IL SERVIZIO SOCIALE PROFESSIONALE ED IL CASO DI BIBBIANO, di Luigi Colombini ex docente di legislazione ed organizzazione del servizi sociali – Università Statale Roma TRE, luglio 2019

IL SERVIZIO SOCIALE PROFESSIONALE ED IL CASO DI BIBBIANO

di Luigi Colombini

ex docente di legislazione ed organizzazione del servizi sociali – Università Statale Roma TRE, corsi DISSAIFE E MASSIFE

Collaboratore del SUNAS – Redattore di ”OSSERVATORIO LEGISLATIVO SOCIO-SANITARIO SUNAS

Introduzione storica

Nel nostro paese, l’affermazione del “primo” Servizio Sociale Professionale fu strutturato secondo i canoni classici che costituivano le fondamenta di un servizio innovativo, efficiente ed efficace: le maggiori scuole di preparazione degli Assistenti Sociali in quanto a serietà ed autorevolezza della preparazione sul piano scientifico e metodologico di tale “scienza del sociale”, si basavano sia sulla accettazione di studenti dopo test attitudinali, sia su un costante monitoraggio che assisteva gli studenti nel corso del triennio, sia infine sulla supervisione nei tirocini, supervisione intesa quale assistenza e guida sul lavoro, e svolta da Assistenti Sociali adeguatamente preparati, con la formulazione di cartelle didattiche e di resoconti che seguivano lo studente fino alla conclusione del corso.

Sul fronte dell’amministrazione del Servizio Sociale Professionale, gli Enti nazionali maggiormente rappresentativi nella organizzazione, gestione, verifica e controllo dello stesso Servizio, ed il Ministero di grazia e giustizia in particolare, ebbero analogamente ad istituire il Servizio sulla base di organigrammi che prevedevano adeguati strumenti di guida sul lavoro e di supervisione, tali da costituire un riferimento operativo che conferiva certezza e verifica sul lavoro sociale svolto dagli Assistenti Sociali (ENPMF, ENAOLI, ONMI, ISCALL, fra i più noti).

La scomparsa dei suddetti Enti a seguito del DPR n. 617/77 e l’attribuzione alle Regioni ed agli Enti locali del Servizio Sociale Professionale, non ha portato ad una contestuale trasmissione della sua propria “cultura” organizzativa e professionale.

Gli Assistenti Sociali, in un limbo caratterizzato dall’ancora non riconoscimento giuridico della professione (intervenuto, con l’apporto determinante dell’Assistente Sociale Paola Rossi Gatti, prima Presidente dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, dopo quindici anni), con il primo contratto nazionale degli Enti locali (DPR, n 347/83), in rapporto a quanto si definì in sede di accordo sindacale, furono collocati nella VI qualifica funzionale (al pari del vigili urbani), e, nell’area socio-sanitaria, nella VII qualifica funzionale furono collocati gli Assistenti Sociali coordinatori.

In tale contesto, in assenza della legge statale sull’ assistenza (intervenuta nel 2000, lo spazio di una generazione), il Servizio Sociale Professionale, in quanto servizio adeguatamente strutturato, è stato fatto oggetto dell’interesse del legislatore statale con il DPCM del DPR n.1219 del 29 dicembre 1985 (pubblicato sulla GU n.256 del 30 ottobre 1985, s.o.), e nell’ambito dei profili professionali collocati nelle relative qualifiche professionali, in merito all’ Assistente Sociale, la definizione del profilo e dei requisiti fu legata all’attività svolta dalla Commissione di studio costituita dal Ministero dell’Interno per approfondirne la problematica della formazione e per definirne il profilo professionale e i requisiti:

Assistente Sociale:

collabora nello svolgimento di attività di rapporto con l’utenza dei servizi socio‑assistenziali al fine di studiare, valutare e trattare situazioni dl bisogno individuali, familiari e di gruppo attraverso la formulazione e l’attuazione di piani di intervento atti a valorizzare le risorse personali dell’utente e ad attivare le prestazioni assistenziali, i servizi, gli interventi specifici di altri operatori esterni all’ente per giungere alla soluzione dei problemi rilevati;

l’attività si svolge sotto la supervisione del personale di servizio sociale di livello superiore;

collabora ad attività di progettazione, organizzazione e gestione di interventi, servizi e strutture, nell’ambito di pro­grammi di servizio sociale definiti da personale di livello superiore della stessa professione;

collabora ad attività di indagine e di studio sui problemi sociali e di servizi prestati nell’area operativa per la definizione di conseguenti piani di intervento volti alla riorganizzazione e alla promozione di strutture e servizi.

