Elezioni regionali in EMILIA ROMAGNA e CALABRIA, 26 gennaio 2020

tabelle risultati:

https://www.interno.gov.it/it/notizie/elezioni-regionali-calabria-ed-emilia-romagna-tutti-i-dati-eligendo

https://wwwservizi.regione.emilia-romagna.it/elezioni2020/

2020-01-27_1630422020-01-27_1630542020-01-27_163121


Come sempre per fare un’analisi compiuta del voto occorre attendere che siano pubblicati i dati di analisi dei flussi, ma sul piano politico penso che alcune considerazioni si possano anticipare con certezza.

1) La vittoria in Emilia-Romagna è innanzitutto e soprattutto la vittoria di Stefano Bonaccini. La sua scelta di non cadere mai nella trappola di Salvini di trascinarlo in una campagna tutta nazionale, tutta politica, a mio avviso ha fatto la differenza. Scegliendo di rimanere rigidamente sui temi dell’amministrazione locale ha potuto contare sul valore pratico del buon governo che in tantissimi gli hanno riconosciuto anche oltre il centrosinistra, come testimoniano il risultato della sua lista e gli oltre 160.000 voti espressi direttamente ed unicamente a lui rispetto alle liste che lo appoggiavano. Tutto il centrosinistra lo deve ringraziare, in particolare il PD che, grazie alla sua identificazione con il partito, ha ottenuto certamente un risultato positivo.
2)È il centrodestra nel suo insieme che esce sconfitto, non solo Salvini. Complessivamente, rispetto alle europee di meno di un anno fa, ed uscendo dal calcolo percentuale che nasconde la realtà dei numeri, il centrodestra perde circa 70.000 voti. Dentro questa evidente e sonora sconfitta l’unica che può davvero dirsi soddisfatta è la Meloni che quasi raddoppia i voti per il suo partito. A ben guardare l’imposizione del candidato e la personalizzazione della campagna da parte di Salvini hanno trascinato tutto il centrodestra in una sonora sconfitta e sono sicuro che questa strategia fallimentare aprirà inesorabilmente una discussione non solo nel centrodestra ma anche all’interno della Lega.
3)Il movimento 5 stelle rispetto ad un anno fa perde quasi 200.000 voti. Un vero tracollo che non può essere messo in relazione al voto disgiunto perché quello, come noto, penalizza il candidato presidente e non le liste (infatti Benini prende circa 22.000 voti in meno rispetto alla lista).

In Calabria le cose non cambiano per il centrodestra dove la coalizione perde circa 67.000 voti rispetto alle europee, dentro la quale l’unica che guadagna è la Meloni (7.500 voti) e per i 5 stelle che perdono quasi 150.000 voti rispetto ad un anno fa e addirittura non entrano neanche in consiglio regionale. Cambiano invece le cose per il PD che rispetto alle europee perde quasi 18.000 voti a rimarcare, a prescindere dal valore del candidato, quanto la candidatura di un suo esponente di grande valore come Bonaccini abbia inciso sul loro voto in Emilia. In qualche modo rispecchiando quanto era avvenuto con Nardella, Gori, De caro e tanti altri sindaci che stravinsero nelle loro città mentre il centrodestra stravinceva nello stesso giorno nel voto per le europee.
Quindi, ripeto: dobbiamo tutti ringraziare Stefano Bonaccini non solo per l’impegno e la serietà con cui ha condotto questa campagna elettorale ma per la forza, la competenza e la dedizione con le quali ha guidato la Regione nei cinque anni precedenti. È lui che ha fatto la differenza ed è lui che ha consentito lo stop alla cavalcata di Salvini e del centrodestra che avevano voluto trasformare questa competizione in un redde rationem nazionale. Hanno voluto forzare la mano, dare a questo voto un valore politico nazionale ed ora devono fare i conti con una sconfitta che è tutta politica.

