Gran Bretagna: Con 621 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni, il Parlamento europeo riunito in plenaria ha votato sì all’accordo sulla Brexit, 30, 31 gennaio 2020


A mezzanotte (le 23 ora britannica) inizia ufficialmente il periodo transitorio che si concluderà a fine anno con l’effettiva uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Antonello Guerrera su la Repubblica: «In questi giorni sono schizzate online le ricerche dei cittadini Ue alla domanda: “E ora che ne sarà, di me? Cosa cambierà dopo il 31 gennaio?”, cioè […] il giorno del divorzio ufficiale della Brexit? Innanzitutto: il primo febbraio paradossalmente non cambierà nulla, né per i lavoratori e residenti italiani ed europei in Regno Unito, né per i turisti. Questo perché alle 23 locali del 31 gennaio, lo storico momento in cui la Brexit sarà ufficiale, il Regno Unito entrerà in un “periodo di transizione” di 11 mesi, fino al 31 dicembre 2020, per negoziare con l’Unione europea i rapporti futuri tra i due blocchi, rimanendo però nel frattempo ancorato alle attuali norme Ue seppur senza potere decisionale o deputati a Strasburgo. Quindi, per tutto il 2020, per entrare da turisti in Regno Unito sarà ancora sufficiente la carta d’identità e non il passaporto o un visto turistico, come accadrà invece dal primo gennaio 2021. I cittadini europei o italiani che già vivono Oltremanica devono iscriversi entro il 31 giugno 2021 al programma online “Settlement Scheme” per preservare i propri diritti nel Regno Unito. Se si è residenti da almeno cinque anni e si dimostra di essere in regola, di norma si ottiene la residenza permanente. Se invece si vive Oltremanica da meno tempo, si ottiene un permesso di soggiorno temporaneo fino a cinque anni. […] In quegli 11 mesi di calma apparente, si terranno colloqui cruciali tra Regno Unito e Ue, che stabiliranno i rapporti futuri tra i due blocchi. Sembra una questione tecnica, in realtà avrà conseguenze commerciali e geopolitiche determinanti. Il nodo principale è che Boris Johnson, dopo l’addio al Mercato unico e all’Unione doganale europea, dovrà giocare su due tavoli per raggiungere un accordo di libero scambio sia con l’Europa, sia con gli Stati Uniti di Trump, che non vede l’ora di guadagnarci circa cinque miliardi di dollari l’anno. Il premier britannico potrebbe ritrovarsi presto in un imbuto, perché Unione europea e Stati Uniti divergono su molte norme di qualità e sicurezza, come sull’emblematico pollo lavato al cloro. Inoltre, Bruxelles esigerà regole molto stringenti da Londra su competitività (i cosiddetti “level playing fields”) e aiuti di Stato affinché il Regno Unito non si comporti scorrettamente a scapito dei membri Ue. Secondo un recente studio dell’Fmi, se il Regno Unito dovesse ottenere un accordo favorevole, crescerebbe più di Francia e Germania, nonostante la Brexit. Ecco perché l’Ue difficilmente farà gli interessi di Johnson. A quel punto, il Regno Unito potrebbe schiacciarsi troppo sulle volontà di Trump, uno che alterna sempre bastone e carota. Non solo: gli Stati Uniti, in cambio di concessioni commerciali, potrebbero richiedere a Londra un “chiaro sostegno” alla loro politica estera, vedi su Iran e questione palestinese, spostando decisamente gli equilibri in Medio Oriente. Ecco perché questi negoziati saranno determinanti e Johnson potrebbe ritrovarsi politicamente stritolato: le aziende britanniche e non solo (ad esempio, la giapponese Nissan a Sunderland) spingono invece per un chiaro allineamento alle norme commerciali Ue. E poi il tempo già stringe. Undici mesi sono pochissimi per un accordo commerciale onnicomprensivo (Canada e Ue hanno impiegato circa 7 anni). Ecco perché Regno Unito ed Europa potrebbero trovare entro dicembre 2020 solo alcuni mini-accordi per evitare lo spauracchio del “No Deal”. Ma anche un’intesa minima non è facile: ci si scontrerà sulle priorità, come i servizi finanziari per Londra o la pesca al largo delle coste britanniche per l’Ue. Anche per questo potrebbero essere sacrificati altri punti, come l’Erasmus».


