle funzioni, spesso sovrapposte “a matrioska” con quelle dei Comuni da un lato e delle Regioni dall’altro, nonché in parallelo con altri enti ed agenzie, hanno portato – spesso non senza ragione – a sostenere la “inutilità” delle province e la necessità di una semplificazione dei processi decisionali ed attuativi. In effetti conflitti di competenza e rimpalli di responsabilità (ultimo episodio il tragico crollo del ponte sulla superstrada 36) sono una piaga della pubblica amministrazione.

Dunque su questo punto non è sostenibile la condizione passata, ed ancora attuale, bensì occorre una severa e decisa svolta: sovviene in proposito l’art. 118 Cost. che enuncia tre principi: sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza.

Se pertanto tutto il campo dei servizi alla persona e attività gestionali (compresa perché no l’edilizia scolastica secondaria superiore) dovrebbe competere ai Comuni, almeno tre materie risultano riservate, per adeguatezza e differenziazione, al governo di “area vasta”: territorio, mobilità, ambiente.

Basterebbe una Giunta di tre assessori! Ed un Consiglio rappresentativo ed autorevole in grado di definire un Piano territoriale di scala, una gestione integrata della mobilità, politiche ambientali coerenti – attenzione! – vincolanti per i Comuni. Concetto blasfemo nell’Italia dei diecimila campanili, dove anche unioni e fusioni sono state affidate ad una disordinato “fai da te”.

Ma basterebbe riflettere sul fatto che la crisi presente trova in gran parte origine dal combinato disposto tra avidità ed avventurismo del sistema finanziario-bancario ed anarchia delle politiche edificatorie comunali, per convincersi che, meglio tardi che mai, bisogna cambiare.

 

Cessare di eludere la questione metropolitana

Per quanto sopra la Città Metropolitana non differisce dalle normali Province, e tuttavia presenta una sostanziale differenza per sua natura: quella appunto di dover essere una città. Se infatti per le province è normale e naturale riferirsi ad un capoluogo, questo diventa illogico e innaturale per una città. Una città capoluogo di città non è data, tranne che si voglia proseguire nella finzione di chiamare città metropolitana una provincia mascherata (e per di più debilitata nelle condizioni attuali).

Mentre un ordinamento razionale e semplificato prevederebbe un solo livello intermedio tra locale e regionale, nel caso milanese ci troviamo di fronte a tre livelli (sempre ammesso che il decentramento dei Municipi non nasconda un’altra finzione). C’è un livello di troppo.

Qui si apre la sfida vera: Milano ha il coraggio e la lungimiranza di uscire dalla doppia finzione, di aprire la città legale (quella di notte, dei residenti anagrafici) alla città reale (quella di giorno, dei cittadini attivi che quotidianamente ne usano servizi ed opportunità ma sopratutto vi producono valori materiali ed intellettuali)? Questi ultimi sono cittadini di fatto e non di diritto, ma un uguale diritto di “cittadinanza metropolitana” è la precondizione necessaria per una città effettivamente tale.

Se passa questo concetto le modifiche istituzionali e amministrative risultano conseguenti: il Comune di Milano deve devolvere le funzioni di base a Municipi autonomi, analoghi alle medie città dell’area e protagonisti dell’autogoverno delle periferie, e concentrare le funzioni strategiche in una Città metropolitana che abbia la dignità di una Grande Milano. Compiendo un percorso storico che ha saputo ampliare il propri confini almeno tre o quattro volte nella storia, dai Visconti in poi.

Utopia? L’alternativa è continuare a galleggiare nel “rito ambrosiano”, che certamente ha avuto i suoi fasti ma oggi stride con un rito europeo accettato e consolidato ormai da decenni.

 

Per quanto esposto la vigente legge Delrio risulta evidentemente superata e incompatibile.  Ma ogni nuova legge, pur coerente alla lettera con la Costituzione, non si dà senza una presa di coscienza del ceto politico-amministrativo all’altezza della sfida attuale attinente la qualità della politica e la saldezza della democrazia.

 

Valentino Ballabio

(ArcipelagoMilano, 24/01/2017)


Prima stesura 15  luglio 2017

 

Andrea Villani

 

La Città Metropolitana di Milano

e le prospettive del potere locale

 

 

Le nuove regole sul governo ‘di area vasta’, intermedio tra Regione e Comuni – Le motivazioni, nei limiti delle dimensioni dei Comuni  e nella presenza delle esternalità (spillover effects)

 

1.Uno dei punti che maggiormente colpiscono sul tema ‘Città Metropolitana di Milano’ è l’assenza di una forte partecipazione al dibattito pubblico sull’argomento. Anzi, a dire il vero, non abbiamo visto alcun dibattito specifico sull’argomento ne’ nei talk-show dedicati alla politica, e neppure dedicare al tema una delle conversazioni pur stimolanti condotte da Lucia Annunziata e da Lilli Gruber.

Mentre si sperimentava questo silenzio dei media – e quindi assenza di quel public debate che secondo Amartya Sen è il fondamento della vita democratica – si è avviata da ormai tre anni la trasformazione della struttura amministrativa di dieci + tre province italiane, in istituzioni formalmente nuove, definite per legge ‘Città Metropolitane’.

Come ben noto a tutti coloro che seguono simili questioni, questa trasformazione si è accompagnata a qualcosa che è stato presentato come un avvio di ridimensionamento della casta politica, a partire da una parte di questa che si esprimeva-traduceva nelle amministrazioni provinciali.

La realtà delle Province con le loro funzioni non veniva dunque a scomparire, ma veniva fatta sparire una parte di classe politica che avrebbe dovuto giocare uno specifico ruolo nel gestire il livello di governo intermedio tra Regione e Comuni. E questo perchè la gestione di un simile istituto – vale a dire gli organi di governo politico – erano posti da svolgere da amministratori scelti tra personale eletto appartenente ai Consigli dei Comuni facenti parte delle Province, e nel caso delle  città metropolitane, dei Consigli comunali inclusi nel loro ambito.

 

  1. Per una opinione pubblica ad evidenza considerata incompetente e magari anche un po’ stupida, viene da pensare che ciò che non era adeguato nel modo di essere e di procedere delle Province esistenti fosse il fatto che Presidente e membri della Giunta percepissero un compenso per le loro attività, mentre con la soluzione inventata con la Legge 56 del 2014 (c.d. Legge Delrio) i dirigenti politici dell’istituzione – in quanto già pagati per la carica ricoperta nel Comune di provenienza – non dovevano ricevere alcun emolumento.

Non intendiamo enfatizzare col debito sarcasmo questo pensiero e obiettivo. E’ stato ampiamente messo in evidenza. Quello su cui invece desideriamo soffermarci riguarda la logica di un livello di governo intermedio tra Comuni e Regione. In base a un’analisi delle cose, e non solo o tanto perchè questo livello è stabilito nella Costituzione vigente. La questione in apparenza è semplice e di facile risposta. In termini di teoria economica dovrebbero essere attribuite a un livello di governo superiore a quello dei Comuni tutte quelle funzioni per il cui svolgimento si presentino esternalità (ovvero spillover effects, ‘effetti di traboccamento’) il cui apprestamento-svolgimento coinvolga altri comuni. E però le cui esternalità coinvolgano una dimensione – territoriale e demografica – inferiore a quella della regione.

