L’occupazione in affanno perde terreno, a cura di Claudio Negro, in Mercato del Lavoro News – n. 49, FONDAZIONE ANNA KULISCIOFF

KULISCIOFF

Mercato del Lavoro News – n. 49

L’occupazione in affanno perde terreno

Giubilo della RAI nel commentare i dati dell’Osservatorio INPS sull’occupazione relativi a Marzo 2019: disoccupazione in calo, boom di contratti a tempo indeterminato! (mescolando i dati INPS su assunzioni-cessazioni con quelli ISTAT sullo stock di occupati). Tuttavia dobbiamo dare atto a Tridico di aver fornito dati limpidi: l’uso che ne verrà fatto potrebbe non essere affar suo.

Vediamoli un po’: tante nuove assunzioni a Marzo e in generale nel 1° trimestre 2019. Purtroppo però in calo rispetto a quelle del periodo corrispondente del 2018 (meno 93.000 nel mese e meno 190.000 nel trimestre). Ricordiamo che si tratta di dati di flusso, non di saldi di stock: significa soltanto (!?) che le nuove assunzioni diminuiscono.

Ma la notizia bomba sarebbe il decollo dei contratti a tempo indeterminato: vero, anche se le nuove assunzioni sono state 1.000 in meno rispetto a Marzo 2018. Si osserva peraltro un precipitare degli avviamenti a tempo indeterminato dai 180.000 di Gennaio 2019 ai 107.000 di Febbraio 2019 a 103.000 di Marzo 2019: come era previsto dopo Gennaio, che è il mese in cui le imprese sistemano dal punto di vista amministrativo le cose, i miracolosi effetti del Decreto Dignità evaporano.

Ma esaminare da vicino la realtà dei contratti “stabili”, quando si sia diradato il fumo del boom, riserva qualche scoperta.

Innanzitutto la dinamica statistica con cui si producono i dati finali: se partiamo dai dati di stock ISTAT di febbraio vediamo che i contratti stabili erano 14.860 mln; se a partire da questa base applichiamo di dati di flusso di Marzo vediamo che le nuove assunzioni sono state 103.000 e le cessazioni 130.000; dunque un saldo negativo, che viene riportato in attivo soltanto dalle 48.000 trasformazioni di contratti a termine in contratti stabili. Queste 48.000 persone erano già occupate a termine; la qualità dei contratti è certamente migliorata, ma il saldo occupazionale per quanto concerne le nuove assunzioni resta negativo: nel mese di Marzo il saldo avviamenti – cessazioni per contratti stabili e a termine è stato positivo per oltre 36.000 unità, ma se vi sottraiamo le 48.000 trasformazioni vediamo un passivo di 11.500 unità, che diventano 22.300 se riferite (come sarebbe corretto) solo alle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Il che non significa, ovviamente, che cala l’occupazione: il dato di stock (ISTAT) è positivo per 44.000 unità (guarda caso, quasi esattamente corrispondente al numero delle trasformazioni); significa però che le nuove assunzioni a tempo indeterminato sono inferiori alle cessazioni. Anche questa non è una novità assoluta: conferma un trend largamente consolidato per cui una quota rilevantissima dei nuovi contratti stabili non derivano da nuove assunzioni ma da stabilizzazione di lavoratori già presenti in azienda con contratti a termine. Trend evidentemente non scalfito dal Decreto Dignità, che non ha modificato una pratica da sempre largamente attuata dalle aziende: un contratto a termine più eventuali rinnovi/proroghe in funzione di lungo periodo di prova cui segue la stabilizzazione. Intendiamoci, questa prassi ha sempre riguardato una quota significativa ma minoritaria dei contratti a termine, la maggior parte dei quali hanno cause legate ad esigenze contingenti, ma che in misura sostanzialmente costante assolve appunto questa funzione di “periodo di prova lungo”: nel 2018, con l’esclusione dei mesi di gennaio e dicembre che sono sempre anomali per motivi amministrativi, le trasformazioni sono state da un massimo di 60.000 a un minimo di 32.000; negli anni precedenti hanno variato dal massimo del 2015 (Jobs Act) di 41.000 trasformazioni/mese (media) ai 27.000 del 2014.

A proposito dei presunti effetti di compressione dei contratti a termine generati dal Decreto Dignità occorre notare che a marzo il rapporto assunzioni – cessazioni di questi contratti era positivo per oltre 10.000 unità (quindi in crescita nonostante il Decreto) mentre calano sensibilmente i contratti di somministrazione (meno 5.800) che sono tra tutti i contratti a termine i più garantisti per i lavoratori (e costosi per le aziende).

Altro dato meritevole di attenzione: la variazione tendenziale (rispetto a 12 mesi fa) delle nuove assunzioni è positiva: + 350.000; però, guarda un po’, è il più basso da Aprile 2017. Il che da un lato indica una maggiore stabilità dei contratti in essere e quindi una minore mobilità, ma allo stesso tempo che la creazione di nuova occupazione è in fase discendente.

Interessante notare come si articola il flusso di nuove assunzioni per fascia dimensionale delle imprese nel primo trimestre rapportato al primo trimestre dell’anno scorso: in generale le nuove assunzioni sono in calo (1.660.000 rispetto a 1.831.000); le assunzioni a termine, per quanto in calo rispetto all’anno scorso (- 76.000) sono largamente la forma maggioritaria di assunzione (720.000, pari al 43% del totale). Il dato sulle assunzioni a termine è trasversale a tutte le classi di dimensione aziendale, così come è trasversale il dato di lieve crescita dei contratti stabili. Tuttavia due dati vanno in direzione opposta rispetto a quella che potrebbe sembrare una tendenza comune a tutto il sistema delle imprese: le nuove assunzioni crescono soltanto nelle imprese sotto i 15 dipendenti, e crescono grazie ai contratti più “border line”: occasionali e stagionali; nelle imprese più grandi (over 100) le nuove assunzioni calano del 20% soprattutto per effetto del crollo della somministrazione (- 37%). Un dato quest’ultimo da considerare con attenzione, perchè l’andamento della somministrazione abitualmente anticipa l’andamento occupazionale dei mesi successivi, e che pertanto farebbe pensare ad una certa mancanza di fiducia delle imprese per l’immediato futuro.

Non solo: il 38% dei nuovi contratti a tempo indeterminato nel 1° trimestre sono part time, il che testimonia di una dinamica occupazionale ancora incerta. Soprattutto non crescono le ore lavorate.

In conclusione: il bilancio di 7 mesi di Decreto Dignità dimostra che la pretesa di modificare le dinamiche occupazionali in forza di legge è velleitaria. (a cura di Claudio Negro)

Milano, 3 giugno 2019

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