Numeri
la Repubblica

La Brexit è stata una grande abbuffata di numeri. Ne sono circolati d’ogni tipo, quasi sempre in conflitto gli uni con gli altri, per dimostrare che uscire dall’Unione Europea è un vantaggio o un danno, per sostenere che il verdetto del referendum è stato chiaro o confuso, per promettere che fuori dalla Ue cambierà tutto o, secondo la nota massima del Gattopardo , in realtà non cambierà niente, o quasi. Ma certe cifre sono incontrovertibili. A cominciare dal fatto che la fatale decisione di divorziare dall’Europa continentale ha divorato tre premier in tre anni, David Cameron, Theresa May e Boris Johnson; provocato due elezioni anticipate (2017 e 2019, con in mezzo le europee del 2018); minacciato la secessione di due delle quattro regioni in cui è diviso il Regno Unito. Gli altri numeri che seguono possono aiutare a capire cosa è successo e come andrà a finire.

52% è la percentuale nazionale che ha votato per la Brexit nel referendum del 23 giugno 2016. Ma hanno votato per rimanere nella Ue il 62 per cento dei votanti in Scozia e il 55 per cento in Irlanda del Nord, le due regioni che aspirano all’indipendenza dalla Gran Bretagna. In tutto sono andati alle urne 33 milioni di persone, su 6 milioni di aventi diritto al voto e su una popolazione totale di 66 milioni. Nel referendum del 1975, il 67 per cento dei britannici votò per continuare a fare parte della Comunità Economica Europea (Cee), l’antesignana della Ue.

1315 i giorni dei negoziati. Tre anni, 7 mesi e 7 giorni: è il tempo passato dal referendum affinché la Brexit entri in vigore, questa sera, alle 23 ora di Londra, mezzanotte sul continente. Il negoziato fra Londra e Bruxelles è stato ritardato dapprima dalle elezioni indette da Theresa May nel maggio 2017, vinte di misura, ottenendo la maggioranza relativa ma non assoluta, quindi dalle difficoltà della trattativa, infine dalla resistenza del Parlamento La scadenza fissata originariamente per l’uscita dalla Ue, 31 marzo 2019 è stata spostata a novembre e infine al 31 gennaio 2020.

80 è la maggioranza in seggi ottenuta da Boris Johnson alle elezioni del 12 dicembre 2019, la più ampia per un leader conservatore dai tempi di Margaret Thatcher. Forte di questo ampio consenso in Parlamento, il primo ministro è riuscito a fare finalmente approvare con una maggioranza di 99 voti l’accordo da lui negoziato a tempo di record con la Ue, dopo che quello presentato da Theresa May era stato respinto tre volte, la prima con 217 voti di scarto, la peggiore sconfitta nella storia moderna per il governo britannico.

45% la percentuale delle esportazioni britanniche che vanno nei paesi dell’Unione Europea. Vengono dalla Ue il 53 per cento delle importazioni britanniche. Concluso il negoziato sul “divorzio”, ora ci sono appena 11 mesi di tempo per negoziarne uno sui rapporti commerciali e sulla cooperazione d’ogni altro tipo fra Londra e Bruxelles. Il patto di libero commercio fra Ue e Canada ha richiesto 7 anni di trattative. L’opinione dominante è che, entro il 31 dicembre 2020, al massimo Gran Bretagna e Ue potranno concordarne uno limitato per evitare i dazi sulle merci.