Assistente Sociale coordinatore:

svolge, secondo i principi e le conoscenze e i metodi del servizio sociale professionale, con piena autonomia tecnica, nell’ambito di norme, procedure determinate e direttive di massima, attività di rapporto con l’utenza;

svolge attività di progettazione, organizzazione e gestione degli interventi, attività di indagine e studio sui problemi sociali e i servizi presenti nell’area operativa, e attività di raccolta e diffusione di informazioni nell’ambito del sistema informativo di base,

nell’ambito della sua preparazione professionale e assumendosene le responsabilità, predispone atti amministrativi, e attua con piena autonomia tecnica le decisioni prese da organi competenti.

cura, secondo le direttive ricevute, i collegamenti funzionali con altri uffici e servizi, coordinando l’attività dl gruppi di lavoro costituiti da professioni appartenenti a qualifiche inferiori e di pari livello;

Svolge supervisione professionale sul lavoro svolto dal personale di servizio sociale di livello immediatamente inferiore, nonché interventi di preparazione professionale degli impiegati dell’unità organica che coordina e degli studenti tirocinanti ed è responsabile dei piani formulati e delle verifiche dei risultati ottenuti.

Aspetto distintivo è quello di coordinare l’attività di unità organiche semplici che esplicano compiti di servizio sociale, predisponendo piani di lavoro e verificando i risultati conseguiti.

Direttore Di Servizio Sociale

dirige unità organiche con funzioni di servizio sociale con rilevanza esterna ovvero svolge la propria attività presso unità organiche ed uffici specializzati e/o dirige unità organiche di servizio sociale non a rilevanza esterna nell’ambito di unita organiche di maggior livello, con piena autonomia nell’ambito di procedure e di norme e direttive generali;

predispone piani di intervento nel settore che dirige e collabora con i dirigenti alla programmazione generale del servizio nel suo complesso;

predispone atti e provvedimenti nell’ambito di leggi e regolamenti della materia attribuita ad unità organiche ovvero collabora a quelli riservati al livello dirigenziale;

svolge attività di analisi, studio e ricerca e consulenza tecnica nel settore del servizio sociale al fine di favorire la migliore soluzione dei problemi individuali, familiari e di gruppi in particolari difficoltà, assumendosi la piena responsabilità delle soluzioni prospettate, dei piani formulati e della verifica dei risultati;

raccoglie e diffonde le informazioni relative ai problemi e servizi cui è preposto, al fine di organizzare e gestire il sistema informativo;

cura la preparazione e l’aggiornamento professionale degli impiegati addetti all’area sociale informandoli sull’evoluzione legislativa e sulle procedure e predisponendo le innovazioni tecniche necessarie alla migliore gestione dei servizi e delle strutture;

svolge attività didattica, di studio, di documentazione e formazione permanente anche in collaborazione con strutture universitarie e di formazione professionale e può stipulare contratti di docenza con l’università.

La ricaduta sulla realtà degli Enti locali

La ricaduta di tali disposizioni sul complesso della realtà rappresentata dalla Pubblica Amministrazione, dalla Regione, e dagli Enti locali, sono state variamente applicate, a causa delle progressive difficoltà finanziarie degli Enti locali, e dalla complessità del Servizio Sociale Professionale nel contesto della riorganizzazione complessiva degli Enti locali, secondo quanto indicato nella legge n. 142/90, e sul successivo Dlgs. n. 267/2000 (TUEL).

