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IL FANTASMA DELL’ARTICOLO 18 E I MACBETH DELLA SINISTRA, di Alberto Orioli – il Sole 24ore, 19 novembre 2017

 

L’articolo 18 è ormai come il fantasma di Banquo che solo i Macbeth delle tante sinistre possono vedere. Ripartire dal simulacro logoro della guerra ideologica che ha coperto quasi metà del secolo scorso per cementare la nuova alleanza, dai dem a Mdp, rischia di essere soltanto dannoso per il Paese. E la cupa atmosfera del dramma shakespeariano, con i suoi fumi stregoneschi, diventa lo sfondo ideale in questa continua e irrazionale voglia di ritorno al passato.

Una voglia di ritorno al passato, una sorta di «richiamo della foresta», come l’aveva chiamato Romano Prodi quando Rifondazione affossò il suo esecutivo. Ora quel “richiamo” si appresta a creare serie difficoltà al Governo Gentiloni e alla campagna di elettorale del Pd a trazione renziana. Involuzione paradossale che porta oggi un riformista come Pierluigi Bersani a rivestire i panni (stretti) del Fausto Bertinotti di allora.

Non è l’articolo 18 la risposta alle migliaia di ragazzi che sono scesi in piazza qualche giorno fa per contestare l’uso anomalo dei tirocini e l’inefficacia dell’alternanza scuola lavoro. Il Jobs act avrà ancora qualche difetto, ma vanta al suo attivo la creazione di oltre 900mila posti di lavoro, il disboscamento delle finte partite Iva, la riduzione a numeri fisiologici (e minimi) del contenzioso sui licenziamenti e una crescita di alcune piccole imprese oltre la fatidica soglia dei 15 addetti, soglia prima considerata tabù proprio per l’impatto dell’obbligo di reintegra. Diciamolo chiaramente: chi ha perso un po’ di lavoro sono soprattutto gli avvocati del lavoro, ormai a corto di contenzioso. Anche se l’idea che sta emergendo, nei colloqui del pontiere Piero Fassino, di ripristinare la clausole rigide per i contratti a tempo determinato ridarà vita a nuovo contenzioso, proprio quello che la riforma aveva azzerato con le clausole uniche.

Riportare indietro le lancette dell’orologio riformista sarebbe suicida: la discussione pubblica ha raggiunto il traguardo delle riforme con tempi lunghissimi e addirittura con un prezzo di vite umane pagato al terrorismo (Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona, Marco Biagi). Ritornare indietro significherebbe non solo non capire l’oggi, ma soprattutto l’immediato domani del lavoro. Quello che davvero interroga chi abbia ruolo nell’indirizzo del dibattito pubblico.

Il tema centrale è migliorare il percorso tra istruzione e occupazione del tutto scollato in questa Italia che cerca, tanto per citare due opposti, falegnami e gestori di algoritmi, senza sapere dove trovarli nella vastissima platea di neet (i giovani che non studiano e non cercano un impiego)o di laureati in materie “inservibili”. E deve far pensare se molti degli studenti delle superiori rivendicano, con orgoglio malriposto, di essere «studenti e non operai», quando contestano i tirocini. Non è l’articolo 18 il tema. È l’errore nell’abuso degli stage, ma anche nel non saper percepire cosa sia diventato oggi il lavoro. È la necessità di riequilibrare gli ingressi in un mercato finora favorevole agli over 50, un po’ per effetto della riforma Fornero sulle pensioni e un po’ per effetto dei ritorni dopo gli anni della cassa integrazione dovuta alla lunga crisi.

È un fallimento anche culturale, della sinistra-sinistra innanzitutto, se oggi un ragazzino di un istituto ritiene di potersi affidare a slogan tanto offensivi verso gli operai, da sempre il simbolo più nobile del lavoro umano. Ma forse ciò accade anche perché l’orizzonte non è nemmeno più il lavoro umano (fugurarsi la mitica classe operaia), perché la sfida è ormai spostata nella competizione tra l’abilità lavorativa delle persone e gli skills perfetti dei robot, loro sì quasi una nuova classe “sociale”. Che non conosce, ovviamente, pause, diritti e tantomeno licenziamenti. E chi azzarda la risposta onirica di affidare tutto il lavoro alle macchine per godersi un meritato reddito di cittadinanza da destinare all’ozio creativo da Peripato aristotelico, appunto, sogna (anche se, magari, prenota un posto da ministro pentastellato).