Detto questo, siccome sento e vedo dichiarazioni neanche troppo velatamente trionfalistiche, vorrei dire con franchezza a tutti che la vittoria di cui parliamo si è realizzata in Emilia-Romagna, ripeto in Emilia Romagna, dove come noto il centrosinistra non ha mai perso, dove la mobilitazione delle sardine ha avuto certamente un ruolo e dove, sbagliando completamente strategia, con la sua personalizzazione e nazionalizzazione della sfida Salvini ha creato un contraccolpo decisivo in termini di reazione da parte degli elettori. Ma se qualcuno pensa di crogiolarsi sugli allori credendo che l’Emilia possa essere l’Italia intera è bene che si svegli subito e smetta di sognare. L’aiuto glielo può dare il risultato calabro che segna l’ennesima regione strappata dal centrodestra al centrosinistra nelle ultime tornate elettorali. Tenendo gli occhi aperti non possiamo che constatare che il centrodestra è ancora maggioranza nel Paese e che per batterlo, come ha dimostrato Bonaccini, bisogna assicurare agli italiani buon governo e politiche capaci davvero di risolvere i problemi del paese. La mia risposta a chi si domanda quali effetti potrà avere il risultato dell’Emilia-Romagna sul governo è tutta concentrata in questo. Il risultato di ieri ci impone senza tentennamenti un immediato cambio di passo nell’azione di Governo. Abbiamo il tempo di farlo ma dobbiamo farlo, e subito. Ed in questo senso il ruolo di Italia Viva sarà decisivo. Questa competizione dimostra ancor di più che l’elettorato è mobile ed è disponibile a cambiare idea se si fanno scelte chiare e concrete. La nostra sfida è appena iniziata. Abbiamo davanti a noi una grande scommessa. Non possiamo lasciarcela sfuggire, a cominciare dall’assemblea di sabato e domenica prossimi.


Corriere della Sera

L’Emilia-Romagna ha respinto la spallata di Matteo Salvini contro il governo nazionale. La sinistra perde nettamente in Calabria, ma vince la sfida più difficile. Il Movimento Cinque Stelle, invece, crolla dovunque, proiettando un’ombra sull’esecutivo di Giuseppe Conte. Il capo del Carroccio subisce una sconfitta pesante dopo due anni di trionfi: tanto più bruciante perché è stato proprio lui a dare al voto un significato strategico, additandolo come un avviso di sfratto al premier da Palazzo Chigi. A compensare la battuta d’arresto non basta che la Lega contenda al Pd il primato come partito nella «regione rossa». Non l’ha conquistata.
Perché è inutile girarci intorno: quelle di ieri sono state le «sue» elezioni, nel bene e nel male; più che le altre in Calabria, dove si registra la vittoria netta del centrodestra a guida berlusconiana. I risultati sono legittimati da un’impennata della partecipazione, soprattutto in Emilia- Romagna. Le analisi a freddo diranno se a portare tanti elettori alle urne sia stata la campagna martellante di Salvini, il suo tentativo disperato e frustrato di trasformare il voto in un referendum sul governo Conte. Oppure se il salto sia dovuto alla mobilitazione giovanile delle «sardine» di Mattia Santori, con il loro allarme contro la strategia del Carroccio.