Si è avviato quindi un processo di precariato lavorativo degli Assistenti Sociali, senza alcun riferimento ad oggettivi parametri nel rapporto con la popolazione da servire: solo la Regione Marche, con la legge regionale n. 10/82 relativa al Piano Socio-sanitario della regione, ipotizzò un assistente sociale ogni 5.000 abitanti; tale parametro è stato successivamente confermato sia dalla Regione Emilia Romagna, nel 2014, nel proprio atto di indirizzo “Servizio sociale territoriale”, sia nel decreto attuativo della lotta e contrasto alla povertà a livello statale, con l’introduzione del REI.

In assenza di una adeguata strutturazione del Servizio Sociale Professionale, si è quindi posta mano, a fronte di una domanda sociale crescente, all’emergere di bisogni sempre più complessi, ad assunzioni non già mediante concorsi (peraltro rari, e riservati a Comuni “virtuosi”), bensì con contratti privati, fino al ricorso alla esternalizzazione del servizio attraverso le cooperative.

Del sistema proprio del Servizio Sociale Professionale, basato sulla prestazione, supervisione e verifica, se ne sono perse le tracce: si è assistito in molti casi alla assunzione diretta di presa in carico, di valutazione e di proposta di intervento, dagli stessi operatori sociali delle cooperative.

La Regione Emilia Romagna e il sistema del Servizio Sociale Professionale

La Regione ha una lunga tradizione per quanto concerne l’organizzazione ed il sistema dei servizi sociali: già con la legge regionale n. 10/73, seguita dalla L.R. n. 18/80 ha disegnato e costituito il proprio modello di riferimento; a seguito della Legge n.328/2000, è stata la prima Regione con la L.R.n. 2/03 a definire il rinnovato sistema dei servizi sociali; nel corso del successivo decennio ha delineato con specifici provvedimenti amministrativi (DGR 19 dicembre 2011, n. 1904 “direttiva in materia di affidamento familiare, accoglienza in comunità e sostegno alle responsabilità familiari” integrato con le modifiche apportate dalla d.g.r. 14 luglio 2014, n. 1106 “modifiche ed integrazioni alla d.g.r. 19 dicembre 2011, n. 1904) tutta la complessa problematica intorno all’affidamento familiare, in cui, attraverso un attento e specifico protocollo operativo sono stati evidenziati il ruolo della Regione, della Provincia, del Comune, della ASL e del terzo settore, per il raggiungimento degli obiettivi, e, ovviamente sul ruolo degli operatori (Assistente Sociale, educatore professionale, psicologo, in particolare.

Nello stesso anno è stato definito il modello del Servizio Sociale Territoriale DGR n. 1012/14), collocato al livello distrettuale, con la missione di promuovere il benessere della comunità attraverso azioni di prevenzione e di promozione sociale e di accompagnare le persone nei momenti di fragilità per favorire l’autonomia e l’integrazione sociale.

Per ciò che concerne l’organigramma del Servizio, è stato indicato il “responsabile” che svolge le seguenti funzioni:

Fa parte dell’Ufficio di Piano.

Deve essere in possesso di adeguati requisiti di formazione professionale e/o esperienza nell’ambito dei servizi di welfare.

Il Responsabile ha il compito di:

gestire i rapporti con gli Amministratori e con i portatori d’interesse, assicurando coerenza tra le loro esigenze e l’azione del Servizio, nonché ricercando l’equilibrio e la mediazione necessaria tra le eventuali istanze contrapposte;

supportare gli Amministratori e gli organi amministrativi dell’ente nella formulazione delle politiche sociali;

supportare il processo di analisi del territorio e di definizione delle scelte di programmazione, partendo da una buona conoscenza del contesto;

partecipare alla negoziazione per la costruzione budget di Servizio e l’individuazione degli obiettivi, promuovendone la condivisione con gli operatori del Servizio;

assicurare la funzionalità del SST, attraverso la pianificazione strategica ed operativa del servizio, la gestione della comunicazione interna ed esterna;

conseguire gli obiettivi impiegando le risorse assegnate, in particolare quelle umane; − sviluppare percorsi di coinvolgimento degli operatori, degli utenti e delle parti interessate, del terzo settore, per favorire lo sviluppo dei processi partecipativi, la condivisione in merito alla programmazione e alle priorità e la collaborazione per il raggiungimento degli obiettivi;