 

  1. Questa definizione peraltro non risolve affatto il problema della dimensione territoriale e demografica di questo ipotetico livello intermedio di governo, e ciò neppure in linea puramente teorica. Perchè ci possono essere – e di fatto ci sono – ambiti di diffusione di esternalità di varie dimensioni a seconda delle funzioni che si considerano. E d’altra parte, si pensi alla situazione propria di una miriade di città, magari quale costellazione a un polo dominante, quale proprio nell’area metropolitana milanese, che costituisce l’oggetto principale della nostra riflessione.

Qui – come in casi analoghi, dovunque verificati, ad esempio alla scala europea – si ha un intrico di diffusione di esternalità, in e out, dal polo centrale verso l’esterno, e viceversa. Vale a dire un complesso di interrelazioni probabilmente inestricabili, anche soltanto per quanto concerne la possibilità di individuazione.

Invero nell’affrontare il problema dell’ottima definizione e configurazione di livelli di governo ci si trova di fronte a una varietà di problemi; taluni analoghi a quelli di mezzo secolo fa; altri del tutto nuovi, e anche più complessi e persino sconvolgenti, in prospettiva.

Le funzioni pubbliche svolte dai Comuni e certamente configurabili e pertinenti alla loro dimensione riguardano l’anagrafe; l’istruzione dell’infanzia e primaria, e i connessi edifici per lo svolgimento di queste attività. Insieme con questo, la decisione sulle possibilità di sviluppo demografico ed economico, con la conseguenza di una decisione sull’uso del suolo comunale, da stabilire attraverso appropriati strumenti urbanistici.

Nella realtà italiana che consideriamo vi sono migliaia di comuni di piccole e piccolissime dimensioni nei quali le funzioni pubbliche svolte e svolgibili si limitano a queste indicate; essendo le molteplici possibili altre svolte su iniziativa privata, o da comuni più grandi, su cui i primi gravitano. Sia in quanto facenti parte quali frazioni disperse sul territorio, sia perchè svolte e messe a disposizione mediante accordi tra Comuni, oppure perchè predisposte da livelli superiori di governo.

 

  1. E qui veniamo al punto. Queste funzioni sono l’istruzione secondaria superiore; la tutela della salute; la cura della mobilità, in particolare viabilità e trasporti; lo smaltimento di rifiuti di varie tipologie; la cura del verde agricolo e l’apprestamento e manutenzione di parchi e giardini pubblici; la captazione e distribuzione di acqua potabile; lo smaltimento delle acque nere e piovane. E poi ancora: strutture e attività educative, artistiche, culturali, sportive.

Nella città, nelle molte città di varie dimensioni, vi sono poi – accanto a queste indicate – numerose altre funzioni, svolte da istituzioni private o da singoli operatori privati, sulle quali le istituzioni pubbliche – dalla scala comunale a quella statale – svolgono  quanto meno un’azione di controllo in base a regole stabilite con una visione di interesse collettivo sostanzialmente riferibile a tutti i membri della collettività nazionale.

Queste attività – che non riteniamo di precisare in un diffuso ampio elenco – fanno parte di tutto quello che si esprime in modo pratico e visibile nella realtà della vita urbana. E queste attività, funzioni, realtà fisiche con evidenti aspetti economici, sociali, culturali, hanno una duplice implicazione sulla realtà locale, e quindi inevitabilmente coinvolgono l’amministrazione pubblica.

Da una parte il loro svolgimento è ciò che fa la vita della città. E un’amministrazione pubblica di persone responsabili ha certo interesse che queste attività vengano svolte; anzi, che si evolvano e crescano nel tempo. Per creare posti di lavoro, ricchezza, benessere dei cittadini nel senso più ampio. Attività che hanno una dinamica di evoluzione interrelata col rilevantissimo progresso tecnico, economico e sociale che ha determinato e determina – in un modo continuo – rilevanti trasformazioni nel modo di essere dell’insieme dei cittadini e del loro modo di vivere, che si esprime tra l’altro proprio anche nella realtà fisica della città, del borgo, del villaggio. Dalle più grandi alle più piccole dimensioni.

 

Le molteplici risposte possibili per l’internalizzazione delle esternalità – Dalla soluzione ‘a geometrie variabili’, al governo dell’ente intermedio dalla dimensione definita e stabile – Dalla Provincia-Comprensorio alla Città Metropolitana

 

  1. Da quanto detto fin qui emerge da una parte che certamente non tutti gli enti locali di base, cioè i Comuni – per le loro dimensioni, e quindi la loro capacità progettuale e operativa nel senso più generale – sono in grado di svolgere tutte le funzioni collettive in gioco, e meno che mai quelle abitualmente svolte nel nostro sistema d’impresa privata. D’altra parte anche per quanto riguarda le mere funzioni collettive tradizionalmente svolte dalle istituzioni pubbliche creatrici di esternalità di varia ampiezza, o comunque tali da superare per l’entità-dimensione progettuale e operativa del singolo ente locale, si può osservare che le soluzioni configurabili in termini tecnici e organizzativi sono molteplici. Vale a dire non esiste un’unica risposta, quasi di verità non controvertibile, non falsificabile, al problema.

Per venire a un esempio concreto, proprio relativo a Milano e alla sua area metropolitana, ricordo che una volta, nell’ambito di una conferenza pubblica organizzata dal professor Angelo Caloia nel contesto di Banca Intesa in Milano, posi al sindaco Gabriele Albertini, la domanda di quale fosse, dal suo punto di vista, la dimensione di Milano. Albertini rispose in modo preciso e immediato che non riteneva opportuna la realizzazione di un’istituzione quale la città metropolitana, che sarebbe stata vista inevitabilmente come un ampliamento dei confini amministrativi di Milano.  Ma vedeva invece come positivo e praticabile, e di fatto già praticato, un accordo tra il Comune di Milano e singoli specifici comuni esterni. Accordi, intese da stabilire in modo già possibile in base alle leggi vigenti, con ambiti territoriali e inter-istituzionali variabili a seconda dei problemi emergenti. Il che significava, e significa ancora, una soluzione organizzativa e territoriale ‘a geometrie variabili’.

L’esito teorico e pratico di un simile modo di procedere sarebbe quello della  creazione di una molteplicità di istituzioni, con obiettivi probabilmente e ragionevolmente monofunzionali; realizzate con accordi inter-amministrativi e con una evidente specializzazione tecnica settoriale.

L’altra soluzione possibile, che in linea teorica quanto meno sembrerebbe essere quella propria della città metropolitana, dovrebbe consistere nella creazione di un livello di governo plurifunzionale, capace di affrontare tutti i problemi dell’area vasta per tutte le funzioni indicate, e comunque di fatto man mano emergenti. Problemi superanti la realtà, la dimensione, e quindi la possibilità e capacità progettuale e operativa dei singoli comuni inclusi nell’area metropolitana.

 

  1. La prima soluzione – quella sostenuta da Albertini – pone un problema particolare in termini teorico-pratici immediati. La realtà di una città è distinguibile e scindibile concettualmente in una pluralità di funzioni, ognuna delle quali ha una sua logica; ma è l’insieme delle funzioni, con i cittadini-operatori che stanno dietro di queste, a formare la realtà urbana.