Il risultato è comunque positivo, e il merito va a entrambi, al di là di chi vincerà. Nelle piazze che le «sardine» hanno riempito probabilmente erano presenti elettori di sinistra che avevano ingrossato le file dell’astensione, o in parte si erano mossi verso le forze populiste. È difficile prevedere quale sarà l’evoluzione di una realtà magmatica che esprime esigenze e frustrazioni prima di proposte politiche. Ma se sono state anche loro a far lievitare la partecipazione, il contagio non è arrivato se non in minima parte in Calabria.
Lì si è registrato un leggero aumento dei votanti, ma la sensazione è che la regione si sia sentita e sia stata trascurata a livello nazionale. Lo stesso Salvini, proteso verso la conquista della roccaforte storica della sinistra nel nord, ha trattato il voto calabrese come una pratica secondaria: forse perché la destra era sicura di vincere; e perché la candidata, Jole Santelli, è una berlusconiana doc. Comunque, simbolicamente non rappresentava abbastanza per opposizioni tese a delegittimare in ogni modo l’alleanza M5S-Pd. In parte, l’obiettivo è stato raggiunto con l’aiuto dei Cinque Stelle.
L’annichilimento del Movimento di Beppe Grillo è il dato più vistoso. Era prevedibile che avrebbe perso migliaia di voti. Ma il risultato è doppiamente umiliante, in Calabria e in Emilia Romagna. Dal punto di vista numerico, si conferma una parabola discendente che rispetto alle elezioni politiche di marzo 2018 mostra un grillismo sovrarappresentato in Parlamento ma in rotta nel Paese. Politicamente, la scelta di presentare liste senza allearsi col Pd lo ha fatto apparire insieme inaffidabile e ininfluente.
I Cinque Stelle rischiano di assumere un ruolo, più che marginale, residuale. E certo non ha contribuito alla loro credibilità il passo indietro del leader Luigi Di Maio a tre giorni dal voto. Sotto questo aspetto, la previsione di Salvini sul tracollo del partito di maggioranza relativa in Parlamento si è rivelata esatta. Ma si rivelerà una vittoria amara sugli ex alleati di governo, se l’esito finale del voto di ieri dovesse essere l’elezione del candidato della sinistra. Per il carattere nazionale che la destra, soprattutto Salvini e Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, hanno impresso alla consultazione, perdere non significherebbe solo una sconfitta.
Di rimbalzo darebbe ossigeno a un governo finora asfittico per le sue magagne interne; e incapace di accreditarsi come un‘alleanza politica. Potrebbe stabilizzare un premier, Conte, che Salvini addita da mesi con epiteti al limite dell’insulto politico; e una segreteria del Pd che, pur giocando una partita in difesa, sarebbe riuscita con Nicola Zingaretti a fermare l’onda salviniana in un passaggio. Comunque finisca, si apre un’incognita anche per la configurazione della destra e la sua politica. Se la «strategia della spallata» scelta da Salvini si rivelerà un boomerang, qualcuno gli chiederà una linea meno elettoralistica e meno estremista.
Anche perché sullo sfondo rimane la collocazione europea del suo Carroccio: tema dirimente, sebbene si tenda a sottovalutarlo. Per andare a Palazzo Chigi, la destra di oggi ha bisogno di solide sponde continentali. Ma per ora le ha solo Silvio Berlusconi col Ppe, e Meloni con i conservatori. Ora si aspetta di capire se Salvini sarà costretto a rivedere non solo la strategia italiana ma le sue alleanze europee, impresentabili nelle cancellerie occidentali. E se lo farà da vincitore o da sconfitto.
Massimo Franco