440 milioni di sterline. Trecentocinquanta milioni di sterline è la cifra che Londra avrebbe versato ogni settimana all’Nhs, il servizio sanitario nazionale, grazie ai soldi risparmiati non pagando più contributi alla Ue, secondo uno slogan sul bus di Boris Johnson nella campagna per la Brexit. Affermazione poi risultata falsa. La Banca d’Inghilterra stima invece in 440 milioni di sterline alla settimana il danno arrecato dalla Brexit all’economia britannica. Bloomberg calcola che la Brexit sia già costata al Regno Unito quanto i contributi versati da Londra alla Ue in 46 anni: 200 miliardi di sterline.

3,6 Sono tre milioni e 600mila i cittadini dell’Unione Europea residenti nel Regno Unito, tra cui circa 700 mila italiani. A tutt’oggi, 2 milioni e mezzo hanno ottenuto il “Settled status” (per chi è arrivato da almeno 5 anni) o il “Pre-settled status” (per chi è arrivato da meno di 5 anni), ossia la garanzia di poter restare in Gran Bretagna per sempre con gli stessi diritti odierni. Durante la fase di transizione fino al 31 dicembre 2020, gli europei potranno continuare a venire liberamente a cercare lavoro qui, e viceversa per i britannici nei 27 Paesi della Ue.