Un limite tradizionale e sperimentato nell’attività dei diversi settori delle amministrazioni pubbliche è costituito dall’operare in modo separato e distinto l’una dall’altra, senza tener conto per nulla – o senza tenere adeguatamente conto – delle relazioni con gli altri settori. Se questo è un dato abituale all’interno della singola amministrazione, a maggior ragione quando ci si trovi in presenza di organismi distinti e separati anche in termini formali.

C’è poi qualcos’altro da considerare e su cui riflettere. La tesi sostenuta da Albertini presupponeva la volontà del Comune di Milano – con il suo potere e capacità d’iniziativa e di comando su risorse finanziarie e operative, di svolgere attività, compiere opere, realizzare strutture per risolvere problemi innanzitutto di Milano, ma per la cui soluzione era necessaria la collaborazione dei comuni contermini. I quali ovviamente avrebbero dovuto trovare il loro tornaconto nel partecipare all’iniziativa.

Questa, per se’, non era e non è certamente un’idea irrazionale. Non lo era – e lo sottolineiamo – perché avrebbe significato una modalità di collaborazione tra Comuni. E avrebbe avuto e avrebbe ancora più senso in generale se il polo centrale non si limitasse a cercare soluzioni coinvolgenti gli altri Comuni solo per questioni per le quali non riesce a trovare possibilità di soluzione nel proprio ambito amministrativo.

Ora – come orientamento diffuso – non è che i Comuni da coinvolgere nel progetto e realizzazione di singole funzioni siano particolarmente propensi a collaborare uno con l’altro, negli anni che stiamo vivendo. Non ho dubbi che esisterebbero molti buoni motivi per le amministrazioni locali per scambiarsi informazioni ed esperienze, e magari elaborare insieme progetti e ricerche su temi di interesse comune. Ci sarebbero buoni motivi, ma abitualmente non vengono seguiti. Oggi non siamo come negli anni Sessanta, quando venne avviata l’esperienza pilota del Piano Intercomunale Milanese.

I motivi di questa differenza tra la situazione attuale e quella degli anni Sessanta sono da una parte il fatto che in quel tempo nell’area metropolitana milanese si ebbe una fortissima migrazione interna, connessa al grande sviluppo industriale. Il che aveva portato  una realtà locale – incluso il governo dei Comuni – a superare le divisioni storiche proprie di una lunghissima tradizione. In secondo luogo la spinta alla collaborazione tra enti locali era sollecitata in modo determinante dai grandi partiti politici sulla scena nel paese, e anche e innanzitutto in Milano e nei Comuni del Milanese, vale a dire di quella che sarebbe divenuta l’area metropolitana milanese.

A differenza di quel tempo, oggi i partiti politici presenti e operanti in Milano non sembrano affatto avere un significativo, concreto potere di comando – e probabilmente neppure di indirizzo culturale e tecnico-amministrativo – sulle realtà locali. Vale a dire sulla elaborazione di obiettivi, strumenti e metodi in ambito urbanistico, economico e sociale per la vita e il divenire delle città.

 

Il dato di fatto delle strutture istituzionali esistenti – Tre livelli istituzionali di governo, stabiliti dalla Costituzione – In particolare il ruolo della Regione, che si è venuta a porre come una realtà di centralizzazione per una scala amplissima di funzioni – La competizione (o conflitto) tra livelli di governo, legati anche a rivalità partitico-politiche

 

  1. Accanto alla questione di quale teoricamente possa essere la soluzione ottima per lo svolgimento delle funzioni sovracomunali all’interno di un’area metropolitana – e di quella milanese in particolare – vi è il fatto che in Italia sono presenti le Regioni. Certo, le Regioni costituiscono un livello sub–centrale di governo, ma ad eccezione di casi come Abruzzo, Molise, Valle d’Aosta, sono di dimensioni ampiamente travalicanti quelle proprie dell’’area vasta’ idonea ad affrontare i problemi dell’organizzazione, del progetto, dello svolgimento di funzioni dell’insieme di città, borghi e villaggi di varie dimensioni e importanza inclusi nel loro ambito. E innanzitutto, dell’ambito di un’area metropolitana come quella milanese.

Ora non stiamo a descrivere le caratteristiche dimensionali, economiche, sociali della Regione Lombardia. Preme mettere in evidenza che, come livello di decisione sulle scelte  collettive rilevanti  e di potere politico, il governo della Regione Lombardia si trova a competere col governo della città di Milano, cioè col Comune di Milano. E quindi il governo della Regione – che ha un potere legislativo, con le sue strutture, le sue leggi, i suoi provvedimenti e le sue azioni concrete – tende a dirigere e indirizzare, e in particolare a interferire e determinare il più possibile – quanto accade nella Milano della storia e dimensione tradizionale, e a maggior ragione con qualcosa che potrebbe avere ancora maggior significato e forza, come potrebbe essere un governo di tutta l’area metropolitana, dal nome e con il ruolo di  Città Metropolitana di Milano.

E qui siamo al punto. Il punto è che la Città Metropolitana di Milano formalmente è  stata istituita con legge. E in un certo modo ha iniziato a esistere come istituzione.

Ora cosa abbiamo di fronte agli occhi, e alla nostra considerazione? Di fronte agli occhi, proprio in senso fisico – e disponiamo di adeguata documentazione visiva, grazie alle tecniche oggi disponibili – abbiano la visione di cosa è questa città metropolitana, che di certo travalica ampiamente la dimensione della ex-Provincia di Milano.

Che cosa sia una città metropolitana è stato oggetto di una grande quantità di ricerche e studi alla scala internazionale e anche italiana. Ed è stata studiata in modo approfondito  la trasformazione continua e in atto, anche nel territorio italiano. Proprio in questi giorni è stato presentata all’Urban Center di Milano una ricerca curata da  Alessandro Balducci. Valeria Fedeli e  Francesco Curci, dal titolo Oltre la metropoli. L’urbanizzazione regionale in Italia (Guerini e Associati, Milano 2017). Come esito di questa ricerca appare che quelle che erano individuabili e definibili aree metropolitane, ovvero metropoli, quale forma della città, nella realtà e visione di alcuni decenni fa (da noi per Milano, fino agli anni Settanta-Ottanta) con caratteristiche geografiche, fisiche, funzionali, urbanistiche peculiari, oggi sono divenute altra cosa. E fisicamente si estendono, e tendono ad estendersi ancor più, su ambiti interregionali.

 

  1. Di questo fenomeno, le ricerche macrourbanistiche, e quella citata in particolare, danno una lettura, descrizione, interpretazione. E questo è particolarmente interessante. Ciò che però per noi fa problema, nella logica con cui stiamo affrontando questo tema, riguarda le conseguenze che si possono e debbono trarre in termini di governo di quelle realtà, di quel territorio. Perchè – per limitarsi al caso italiano – non c’è (non ci dovrebbe essere, quanto meno) un metro quadro di questo territorio, o un cittadino vivente in questo territorio, che non sia, per aspetti essenziali, estraneo all’attenzione e alla cura di un livello di governo.

