Quando, sul finire del 1973, si concretizzò la prima crisi energetica dell’era postmoderna non ci volle molto, alle menti più acute, intuire che quel momento sarebbe stato il finale del boom economico, la condanna dello spreco e il funerale dell’entusiasmo compulsivo di massa.
I provvedimenti restrittivi – all’inizio – avevano irritato qualcuno riportandolo all’interno delle regole e del risparmio dopo che aveva scorrazzato libero per un paio di decenni tra sprechi e inutilità; non era stato facile, ma alla fine erano stati accettati. Mancava il petrolio e il popolo italiano, già ben motorizzato, si era spaventato all’idea di dover tornare ad usare i piedi. Siccome – ancora – non li aveva destinati del tutto al ragionamento era riuscito a comprendere la gravità della situazione e di abbastanza buon grado aveva accettato le norme restrittive.
Si trattava di un cambio epocale nei costumi e nelle abitudini che avrebbe inciso sulla concezione stessa della vita che ciascuno aveva, allora.
Eravamo richiamati ad una maggiore consapevolezza ecologica. Venivano usate per la prima volta dalla stampa espressioni come: targhe alterne, risparmio energetico, trasporto collettivo, con uso razionale dei mezzi e – alla gente – apparvero (d’uso comune) parole come: ambiente, territorio, inquinamento. Nella cortina fumosa di un mondo vecchio e malamente motorizzato ogni auto produceva una quantità d’inquinamento pari ad una fabbrica in produzione attiva; però si era aperto uno squarcio che, oltre al sereno, permetteva di scorgere qualche barlume di intelligenza nella popolazione.
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