Enrico Franceschini
Brexit
il Giornale
Pronunci la parola Brexit e lui sospira: «Per l’Italia sarà un bel guaio». Antonio Martino, ministro degli Esteri e poi della Difesa con Berlusconi, parlamentare per sei legislature, scandisce le parole: «Gli inglesi bilanciavano in qualche modo l’asse franco-tedesco».
Adesso?
«Ora saremo più deboli davanti allo strapotere di Berlino».
Che cosa ha spinto la Gran Bretagna ad andarsene?
«Il grande errore di questa Europa».
Quale?
«Confondere l’unità con l’uniformità».
In pratica?
«Negli Usa a nessuno viene in mente che tutte le macchine debbano avere targhe uguali».
Ogni Stato fa come gli pare?
«Esatto. Da noi, invece, la Ue ha imposto regole comuni rigidissime. Una follia».
Ma Londra era già fuori dall’euro e dal trattato di Maastricht. Non era sufficiente?
«Gli inglesi hanno un’identità molto marcata e non sopportano che dei signori in poltrona a Bruxelles decidano come devono comportarsi a casa loro».
Ma così non finisce l’Europa?
«Al contrario. L’Europa avrà un senso quando si occuperà delle tre cose fondamentali per tenere insieme un Paese: politica estera, difesa, libertà nel commercio interno».
Tutto il resto?
«Non è decisivo. Negli Usa, ci sono Stati che hanno la pena di morte e altri che l’hanno bandita, Stati virtuosi e altri che hanno bilanci zoppicanti, ma nessuno si sogna di imporre da Washington un fiscal compact».
La Gran Bretagna non aveva sulla testa i vincoli fiscali che ingabbiano l’Italia.
«Non importa. Io credo che gli inglesi ora si sentano più liberi. E poi attenzione a non sottovalutare il loro nazionalismo».
Più radicale di quello francese?
«Quello francese è più esibito, ostentato, gridato, ma gli inglesi dietro le loro facce impassibili hanno convinzioni incrollabili. Ancora di più se, come è successo, i tedeschi trattano l’Europa come una loro colonia».
Addirittura?
«Sa cosa disse un giorno mio padre Gaetano, che fu ministro degli Esteri negli anni Cinquanta con Scelba, al leader liberale Giovanni Malagodi?».
Ce lo sveli.
«Papà gli spiegò che i tedeschi hanno molte virtù e pochi difetti, ma un paio di volte in un secolo mettono le virtù al servizio dei difetti».
Un vero complimento.
«Un leader della sinistra tedesca, non italiana o inglese, Joschka Fischer, è andato anche oltre: Due volte in un secolo i tedeschi hanno distrutto l’Europa, ora si apprestano a farlo per la terza volta».
Si riferiva alla Grecia.
«Per salvare le banche tedesche e francesi, che avevano in pancia montagne di titoli greci, hanno spolpato Atene».
Per questo servivano gli inglesi?
«Londra bilanciava l’egemonia franco tedesca. Ma la diffidenza inglese viene da lontano».
Dalla storia e dalla geografia.
«Mio padre invitò anche gli inglesi alla conferenza di Taormina nel 1954. Si studiava un’Europa della difesa comune che poi fu bocciata da Parigi su pressione dei socialisti. E che infatti non si è mai fatta, perché sul punto nessuno vuole cedere: col risultato che i Paesi europei spendono la metà degli Usa in armamenti ma hanno una potenza militare che è forse il 10 per cento di quella americana».
Gli inglesi?
«L’ambasciatore venne a Taormina con un’auto che lasciò me, bambino, a bocca aperta».
In conclusione?
«Gli inglesi si sfilarono».
L’Europa è sempre stata una costruzione difficile.
«I padri fondatori capirono che il continente non era pronto per l’unità politica e iniziarono dall’economia. Consapevoli che gli scambi commerciali avrebbero favorito la pace. Dove non passano le merci passano le armi».
Poi?
«Purtroppo l’Europa si è avvitata in questa mania regolatoria».
Qualcun altro seguirà gli inglesi?
«La breccia è aperta. Altri potrebbero infilarsi nel varco».
Da dove ripartirà l’Europa?
«Gli americani hanno una Costituzione chiara e semplice che sta su un foglio A4, fronte e retro».
Noi?
«Abbiamo la Carta di Lisbona, migliaia di pagine piene di farneticazioni che nessuno ha letto. È arrivato il momento di scrivere una Costituzione dell’Europa. Pochi articoli e un pugno di concetti per non darla vinta agli euroscettici e attribuire finalmente un’anima a un’Unione in ritardo sulla storia».
Stefano Zurlo
Brexit
Il Sole 24 Ore
Bruxelles. Poche ore dopo il referendum britannico del 23 giugno 2016 che sancì la clamorosa uscita del Regno Unito dall’Unione, Mark Rutte organizzò in tutta fretta un imprevisto consiglio dei ministri ristretto nell’ufficio del premier all’Aja, la Torentje. Nelle strade di Eindhoven e di Utrecht, il leader nazionalista Geert Wilders già minacciava Nexit, una prossima uscita anche dell’Olanda. Per il primo ministro si trattava di discutere e di analizzare le cause, le conseguenze e soprattutto il futuro della politica estera olandese.
A quattro anni dal voto referendario britannico, Brexit si conferma un terremoto politico, dopo quasi mezzo secolo di partecipazione inglese alla costruzione comunitaria. «È proprio così – nota Piotr Buras, direttore a Varsavia dello European Council on Foreign Relations –. Brexit cambia i rapporti di forza tra i Paesi. Prima ancora che l’uscita del Regno Unito diventasse realtà, abbiamo già notato i primi cambiamenti». Se e quanto la scelta britannica indurrà a una maggiore integrazione politica della zona euro è però ancora molto incerto.
In questi decenni, il ruolo del Regno Unito nella costruzione comunitaria è stato ambivalente, come racconta Kevin O’Rourke in A Short History of Brexit From Brentry to Backstop (Penguin, 2019). Certamente il giudizio non può essere univoco. Da un lato, la Gran Bretagna si è opposta a legami politici troppo stretti, chiedendo esenzioni (opt-out) negli ambiti più delicati, dagli affari interni alla moneta unica, e frenando il processo di integrazione. Dall’altro, ha giocato un ruolo influente nel costruire il mercato unico, nel difendere una cultura liberale, nel promuovere la ricerca e l’innovazione.