 

  1. Come enfatizzato, e non solo in queste rapide note – siamo da decenni di fronte a una rapidissima trasformazione alla scala globale, di tutto il mondo, e alla scala nazionale. Una trasformazione – crediamo di poter dire senza errori – in ogni ambito del reale: tecnologica (la più appariscente), politica, economica, culturale, religiosa, morale, estetica, e quindi nel modo di essere delle persone, quindi nei comportamenti umani.

E riteniamo motivatamente anche una trasformazione antropologica.

E’ cambiato il modo di lavorare; sono scomparse moltissime fabbriche, e quelle presenti sono radicalmente diverse dal passato. Sono cambiate le abitazioni; la tutela della salute; il modo di usare il tempo libero. Tutto questo pone problemi nuovi agli organi di governo. Oggi i Comuni – se ne hanno la possibilità economico-finanziaria – svolgono una quantità di funzioni letteralmente impensabili mezzo secolo fa.

Qui ci troviamo a dover affrontare un compito veramente difficile. Di fronte alle enormi trasformazioni elencate, sia di funzioni e attività che di loro traduzione-espressione territoriale, il Parlamento. il governo centrale, gli organismi politici che stabiliscono le regole del gioco, hanno tenuto conto di ciò che sta avvenendo?

 

  1. Abbiamo indicato dei criteri .per la distribuzione di funzioni tra diversi livelli di governo. Ma sono in gioco elementi meta-razionali. o totalmente irrazionali e magari contrari al comune buon senso a impedire non solo la collaborazione tra enti diversi, al medesimo livello (tra Comuni, tra Province, tra Regioni). All’era dell’individualismo di massa, il conflitto, la competizione, la mancanza di cooperazione non è soltanto tra singole persone, tra singole famiglie, tra singole istituzioni. Perchè dietro l’etichetta di ogni istituzione stanno concrete persone; e riteniamo di poter enfatizzare che la ricerca del self-interest nel senso più generale vale anche con riferimento all’interesse di ogni comunità nei confronti di tutte le altre. Così come tra le nazioni; anche all’interno dell’Unione Europea, come mostra in questi giorni la questione migrazioni.

 

  1. Tutto ciò premesso, veniamo dal discorso in termini generali a questioni più precise puntuali, Ci sono in Italia Regioni molto più piccole di Province. Poi ci sono Province di dimensioni estremamente limitate; poi ci sono i Comuni.

Si parla di quella che fu la riforma del Titolo Quinto della Costituzione come di una operazione sciagurata, perchè creatrice di un conflitto permanente tra Stato e Regioni.

Ma quid del rapporto tra Regioni e Province? E poi tra Province e Comuni? E nel caso che a noi interessa e da cui siamo partiti e a cui stiamo dedicando grande attenzione, quid per la Città Metropolitana di Milano?

Riteniamo di dover introdurre qui, quasi per inciso, una riflessione che coloro che hanno affrontato la questione in modo competente e consapevole, hanno posto in evidenza. Riguarda non solo la logica, la razionalità dell’esistenza delle Province quali enti intermedi tra Comuni e Regioni, ma la loro reale individuazione sul territorio italiano. E’ un dato di fatto che negli ultimi decenni le Province esistenti, che avevano una storia, una cultura, una tradizione, e avevano maturato – la’ dove si amministra bene – una reale positiva capacità  operativa (e ci riferiamo innanzitutto alla Provincia di Milano) sono state in molti casi smembrate. E sono state smembrate soprattutto per soddisfare ambizioni e particolarismi locali, di politici che ambivano a giocare un ruolo sulla scena, non per motivi di maggiore efficienza e di un più elevato livello di partecipazione alle scelte politiche rilevanti a una scala superiore a quella comunale.

Così sono nate la Provincia di Biella, di Lodi, di Lecco, del Verbano-Cusio-Ossola, di Monza e Brianza; per ricordare soltanto quelle sotto i nostri occhi, e della nostra diretta esperienza.

Ora, appena dopo – o magari insieme – alla proliferazione di nuove Province, e anche all’aumento di funzioni attribuite a questo livello di governo – forse anche in connessione a questo processo di degenerazione istituzionale – si è venuta a sviluppare un’espressione collettiva, nel quadro della battaglia antipolitica, contro la casta, volta a eliminate totalmente questo livello di governo.

L’esito peraltro non è stata l’abolizione delle  Province; l’esito è stata la legge 56 del 7 aprile 2014, di cui uniamo in appendice elementi fondamentali. Legge che aumentava – in particolare per numerose province definite Città Metropolitane (nella quasi totalità in assenza di metropoli) i compiti da svolgere, togliendo peraltro a queste potere politico-amministrativo; forza decisionale; risorse disponibili per svolgere vecchie e nuove funzioni.

 

  1. Ora l’istituzione Città Metropolitana di Milano soffre indubbiamente di problemi gravi per scarsità di risorse disponibili. Ma il problema nodale, cruciale, non è soltanto qui. Ed è un problema riguarda tutte le Province italiane. Vale a dire qual è, quale potrebbe essere il loro ruolo anche se certamente a iniziare dalla soluzione al problema del finanziamento.

Una situazione in cui quindi potrebbe-dovrebbe elaborare proposte di modi di procedere in vista di obiettivi complessivi.

La sfida è innanzitutto in termini politici. E intendiamo: non di politica minuta. E riguarda innanzitutto la Città Metropolitana di Milano e quella di Napoli. Perchè sono queste due le uniche Città Metropolitane italiane. Le altre essendo state denominate e stabilite come tali per soddisfare orgogli locali; una sorta di riconoscimento pubblico di valore. Qui a Milano – tanto per iniziare – un nodo fondamentale riguarda il rapporto tra Città Metropolitana, il Comune di Milano (che non scompare affatto, ancorchè formalmente ripartito in Municipi), la Regione Lombardia.

Il paradosso sta nel fatto che il Sindaco della Città Metropolitana di Milano è anche Sindaco del Comune di Milano. E questo Sindaco con la sua Giunta, il suo Consiglio, id est la sua amministrazione, si interessa innanzitutto di Milano-città nel suo ambito tradizionale, e in questa, innanzitutto proprio all’interno di questa, gioca tutte le sue carte.

 

  1. Oltre a una modifica pur necessaria degli ambiti territoriali provinciali – modifica che peraltro riteniamo più difficile da attuare, proprio per resistenze locali, e non solo della classe politica, è la regola fondamentale della legge 56 del 2014 che va cambiata. Se la città metropolitana deve essere una struttura amministrativa importante, come noi crediamo, il suo governo dovrebbe essere eletto da tutti i cittadini del suo territorio, con elezioni dirette, esattamente come per i Comuni.

E a questo punto va pure messo in evidenza qualcosa ampiamente sottaciuto nel dibattito pubblico, specie politico, anche negli interventi pur lucidi e meritori che citiamo in bibliografia. Questo ‘qualcosa’ riguarda il senso di identificazione e appartenenza dei cittadini della Città Metropolitana a questa realtà. Appartenenza da vedere e sentire come qualcosa non soltanto di utile per lo svolgimento di determinate precise funzioni, ma come un elemento identitario, capace di dare orgoglio, prestigio, valore. Nel caso, essere cittadini della Grande Città di Milano, al modo in cui si è (o si potrebbe) essere orgogliosi di essere cittadini italiani, aldilà del fatto che lo Stato italiano svolga determinate funzioni positive, utili per ciascuno di noi.