«L’alta percentuale di votanti ha testimoniato come i cittadini avessero compreso che la battaglia di Roma si sarebbe giocata sulla «linea del Reno». Ora la lunga marcia di Salvini verso Palazzo Chigi si fa più difficile. E al pari del Pd anche altri festeggiano nel Palazzo, davanti alla sua prima battuta d’arresto. La messe di consensi ottenuta dal Carroccio non inganni: alle Europee il centro-destra era davanti ai suoi avversari. Qualcosa ieri sera è cambiato» [Verderami, CdS].

la Repubblica
Stamane nessuno citofonerà al Quirinale per reclamare le elezioni anticipate. Chi ha fatto questa promessa, nel centrodestra a guida Salvini, ha peccato per eccesso di sicurezza, mostrando anche una certa arroganza. Come dire, due errori in uno, imperdonabili quando si sfida la sorte in una partita estrema. È quello che ha fatto il leader leghista: tutto su un numero, un referendum su se stesso in una regione un tempo inespugnabile e oggi contendibile.
Ma in definitiva ancora in grado respingere l’offensiva della Lega “sovranista” nel segno di quel che resta della vecchia egemonia culturale e politica della sinistra.
Il voto racchiude alcune lezioni che è impossibile ignorare. Riguardano entrambi i poli in cui si è diviso il voto. Due poli, certo, perché l’Emilia Romagna ha ridotto i Cinque Stelle a un’entità trascurabile. Il che apre un notevole punto interrogativo a Roma: fino a che punto la dissoluzione rapida del grillismo (il 33 per cento dei voti nelle elezioni politiche meno di due anni fa) può avvenire senza ripercussioni destabilizzanti nella maggioranza di governo, nata in un sistema a tre gambe che oggi non esiste più? Il che vale anche per la Calabria, dove la destra ha vinto facilmente senza che qualcuno voglia illudersi di bilanciare la sconfitta a Bologna con il successo a Reggio e Catanzaro. Però anche nel Sud, loro territorio privilegiato, il ridimensionamento dei 5S è perentorio, definitivo. La differenza è che in Emilia Romagna il collasso porta acqua al mulino del Pd, mentre in Calabria sembra ingrossare l’esercito della destra.
In ogni caso, si sta creando un buco nero dove prima c’era un movimento molto ambizioso. Il premier Conte ha evitato il contraccolpo salviniano sul governo, ma ora dovrà fronteggiare questa seconda minaccia, non meno insidiosa. Lo vedremo subito con il tema cruciale della prescrizione giudiziaria e poi con le concessioni autostradali. Con i 5S cancellati o quasi nel Paese, ma ancora significativi in Parlamento, cosa intende fare il Pd? Logica vorrebbe che non concedesse nulla a un partner in così evidente difficoltà.
Tanto più che la pressione dei renziani si farà sentire, come è logico. Il partito di Zingaretti è ormai in grado di assorbire una quota considerevole della diaspora grillina. Ma sarebbe singolare se un tale processo avvenisse attraverso cedimenti progressivi sul programma e quindi, in definitiva, sul profilo riformista di una forza che aspira a tornare in pianta stabile oltre il 20 per cento. E allora, di nuovo a titolo di esempio: sulla prescrizione il Pd intende tenere il punto, a costo di irritare un partner che sembra ormai una tigre di carta? Oppure si dispone ad attirare il mondo grillino rinunciando alla propria identità per assumere, almeno in parte, quella del socio in crisi? Tutti uniti dal desiderio di far durare la legislatura.
S’intende però che il protagonista numero uno del post-elezioni è Salvini. In Emilia Romagna è riuscito solo a scuotere l’albero. Ha impaurito i suoi avversari che hanno saputo mobilitarsi e il leghista ha imparato a sue spese la lezione di Machiavelli, secondo cui irridere o ferire l’avversario senza avere la forza per prevalere espone lo sfidante ad amare conseguenze. Per Salvini questo significa la certezza di non poter ricominciare da capo come se niente fosse, un’altra tappa dell’eterna campagna elettorale. Ma l’uomo non sembra capace di altra strategia che non sia il comizio nelle piazze e il talk show in tv. È la strada che lo ha portato lontano e tuttavia lo ha esposto ora a un insuccesso che conferma l’urgenza di cambiare qualcosa nel messaggio mediatico e nel modo stesso d’intendere la politica. Soprattutto se, in assenza di elezioni generali a breve, avremo il nuovo sistema elettorale proporzionale. Un modello che cambia le regole e rende debole la leadership salviniana su Berlusconi o Giorgia Meloni.
Stefano Folli
La Stampa
La vittoria di Bonaccini e del centrosinistra in Emilia Romagna, a dispetto dei sondaggi della vigilia che lo davano in svantaggio, segna una battuta d’arresto dell’incontrastabile avanzata di Salvini e del centrodestra (che tuttavia possono consolarsi in Calabria, con il successo della berlusconiana Santelli). E fa respirare il governo, che adesso ha più ragioni per resistere.