Dal 1° febbraio, quando Londra lascerà i consessi comunitari, tutti i Paesi si sentiranno orfani (soprattutto quelli che all’integrazione europea non hanno mai creduto). Avranno perso una sponda – vera o presunta – con cui negoziare un particolare interesse nazionale, vincere le resistenze di un altro partner, formare minoranze di blocco. L’Olanda è un caso da manuale. Spiega Roy Kenkel, portavoce della Rappresentanza olandese presso l’Unione qui a Bruxelles: «Il voto inglese ha avuto un grande impatto sulla classe politica e imprenditoriale olandese perché l’uscita del Regno Unito significa la fine di uno dei pilastri della politica estera del Paese».
Con Brexit, l’Olanda perde un alleato nella difesa della libera concorrenza e del mercato unico. Non per altro la diplomazia olandese si vuole più assertiva nel comunicare il proprio punto di vista nei consessi comunitari. Il governo olandese ha rafforzato la propria rete diplomatica in Europa e portato da due a sei il numero di funzionari dell’ufficio stampa della sua rappresentanza brussellese. Dal 2017, il premier Rutte ha pronunciato discorsi sulla politica europea del suo paese a Berlino, Strasburgo e Zurigo.
L’Olanda si è fatta promotrice di nuove alleanze. È a capo di una nuova Lega Anseatica, che riunisce la Danimarca, la Finlandia, l’Irlanda, i Paesi baltici, la Svezia. Vuole difendere l’ortodossia finanziaria con quella punta di curioso nazionalismo cosmopolita che l’ha sempre contraddistinta. «La partenza del Regno Unito – commenta il diplomatico Kenkel – significa che l’Olanda non può più dare per scontato che altri difenderanno la sua visione. Dal referendum inglese in poi, L’Aja ha deciso di perseguire nuove coalizioni per sostenere proprie proposte o nel caso creare minoranze di blocco quando le iniziative europee sono ritenute indesiderabili».
In passato, l’Olanda ha usato la sponda inglese per influenzare l’impulso della coppia franco-tedesca. Lo stesso ha tentato l’Italia. Ferdinando Nelli Feroci è oggi presidente dell’Istituto Affari Internazionali; in passato è stato rappresentante italiano presso l’Unione e anche commissario europeo (nel 2014). «Ci sarà una ridefinizione dei rapporti – spiega da Roma -. In passato l’Italia ha cercato il gioco di sponda con il Regno Unito per fare da contrappeso alla coppia franco-tedesca, ma non ho mai percepito tra i due Paesi particolari affinità, come invece tra l’Italia e la Germania o l’Italia e la Francia. Nelle occasioni più difficili Londra è stata latitante». Nei fatti, secondo l’ex diplomatico, Brexit dovrebbe cambiare relativamente poco per l’Italia, tanto più che da tempo, con l’arrivo della moneta unica, «il Regno Unito era ormai ai margini delle decisioni europee».
Lo stesso non può dirsi per l’Europa dell’Est. Questa regione ha potuto contare sull’appoggio inglese fin dall’allargamento, che la Gran Bretagna ha voluto fortemente nei primi anni di questo secolo. Da Varsavia, il direttore dell’ECFR Buras nota che la Polonia per esempio perde l’alleato inglese nella difesa del mercato unico proprio «mentre i grandi Paesi diventano più protezionisti, più attenti ai rischi di dumping sociale». «L’equilibrio dei poteri sta cambiando a danno del libero mercato – sostiene il ricercatore–. La Germania è stata tradizionalmente a metà strada tra la Francia e il Regno Unito su questo aspetto. Con Brexit, la mia sensazione è che sarà costretta ad avvicinarsi alle posizioni dei Paesi dell’Est pur di difendere un certo liberismo in economia». Si deve presumere che la recente scelta francese di frenare l’allargamento dell’Unione all’Albania e alla Macedonia del Nord sia segnata anche dalla paura di rafforzare l’influenza tedesca nella regione, in un momento di incertezza nell’equilibrio delle forze in campo.
Anche su un altro tema, i Paesi dell’Est perdono un alleato: la politica estera e il rapporto con la Russia. In questi anni, Londra si è dimostrata particolarmente combattiva contro il presidente Vladimir Putin. In più di una occasione, il Regno Unito ha espresso sentimenti antirussi non dissimili da quelli polacchi o baltici, per esempio dopo la confusa vicenda dell’avvelenamento dell’ex spia russa Sergej Skripal nel 2018. Mentre Francia, Italia e possibilmente anche la Germania tentano la strada della normalizzazione con Mosca a sei anni dall’annessione della Crimea, fosse solo dinanzi alle guerre in Libia e in Siria, è possibile che Brexit comporti un maggiore isolamento dei Paesi dell’Est in politica estera.
L’uscita del Regno Unito dalla Ue avrà un impatto anche sul rapporto franco-tedesco. In questi anni, sia Parigi che Berlino hanno usato Londra per raggiungere obiettivi fuori dalla portata del loro rapporto privilegiato o anche per svincolarsi da un abbraccio troppo forte. Nel 1998, il presidente Jacques Chirac e il premier Tony Blair avviarono una collaborazione nella difesa tra due Paesi con l’arma nucleare. Sulla scia della crisi scoppiata nel 2008, fu la Germania a tentare la strada della cooperazione con il Regno Unito in campo industriale.
Scomparso il Paese-sponda, cosa faranno Berlino e Parigi: cercheranno un sostituto nello status quo o approfitteranno di Brexit per perseguire una nuova integrazione politica? L’ambasciatore Nelli Feroci è convinto che molto dipenderà dal tipo di accordo di partenariato che i Ventisette negozieranno con Londra e da come la Gran Bretagna rimarrà legata all’Unione. Sia a Berlino che a Parigi vi è consapevolezza di dover rafforzare la zona euro. Quanto le pressioni nazionaliste nei due Paesi e l’atteso riavvicinamento della Germania con l’Est Europa nella difesa del libero mercato influenzeranno la partita rimane però una delle tante incognite di Brexit.
Beda Romano