Ora: la popolazione dei 133 comuni inclusi nell’ambito della Città Metropolitana di Milano, come si vedono e si sentono nei confronti del capoluogo? ritengono di essere come i cittadini milanesi, proprio quelli della grande città, oppure di avere qualcosa di culturale, sociologico, antropologico, linguistico, quanto meno percepito come tale, da differenziare rispetto alla composita eterogenea multietnica multiculturale realtà milanese? Una realtà alta, nobile, potente, prestigiosa a livello internazionale, che riesce a inglobare, trasformare, includere, rendere milanesi persone e istituzioni provenienti da tutte le parti d’Italia e del mondo.

Noi riteniamo che non sia affatto visto come un valore, un elemento di grandezza, il far parte della Grande Città di Milano, che sarebbe, o dovrebbe essere appunto la ‘Città Metropolitana‘, vale a dire la nuova istituzione.

Quanto detto vale per i Comuni al di fuori dell’ambito amministrativo di Milano e per i loro cittadini; ma quid del Comune di Milano e dei suoi cittadini nei confronti di quel mondo esterno, pure formalmente parte della Città Metropolitana? Li considera cittadini milanesi, parte della sua realtà, della sua forza, della sua possibilità di vita?

Quel milione di persone che ogni giorno entrano in Milano-città, e la fanno vivere, e danno senso e possibilità di esistenza alle sue strutture e istituzioni, non sono forse stati definiti come city users? E non solo definiti così da un sociologo milanese, ma quella formula verbale si è diffusa, ed è  ampiamente accolta sui media, e nel dibattito pubblico..

Mi fermo qui, su questo punto; ma sottolineo di considerarlo essenziale. Per paradossale e incredibile possa sembrare, ritengo di dover dire che un’azione primaria da svolgere per fare la Città Metropolitana di Milano è fare i suoi cittadini. E questo è senza il minimo dubbio un compito primario da svolgere da parte di questa nuova istituzione.

 

Sul Piano strategico – Come questo abbia senso in tutte le comunità e istituzioni pubbliche e private, in vista di una razionalità di procedere per gli obiettivi che si ritengono di porre come rilevanti – Importanza di una visione complessiva del divenire, a guidare l’uso dei mezzi disponibili = Processualità  inevitabile del pianificare – il Piano Strategico della Città Metropolitana di Milano, e i limiti di un piano che non tiene realisticamente conto dei mezzi disponibili, e del potere d’azione  – Una visione quindi di un futuro e insieme di un modo di procedere auspicabili, non di un piano

 

 

  1. La legge 56, del 2014 istitutiva delle Città Metropolitane, dice testualmente, all’art.2:

‘Le città metropolitane sono enti territoriali di area vasta con le funzioni di cui ai commi da 44 a 46 e con le seguenti finalità istituzionali generali: cura dello sviluppo strategico del territorio metropolitano; promozione e gestione integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione di interesse della città metropolitana; cura delle relazioni istituzionali afferenti al proprio livello, ivi comprese quelle con le città e le aree metropolitane europee’.

 

L’art. 44, specifica che tra i compiti della Città metropolitana vi è quello della ‘adozione e aggiornamento annuale di un piano strategico triennale del territorio metropolitano, che costituisce atto di indirizzo per l’ente e per l’esercizio delle funzioni dei comuni e delle unioni di comuni compresi nel predetto territorio, anche in relazione all’esercizio di funzioni delegate o assegnate dalle regioni, nel rispetto delle leggi delle regioni nelle materie di loro competenza’.

 

Per iniziare, dobbiamo guardare alla lettera di questa legge istitutiva. La posizione degli obiettivi fondamentali è certamente basilare ed essenziale. Questi obiettivi, così come gli strumenti istituzionali, sono stati di fronte agli organi di governo della Città Metropolitana di Milano, una volta che questi sono stati costituiti e hanno iniziato a operare.

Il punto più delicato della storia, tra quel grande complesso di obiettivi, riguarda il significato di ‘sviluppo strategico’, e poi il significato – probabilmente visto in connessione, col primo – di ’piano strategico’.

Viene immediatamente da osservare che non esiste, non ha senso comune, e quindi non può che essere fonte di confusione, il parlare di ’sviluppo strategico’. Esiste una cosa che possiamo chiamare sviluppo, dando a  questo termine gli obiettivi che noi riteniamo appropriati. Ma certo, intendendo per sviluppo quello che noi – come insieme di cittadini metropolitani, in questo momento della storia, in questa situazione – riteniamo migliorativo rispetto all’esistente. E migliorativo in una pluralità di ambiti; di tutti gli ambiti sui quali riteniamo di fermare la nostra attenzione, quelli che consideriamo  importanti per noi cittadini, e ovviamente – essendo in un sistema democratico – per i governanti che abbiamo scelto attraverso libere elezioni.

Una volta definite le aree nelle quali intendiamo debba avvenire lo sviluppo, questo per sua natura non può ovviamente essere riferito alla gestione del qui e ora, ma dovrebbe essere indirizzato su una estensione di lungo periodo. In relazione a quel lungo periodo, si dovrebbe pensare ed esprimere una visione complessiva di quello che dovrebbe essere la realtà desiderata. E in vista di quella realtà, in quella prospettiva, tenendo conto di come siamo, dei mezzi di cui disponiamo, dovremmo costruire un metodo d’azione. Vale a dire un’organizzazione finalizzata a ciò che vogliamo raggiungere; tenendo conto dei mezzi di cui disponiamo; di quelli che dovremmo cercare di creare, con le forze che adesso e nello svolgersi del tempo si ritiene possano essere disponibili.

Una simile elaborazione di un processo di sviluppo potrebbe essere anche precisata in un piano strategico.

 

  1. Riteniamo di dover enfatizzare che questo modo di procedere non vale solo per la città metropolitana; vale – o dovrebbe valere – per ogni livello di governo; dovrebbe valere per ogni comunità o istituzione pubblica o privata; dovrebbe valere per ciascuno di noi. E ci si riferisce qui non solo o tanto all’idea di ‘piano strategico’, ma alla prospettiva, allo scenario, al sogno se vogliamo, di quello che si vorrebbe essere, fare, creare, man mano realizzare. E questo con la consapevolezza di dover fare i conti con eventi non tutti prevedibili; sia positivi che negativi. Quindi avendo in mente e avendo sempre, insieme con gli obiettivi generalissimi, la necessità di tener conto di mezzi disponibili; risorse materiali, risorse umane, inclusi i rapporti da stabilire o che si riescano a realizzare con altre persone e istituzioni, in una possibilità di collaborazione e cooperazione. Per cui quindi si possa in ogni momento, nella situazione concreta del breve periodo, decidere come comportarsi, cosa scegliere, anche se del caso mutando le azioni di breve previste, a fronte degli obiettivi generali stabiliti.