I nuovi diritti sono semmai quelli da negoziare per tutelare il lavoro dei nuovi-vecchi Gig workers che rispondono, bici e app, a un software e alle sua spietatezza efficientista, ma non è l’articolo 18 la risposta. Quelli di chi deve pretendere un aiuto efficace nelle transizioni da un lavoro all’altro proprio dalla nuova struttura nata a questo scopo, l’ Anpal, primo tentativo di attenzione strategica ma ancora assai in rodaggio. Gli argomenti da considerare sono i contratti di ricollocazione, freschi di conio, ma ancora farraginosi nell’attuazione; la chimera europea di Garanzia giovani e il suo tasso di ipocrisia; i rapporti tra agenzie pubbliche e agenzie private per la gestione della formazione on the job o della collocazione dei disoccupati; il rapporto di lavoro di apprendistato che non decolla, nonostante risulti ancora il più economicamente vantaggioso e abbia come parente (alla lontana) il modello tedesco che tanto successo ha nella brillante performance del mercato del lavoro del Paese guida d’Europa. Senza contare che sarebbe bene discutere come dare dignità e risorse alle politiche attive per irrobustire l’occupabilità delle persone, dignità e risorse almeno pari a quelle che hanno oggi gli ammortizzatori sociali. Dei quali, prima o poi, bisognerà esaminare l’efficacia se si dimostrasse che sono stati un modo per tenere in vita “fabbriche zombie” e posti che non erano più lavoro vero.

L’articolo 18 non c’entra nulla. E puntare a riesumarlo nella sessione di bilancio, a legislatura praticamente finita, è folle. Ma anche pensare di aumentare le quantità indennizzate in caso di licenziamento illegittimo rischia di essere fumo negli occhi rispetto a un altro dei temi davvero centrali di questa sfuocata stagione del lavoro: il rilancio dei salari. Non ne parla nessuno se non Mario Draghi nei suoi austeri appelli a rilanciare le buste paga per far aumentare il tasso di inflazione fisiologico, per statuto bussola della Banca centrale europea. Eppure è su questo terreno che il dibattito pubblico dovrebbe esercitarsi, con il naturale corollario di un ripensamento delle relazioni industriali e della struttura dei contratti (tra l’altro solo 300 degli 800 accordi nazionali è sottoscritto da organizzazioni maggiormente rappresentative), oramai destinata sempre più a valorizzare gli accordi di secondo livello, stipulati nelle aziende dove si crea la produttività da redistribuire. Produttività, lacuna antica, che, tra l’altro, è frutto degli investimenti, vera leva per crearlo, il lavoro, e vero argomento principe se si deve affrontare il tema dell’occupazione-occupabilità.

La condanna del lavoro è di essere argomento ad alta evocatività ideologica e a bassissimo tasso di pragmatismo. Tema ideale per discettare di regole per definirlo e non di strumenti per crearlo. E anche la recente lezione dell’abolizione, per via referendaria, dei famigerati voucher non ha insegnato nulla: i 121 milioni di “buoni” finiti nel mirino della campagna sui diritti negati equivalevano a 60mila posizioni lavorative, un’inezia in un mercato del lavoro con 23 milioni di occupati, ma hanno garantito all’Inps più di 300 milioni di contributi. Ora gran parte di quei lavoretti sono spariti dai radar. E con essi il grosso dei fondi destinati all’Inps. E tutto perché qualche società di calcio e qualche big del fast food aveva fatto un uso eccessivo di quei voucher. Non era meglio limitare gli abusi che perdere uno strumento efficace e di semplice applicazione?
Non è forse il riequilibrio dei dissestati conti del nostro sistema di welfare un’altra grande sfida che con l’articolo 18 non ha nulla a che vedere, ma con il lavoro sì? Ci voleva la pazienza del cacciavite e non la furia dell’accetta. E ci vuole a maggior ragione adesso, con la legislatura agli sgoccioli.»
(Alberto Orioli)


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