A mezzanotte entra in vigore la Brexit
Dopo il Parlamento europeo, ieri anche il Consiglio ha approvato l’accordo di recesso che sancisce il divorzio tra Ue e Regno Unito. La Brexit entrerà in vigore a mezzanotte. Da quel momento il Regno Unito non sarà più uno Stato membro dell’Ue e sarà considerato un Paese terzo.

 


L’ultimo sì del Parlamento europeo alla Brexit
Con 621 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni, il Parlamento europeo riunito in plenaria ha votato sì all’accordo sulla Brexit, il cosiddetto “wihtdrawal agreement”. Oggi spetterà al Consiglio europeo adottare l’atto, un passaggio formale prima dell’addio della Gran Bretagna all’Ue atteso nell’arco delle 24 ore successive. La Brexit inizierà ufficialmente domani, 31 gennaio 2020. Seguirà circa un anno di negoziati bilaterali per definire i rapporti commerciali e giuridici tra il Regno Unito e gli ex partner europei. Il primo ministro britannico Boris Johnson è intenzionato a chiudere la partita entro la scadenza del 31 dicembre 2020, senza accettare le offerte di rinvio proposte da Bruxelles per diluire il dialogo in tempi più lunghi. Subito dopo il voto, gran parte degli eurodeputati si sono alzati in piedi per cantare il Valzer delle candele (Auld Lang Syne), la tradizionale canzone scozzese che si intona nella notte del 31 dicembre per dare l’addio al vecchio anno o in occasione dei congedi, delle separazioni e degli addii.
«Il presidente dell’Europarlamento David Sassoli e vari eurodeputati hanno insistito sul principio che al Regno Unito non si sta dicendo “addio”, ma “arrivederci”. Sassoli ha concluso salutando i colleghi in uscita con le parole di Jo Cox, deputata britannica uccisa in campagna elettorale, “abbiamo molto più in comune di quanto ci divide”. La presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Leyen ha aperto agli eurodeputati britannici con un “noi vi ameremo sempre e non saremo mai lontani, viva l’Europa”. Ma Farage è rimasto duro nei termini e nella posizione: “Siamo al punto di non ritorno. Noi adoriamo l’Europa, ma odiamo l’Unione europea”» [Caizzi, CdS].

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