 

  1. La Città Metropolitana di Milano – prima in Italia – ha elaborato un proprio piano strategico. Riteniamo di poter dire bypassando la confusione di linguaggio e contenuto di cui abbiamo detto sopra; il governo della Città Metropolitana di Milano non ha ritenuto di entrare immediatamente in polemica col legislatore e con coloro che hanno maturato ed elaborato questa legge. Però si sono trovati di fronte a un ulteriore problema. Perché la legge prevede che il piano strategico sia di durata triennale.

Ora questo piano esprime una visione complessiva in una molteplicità di ambiti, settori, modi di procedere, che il governo metropolitano ritiene costituiscano quello che potrebbe costituire la dinamica, il modo di procedere appropriato per il nostro tempo e per i prossimi anni, della Grande Città di Milano. E propone questo anche con un linguaggio che – proprio per essere suggestivo e sfumato – riesce a nostro parere a esprimere lo stile generale del nostro tempo. Diremmo che esprime gli obiettivi globali, la scena complessiva, la visione (o il sogno) di una Città Metropolitana ipotizzando una dinamica sociale, economica, politica, amministrativa, artistica di altissimo livello, come se Milano avesse tutta il dinamismo mostrato in EXPO, e in tutto quello che qui positivamente funziona, alla scala locale ma in interrelazione con l’ambito nazionale e internazionale.

Poi, all’interno di questa visione globale, vengono specificate proposte e azioni per singoli importanti settori, giungendo a indicazioni precise, di cose concrete da fare, dalle istituzioni pubbliche come da quelle private.

 

  1. Dove sta il problema. Non intendiamo assolutamente banalizzare ne’ svalutare il lavoro svolto dai tecnici e dai politici che hanno elaborato e approvato questo piano. Semplicemente viene da sottolineare che questo piano assomiglia – e forse in modo ancora più pregnante e complesso – agli elaborati della programmazione economica nazionale degli anni Sessanta.

Forse tecnici e politici operanti qui, per la loro età, non hanno potuto partecipare a quell’esperienza nella quale ha invece giocato una parte tutta l’intellighenzia italiana. Quell’esperienza oggi è completamente dimenticata, come se nulla fosse accaduto in quegli anni, sia in termini politici, che amministrativi che sociali ed economici e urbanistici.

Non intendiamo per il momento approfondire che cosa potrebbe essere il piano strategico della Città Metropolitana; che contenuti avere; che metodo di lavoro seguire. Riteniamo peraltro debba essere un’impresa tale da coinvolgere molto altro che pochi esperti e politici.

Il dramma della storia è che la proposta di piano della Città Metropolitana  di Milano implicherebbe che questa istituzione fosse in grado di operare in modo incisivo, approfondito e forte con un rete gigantesca, enorme, di soggetti sia alla scala locale (milanese innanzitutto), di area vasta, regionale, nazionale, internazionale. E questo è implicito in molti degli obiettivi e temi proposti.

Questo implicherebbe una forza politica ed elaborativa molto superiore a quella della struttura non solo attuale, ma anche in prospettiva ragionevole, della Città Metropolitana di Milano.

E si pensi soltanto alla difficoltà dei rapporti con il Comune di Milano, con la Regione, con il Governo centrale e le strutture statali, per non parlare di capacità e possibilità di gestire le linee di sviluppo con imprese e istituzioni private di ogni tipo. come presenti nella realtà Milanese.

Se si è d’accordo e si è consapevoli di tutto questo, rimangono da pensare ed elaborare linee d’azione da seguire nell’immediato, ma insieme lavorare per costruire una linea culturale, teorica innanzitutto, che riguardi la ricostruzione dell’attribuzione dei compiti tra stato e livelli sub-centrali di governo. E poi di modi di essere e procedere da parte di ciascuna concreta istituzione.

E può nascere proprio da qui, dalla Città Metropolitana di Milano, lo stimolo per una trasformazione istituzionale necessaria, a livello di tutto il paese.

 

Orientamenti Operativi

 

  1. Qui di seguito unisco una proposta-ipotesi di orientamenti operativi, offerti al governo della Città Metropolitana di Milano così com’è ora. La concretizzazione, l’attuazione di queste proposte, o altre pur configurabili in base ad altre competenze ed esperienze, riteniamo essere legata alla espressione di un sentire comune metropolitano, quanto meno dall’intellighenzia, dalla leadership politica, legata alla realtà complessiva di questa grande ‘città di città’.

Questo può essere ottenuto soltanto mediante un’azione forte, magari dirompente, a iniziare da coloro che si trovano di fatto a  giocare il ruolo operativo e gestionale attuale della struttura così com’è. Vale a dire – possibilmente concertando con altre realtà metropolitane – decidendo e proclamando pubblicamente che o si cambia la legge 56/2014, o tutti i rappresentanti membri politici dell’istituzione si dimettono.

Questo sarebbe ovviamente un non piccolo elemento per porre all’attenzione collettiva il tema di una istituzione dagli obiettivi rilevanti per milioni di cittadini e per le loro realtà locali, ma deforme in termini istituzionali, e di conseguenza paralizzata, impotente, qui e ora e in prospettiva.

Una simile azione dovrebbe essere concertata tra le diverse forze politiche E noi ci rendiamo conto della difficoltà, non soltanto per il clima pre-elettorale regionale e nazionale in  cui ci troviamo oggi e ci troveremo nei prossimi mesi, ma anche perchè assumere una simile posizione significherebbe esprimere  una critica radicale, di fondo, a chi (partito e persona) ha voluto la legge 56 del 2014.

D’altra parte riteniamo che comunque il governo della Città Metropolitana Milanese così com’è, proprio attraverso una forte e dirompente mossa potrebbe quanto meno indurre i media a porre attenzione all’opinione pubblica sul tema; a far emergere  argomenti e posizioni a favore o contro le grandi e meno grandi tesi che si confrontano.

 

  1. Sempre con un’azione di forte impatto politico si pongono questioni di rapporti della Città Metropolitana così com’è qui e ora, col Comune di Milano e con la Regione Lombardia.
  • Il Comune di Milano sta procedendo alla revisione del suo Piano di governo del territorio. Si ritiene importante, anzi essenziale, che per aspetti fondamentali e rilevanti questo venga fatto in connessione con la Città Metropolitana; in particolare vedendo questo piano in una linea e prospettiva di revisione di piani comunali, e in generale di formazione del Piano Territoriale Metropolitano.

 

  • Per quanto riguarda rapporti da definire con la Regione Lombardia. Innanzitutto rimane da comprendere come mai il Consiglio Regionale abbia deliberato di sottrarre alla Città Metropolitana i temi di Agricoltura, Foreste, Caccia e Pesca, Politiche culturali, ed alcune funzioni relative ad Ambiente ed Energia. Noi riteniamo che la Città Metropolitana, anche così com’è, possa e debba avere capacità e competenza politica e tecnica non inferiore a quella della Regione su quegli ambiti, che quindi le debbano venire riattribuiti. Di fatto aveva già visto ridimensioniate le proprie funzioni in questo campo. Ma riteniamo di dover sottolineare che ad esempio  proprio nell’ambito della cultura la Provincia di Milano abbia progettato nel tempo realtà originali e significative.