fornire evidenza della qualità del servizio, garantendo la documentazione e la raccolta sistematica di informazioni sul funzionamento del servizio e sulle sue performance;

presidiare i processi valutativi legati alle attività svolte nel SST, affinché sia possibile analizzare il grado di raggiungimento degli obiettivi definiti e, a partire dalle esperienze, far emergere gli elementi di riflessione che orientano lo sviluppo ed il miglioramento continuo del servizio;

facilitare e promuovere il confronto con le altre realtà locali per creare una tensione verso la diffusione delle buone pratiche, la modernizzazione e l’innovazione.

Il responsabile del SST è coadiuvato da Assistenti Sociali, educatori, operatori socio-sanitari, ed amministrativi.

Tale modello, peraltro, è stato formulato in via autonoma, e non risulta che sia stato sentito l’Ordine regionale degli Assistenti Sociali.

Il caso di Bibbiano

In tale contesto, secondo quanto è possibile desumere dai vari articoli apparsi sulla stampa nazionale e locale, nella vicenda dei procedimenti istruttori svolto per i provvedimenti di affido dei minori è venuto a delinearsi uno scenario che coinvolge il Comune, gli Assistenti Sociali, le modalità dell’affidamento del servizio, il terzo settore, gli psicologi.

Le riflessioni che emergono da quanto è possibile desumere dalla vicenda, fanno ritenere che è assolutamente necessario ricomporre e rafforzare il ruolo della supervisione e della guida sul lavoro rivolta agli Assistenti Sociali che sono impegnati in una attività particolarmente impegnativa e delicata; riformulare e confrontare un quadro di coerenza e di congruità con le direttive della Regione, già in atto fin dal 2014; ridefinire i ruoli e i riscontri dei vari professionisti impegnati secondo un rigido protocollo operativo.

Secondo quanto già indicato nel modello del Servizio Sociale Territoriale, è peraltro indispensabile ridefinire il ruolo ed il compito del Responsabile del Servizio, ed il rapporto dello stesso con gli Enti locali che formano il distretto e con gli operatori del terzo settore, che non sostituiscono gli operatori istituzionalmente competenti, ma, secondo il principio della responsabilità e della competenza, collaborano con il loro apporto alla formulazione del provvedimento conclusivo.

In tale contesto, l’ Assistente Sociale, secondo i principi irrinunciabili della deontologia professionale, deve essere inserito in un sistema di rete e quindi non “sentirsi” solo nell’espletamento della propria attività ma, avendo a che fare con “persone”, con gruppi, con famiglie e con la stessa comunità per come si esprime con i suoi valori e le sue peculiarità, avere il diritto (come accade per le altre professioni) di avere la tutela della guida sul lavoro e della supervisione, fruire di adeguate attività di formazione ed aggiornamento permanente, e quindi operare in piena serenità e sicurezza.

La professione dell’ Assistente Sociale, in assenza di un adeguato sistema di protezione, è esposta più di ogni altra a tre tipi di rischi che occorre assolutamente combattere: il born out, su cui sono stati pubblicati molteplici saggi e testimonianze; il mobbing, e infine l’appropriazione indebita della professione da parte di orecchianti che per il solo fatto di essersi interessati di assistenza a vario titolo, si credono Assistenti Sociali a tutti gli effetti.

Analogamente, si ritiene che in una dimensione operativa assolutamente impegnativa e delicata, quale quella dell’affido, come peraltro anche in altri ambiti di intervento, deve essere ripresa con forza la funzione di indirizzo e coordinamento a livello centrale, con la predisposizione di specifici procedimenti operativi, con la definizione di rapporti con il terzo settore, ove necessario, e con la formulazione di protocolli con l’amministrazione giudiziaria (come peraltro già in atto in varie realtà) per la definizione delle competenze, dei ruoli, delle responsabilità e delle funzioni dei vari professionisti coinvolti.

In tale contesto, secondo il principio della concertazione e della tutela degli operatori interessati, è doveroso coinvolgere l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali.

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