Il governatore – all’attivo cinque anni di buona amministrazione, alla fine il suo migliore argomento, ma una prima elezione debole, cinque anni fa, segnata da una scarsissima affluenza alle urne -, ha costruito il suo successo passo dopo passo. Ha avuto ragione a tenere il più lontano possibile dalla sua campagna elettorale i partiti che lo sostenevano, a cominciare dal Pd, ma rischiavano di togliergli voti, e a circondarsi di liste civiche, qualche volta camuffate, in suo aiuto. Ha visto premiata la sua marcia ininterrotta, di città in città, di paese in paese, fino al più piccolo comune di campagna, senza lasciare nulla di intentato, sulle tracce dell’avversario Salvini, che ha provato qualsiasi espediente per spostare gli elettori dalla sua parte. Ma senza accorgersene, a un certo punto ha esagerato: provocando una reazione nel campo opposto al suo: la nascita del movimento delle Sardine, un aiuto all’avversario Bonaccini. Così che alla fine del duello il governatore riconfermato, oggi, non è solo l’uomo che ha salvato l’amministrazione di centro-sinistra più longeva (mezzo secolo esatto di dominio ininterrotto, perfino oltre il cosiddetto regime democristiano, che durò 46 anni!) e più minacciata della storia repubblicana. È anche quello che è riuscito a puntellare il Pd, che non sarebbe sopravvissuto alla sconfitta, e il traballante esecutivo nazionale guidato da Conte. Non è poco.
La sconfitta di Salvini, seppure in parte bilanciata dalla vittoria in Calabria (undicesima regione passata al centrodestra dall’inizio della legislatura), non è un bel segnale per i Capitano, che aveva investito tutto se stesso nella partita emiliana. E anche se il leader leghista reagirà alla sua maniera, facendo spallucce e rimettendosi al lavoro dal giorno dopo per la sua infinita campagna elettorale, non c’è dubbio che espugnare l’Emilia rossa avrebbe dato qualcosa di invincibile alla sua immagine già forte. L’obiettivo che si era dato era ambizioso, forse troppo, ma i dati delle ultime elezioni europee di sette mesi fa lo rendevano realistico: per numero di voti, la regione era già caduta nelle sue mani. Contro di lui, ha giocato la debolezza della candidata Borgonzoni, scelta malgrado fosse stata battuta alle comunali a Bologna, e forse un po’ anche se stesso. Nello sforzo di stare sempre e comunque al centro dell’attenzione, Salvini infatti non si è accorto di esagerare, mobilitando un pezzo di opinione pubblica avversa, e rafforzandola, giorno dopo giorno. Questi, insieme con la concorrenza, ormai insidiosa, della Meloni e al crollo di Berlusconi saranno elementi su cui riflettere – ma chissà se davvero il Capitano lo farà -, specie in vista della prossima stagione che lo aspetta, a partire dal processo per sequestro di persona per gli immigrati della Gregoretti, che il Senato a questo punto si affretterà ad autorizzare.
Il governo reggerà: Conte aveva messo le mani avanti, temendo la sconfitta. A maggior ragione può continuare a lavorare. E tuttavia la maggioranza che lo sorregge resta traballante, sebbene il rischio di nuove elezioni si allontani, grazie alla scadenza del referendum costituzionale sul taglio di deputati e senatori previsto per la prossima primavera. Delle due gambe che sorreggono l’esecutivo, una, il Movimento 5 stelle, è indebolita dalle dimissioni del capo politico Di Maio, da una successione al momento imprevedibile e ovviamente anche dal deludente risultato di ieri nelle due regioni. E l’altra, il Pd, per adesso tira un sospiro di sollievo, ma sa benissimo che una rondine non fa primavera, e se non trova il modo di rimettersi completamente in discussione, la strada da percorrere, per Zingaretti sarà ancora in salita.
Marcello Sorgi
«Il risultato delle Regionali segna un passaggio rilevante, che può cambiare la struttura della politica. Per diverse ragioni. La prima è il ritorno del bipolarismo, dopo circa 7 anni, a partire dalle Politiche del 2013, che fecero segnare la comparsa in forze del Movimento 5 Stelle. Non è detto che il magro risultato segni il tramonto definitivo, ma senza dubbio il suo ruolo non potrà più essere terzo. La seconda ragione è la struttura della leadership nel centrodestra: l’egemonia salviniana mostra qualche crepa e la competizione con Giorgia Meloni è probabilmente destinata a crescere. La terza è relativa al centrosinistra: il Pd è a un passaggio strategico che deve gestire con grande attenzione. La vocazione maggioritaria da cui nasce va probabilmente rivista in un processo di apertura alla società. Infine, il governo, che presumibilmente esce rinforzato da un lato, ma con indubbi aspetti di fragilità dall’altro. La profonda crisi del M5S rende infatti meno solida la capacità di leadership di quella che rimane comunque la prima forza in Parlamento» [Pagnoncelli, CdS].

Lascia un Commento se vuoi contribuire al contenuto della informazione

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.