 

  1. E proprio qui riteniamo debba riprendere una proposta d’azione della Città Metropolitana di Milano. Con azioni concrete, e sostanzialmente a costo zero, per mostrare innanzitutto la propria presenza e la propria capacità operativa. Su precisa indicazione avanzata dall’ingegnere Gianni Verga nel Seminar ULTRA del 30 giugno in Cattolica, riteniamo che l’azione della Città Metropolitana di Milano possa e debba svolgersi nel senso di:

 

  • elaborare un regolamento edilizio-tipo, che debba valere per tutti i Comuni della Città Metropolitana; preciso ed essenziale, da non essere soggetto a interpretazioni difformi alla scala di ogni ufficio tecnico e di ogni operatore;

 

  • porsi come stazione appaltante per tutte le opere e servizi pubblici della Citta’ Metropolitana.

 

In un’attività di progettazione e consultazione con tutti i comuni

 

  • rendere omogenee il più possibile le regole delle attività svolte dai Comuni, a iniziare dagli orari di servizio;

 

  • conoscere, e far conoscere le diverse proposte, progetti, esperienze dei diversi Comuni e di ogni istituzione privata e pubblica in ambiti di interesse collettivo. E questo non per cercare di costringere a un comportamento uguale per tutti in tutti i campi, ma per valorizzare e diffondere quanto di positivo e originale è stato realizzato in specifici ambiti, partendo dalle realtà storiche concrete che formano la città metropolitana;

 

  • coinvolgere il più possibile – anche attraverso esplicite proposte su specifici temi e ambiti – i molteplici istituti universitari presenti nella Città Metropolitana. Se è vero – come è stato stabilito dal governo e proposto esplicitamente – che le Università, accanto alla didattica e alla ricerca scientifica sono tenute anche a una Terza Missione’, cioè di operare in un azione verso l’esterno, questa, di aiutare la Città Metropolitana di Milano nella elaborazione di linee operative tanto innovative quanto positive, sarebbe in piena attuazione e corrispondenza. Il che implicherebbe ovviamente, da parte del governo della Città Metropolitana, di rendere esplicita in termini programmatici e politici il desiderio, la volontà e l’esigenza di stabilire le debite connessione con queste istituzioni; di conoscere la loro realtà il loro modus operandi; di saper mobilitare nel modo opportuno le intelligenze valenti e disponibili a un progetto di alto significato politico, civile, sociale.

 

 

Riferimenti

 

VALENTINO BALLABIO, UNA CARTA RIFONDATIVA PER LE PROVINCE 2.0

Rispettare la volontà popolare. È indispensabile una revisione dell’ordinamento locale e intermedio, ‘aRCIPELAGO mILANO’,  24 GENNAIO 2017

 

VALENTINO BALLABIO, pROVINCE POST REFERENDUM: IL DOPOLAVORO PER AMMINISTRATORI COMUNALI, ‘aRCIPELAGO mILANO’,  4 APRILE 2017

 

VALENTINO BALLABIO, DALLA LEGGE DELRIO CI SALVI IL BUON DIO!, Irrazionale e forse incostituzionale, ma debole la risposta di politica e istituzioni, ‘aRCIPELAGO mILANO’, 7 GIUGNO 2017

 

MAURIZIO BARAVELLI, QUALE FINANZA PER LA CITTA’ METROPOLITANA?,  ‘aRCIPELAGO mILANO’, 19 APRILE 2016

 

mASSIMO BORDIGNON, VITTORIO FERRI, urban@it Centro nazionale di studi per le politiche urbane – RAPPORTO SULLE CITTÀ 2015 –  METROPOLI ATTRAVERSO LA CRISI  – Per una nuova finanza delle città metropolitane,  ottobre 2015

 

FRANCESCO BORELLA, CITTÀ METROPOLITANA: VERDE, PGT E I PICCOLI PASSI,‘aRCIPELAGO mILANO’,  4 GIUGNO 2014

 

ARTURO CALAMINICI, RENDERE MILANO PIÙ BELLA. NON È FACILE, MA PROVIAMOCI, ‘aRCIPELAGO mILANO’, 21 MAGGIO 2014

 

RICCARDO CAPPELLINUNA STRATEGIA CHE PARTA DALLE CITTÀ E DA MILANO PER LA CRESCITA DEL PAesE,‘ArciPelago Milano, 12 APRILE 2016

 

ARIANNA CENSI, CITTÀ METROPOLITANA. IO VICESINDACA DICO

Arianna Censi risponde a Valentino Ballabio, ArciPelago Milano’, 13 GIUGNO 2017

 

GIANCARLO CONSONNI, CITTÀ METROPOLITANA. IDEE FORTI E QUESTIONI ISTITUZIONALI,  ‘ArciPelago Milano’, 28 MAGGIO 2014

 

GIANCARLO CONSONNI, GOVERNO METROPOLITANO: IL NECESSARIO RIEQUILIBRIO DELLE COMPETENZE, ‘ArciPelago Milano’, 1 OTTOBRE 2014

 

GIOVANNI DAPRI, LA CITTÀ METROPOLITANA UNA “AGENDA” FORSE MA DIBATTITO ZERO, ‘ArciPelago Milano’, 11 GIUGNO 2014

 

VITTORIO FERRI, Governare le Città metropolitane. Un istituzione del federalismo. CaroccI,  Roma2008

 

VITTORIO FERRI,  Le Città metropolitane in Italia. Un istituzione del federalismo, in «Economia italiana», n. 2, 2009 p.389-425.

 

GIORGIO GOGGI, PIANO STRATEGICO PER LA CITTÀ METROPOLITANA: QUALI SCELTE?‘ArciPelago Milano’, 12 APRILE 2016

 

MARCO POMPILIO, BIKE SHARING E CONFINI DELLA CITTÀ METROPOLITANA, ‘ArciPelago Milano’,  11 MAGGIO 2016

MARCO POMPILIO, PIANO STRATEGICO DELLA CITTÀ METROPOLITANA, CONFLITTI FUTURI, ‘ArciPelago Milano’,  24 MAGGIO 2016

 

MARCO POMPILIO, DA UNA SENTENZA BUONE REGOLE PER GOVERNARE IL TERRITORIO DELLA CITTÀ METROPOLITANA, ‘ArciPelago Milano’

13 LUGLIO 2016

 

MARCO POMPILIO, PARLARE E RIPARLARE DEI PARADOSSI DELLA CITTÀ METROPOLITANA Puntare a un “Existenz minimum” per sopravvivere, ‘ArciPelago Milano’, 5 LUGLIO 2017

 

 

FRANCO SACCHI, CITTÀ METROPOLITANA: I COMPITI A CASA DELL’URBANISTICA, ‘ArciPelago Milano’, 18 GIUGNO 2014

 

UGO TARGETTI, IL MODELLO LEGGERO DI CITTÀ METROPOLITANA. PUÒ FUNZIONARE?,‘ArciPelago Milano’, 5 MARZO 2014

 

UGO TARGETTI, UTILITÀ DELLE PROVINCE: CONFLITTO, CONTROLLO E TERRITORIO (I) La legge Delrio, la Costituzione e il Progetto di legge Gasparini ArciPelago Milano, 3 MAGGIO 2017

 

UGO TARGETTI, UTILITÀ DELLE PROVINCE: CONFLITTO, CONTROLLO E TERRITORIO (Ii) La legge Delrio, la Costituzione e il Progetto di legge Gasparini ArciPelago Milano, 10 MAGGIO 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LEGGE 7 aprile 2014, n. 56
Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni

 

  1. Le città metropolitane sono enti territoriali di area vasta con le funzioni di cui ai commi da 44 a 46 e con le seguenti finalità istituzionali generali: cura dello sviluppo strategico del territorio metropolitano; promozione e gestione integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione di interesse della città metropolitana; cura delle relazioni istituzionali afferenti al proprio livello, ivi comprese quelle con le città e le aree metropolitane europee.

 

  1. A valere sulle risorse proprie e trasferite, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e comunque nel rispetto dei vincoli del patto di stabilità interno, alla città metropolitana sono attribuite le funzioni fondamentali delle province e quelle attribuite alla città metropolitana nell’ambito del processo di riordino delle funzioni delle province ai sensi dei commi da 85 a 97del presente articolo, nonché, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione, le seguenti funzioni fondamentali:
  2. a) adozione e aggiornamento annuale di un piano strategico triennale del territorio metropolitano, che costituisce atto di indirizzo per l’ente e per l’esercizio delle funzioni dei comuni e delle unioni di comuni compresi nel predetto territorio, anche in relazione all’esercizio di funzioni delegate o assegnate dalle regioni, nel rispetto delle leggi delle regioni nelle materie di loro competenza;
  3. b) pianificazione territoriale generale, ivi comprese le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture appartenenti alla competenza della comunità metropolitana, anche fissando vincoli e obiettivi all’attività e all’esercizio delle funzioni dei comuni compresi nel territorio metropolitano;
  4. c) strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano. D’intesa con i comuni interessati la città metropolitana può esercitare le funzioni di predisposizione dei documenti di gara, di stazione appaltante, di monitoraggio dei contratti di servizio e di organizzazione di concorsi e procedure selettive;
  5. d) mobilità e viabilità, anche assicurando la compatibilità e la coerenza della pianificazione urbanistica comunale nell’ambito metropolitano;
  6. e) promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, anche assicurando sostegno e supporto alle attività economiche e di ricerca innovative e coerenti con la vocazione della città metropolitana come delineata nel piano strategico del territorio di cui alla lettera a);
    f) promozione e coordinamento dei sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.
  7. Restano comunque ferme le funzioni spettanti allo Stato e alle regioni nelle materie di cui all’articolo 117 della Costituzione, nonché l’applicazione di quanto previsto dall’articolo 118 della Costituzione.
  8. Lo Stato e le regioni, ciascuno per le proprie competenze, possono attribuire ulteriori funzioni alle città metropolitane in attuazione dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza di cui al primo comma dell’articolo 118 della Costituzione.

 

 

STATUTO DELLA CITTÀ

METROPOLITANA DI MILANO

 

APPROVATO DALLA CONFERENZA METROPOLITANA DEI SINDACI IN DATA 22 DICEMBRE 2014

CON DELIBERAZIONE N. 2\2014 REPERTORIO GENERALE

 

 

 

Articolo 3 – Obiettivi

 

1.La Città metropolitana persegue i seguenti obiettivi:

a)la felicità e il benessere della popolazione, la cura e lo sviluppo strategico del territorio metropolitano, anche attraverso l’integrazione dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione;

 

  1. b) la valorizzazione delle vocazioni produttive del territorio nell’ottica di un posizionamento del contesto metropolitano nel quadro della competizione internazionale;

 

  1. c) lo sviluppo sostenibile, la qualità urbana diffusa, la promozione della cultura, dei talenti, delle diversità e della qualità della vita sociale, della salute, dell’ambiente, della difesa del suolo, dell’assetto idrogeologico, come fattori abilitanti del profilo originale del territorio metropolitano;

 

  1. d) la realizzazione di un’amministrazione pubblica più efficiente attraverso interventi di radicale semplificazione del quadro normativo, regolamentare e organizzativo.

 

FUNZIONI

 

Articolo 33 – Disposizioni generali

 

1.La Città metropolitana esercita le seguenti funzioni fondamentali:

 

  1. a) adozione e aggiornamento annuale di un piano strategico triennale del territorio metropolitano, che costituisce atto di indirizzo per l’ente e per l’esercizio delle funzioni dei comuni e delle unioni di comuni compresi nel predetto territorio, anche in relazione all’esercizio di funzioni delegate o assegnate dalle regioni, nel rispetto delle leggi delle regioni nelle materie di loro competenza;

 

b)pianificazione territoriale generale, ivi comprese le strutture di comunicazione, le reti di servizi e delle infrastrutture appartenenti alla competenza della comunità metropolitana, anche fissando vincoli e obiettivi all’attività e all’esercizio delle funzioni dei comuni compresi nel territorio metropolitano;

 

  1. c) strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito metropolitano. D’intesa con i comuni interessati la Città metropolitana può esercitare le funzioni di predisposizione dei documenti di gara, di stazione

appaltante, di monitoraggio dei contratti di servizio e di organizzazione di concorsi e procedure selettive;

 

  1. d) mobilità e viabilità, anche assicurando la compatibilità e la coerenza della pianificazione urbanistica comunale nell’ambito metropolitano;

 

  1. e) valorizzazione del sistema delle aree protette regionali e dei parchi di scala metropolitana intesi come un unico servizio collettivo, una rete infrastrutturale primaria del suo sistema sociale e territoriale. Per questo la Città metropolitana opera per una gestione unica dei parchi di scala metropolitana interamente compresi nel perimetro, al fine di favorirne una gestione coordinata e di promuoverne le singole identità, l’ampliamento e il collegamento tra gli stessi, per creare un unico parco metropolitano. Per i parchi non interamente compresi nel proprio territorio, ma integrati nel

sistema verde metropolitano, promuove forme di gestione coordinate;

 

  1. f) promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, anche assicurando sostegno e supporto alle attività economiche e di ricerca innovative e coerenti con la vocazione della Città metropolitana come delineata nel piano strategico del territorio indicato alla lettera a);

 

  1. g) promozione e coordinamento dei sistemi di informatizzazione e di digitalizzazione in ambito metropolitano.

 

Articolo 34 – Il piano strategico

 

1.Il piano strategico del territorio e della comunità metropolitana costituisce, alla luce delle previsioni della Relazione di inizio mandato del Sindaco metropolitano, l’atto fondamentale di indirizzo dell’azione della Città metropolitana. Il piano strategico, sulla base delle necessarie e appropriate basi conoscitive, configura gli scenari e determina gli obiettivi generali di sviluppo della comunità metropolitana e le relative condizioni di sostenibilità economico-sociale e territoriale-ambientale.

 

  1. Il piano strategico formula una visione di lungo periodo, funzionale a definire una strategia in grado di orientare lo sviluppo del territorio nelle sue diverse componenti. Nella sua formulazione si prevede il coinvolgimento di altri enti pubblici, dei corpi intermedi, delle forze economiche e sociali, delle associazioni, delle autonomie funzionali, del mondo della cultura e della ricerca.

 

  1. Il piano strategico comprende le azioni della Città metropolitana e del complesso delle amministrazioni pubbliche per il raggiungimento dei suoi obiettivi.

 

 

 

 


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