epidemia da Covid: gli ANZIANI chiusi nelle RSA, lettera della infermiera SIMONA RIVA alla Provincia, 24 settembre 2020

scrive una psicologa in dialogo con i contenuti della lettera:

Il mio ruolo è stato ridefinito, così come quello degli educatori che sono diventati gli organizzatori degli incontri al plexiglass.

Trascorro molte ore in colloqui con gli anziani più penalizzati, cioè  quelli cognitivamente alti che si sentono, come ben scrivi, in un regime carcerario.

Non credo si tratta solo di un problema di medicina difensiva, pur essendo tutti preoccupati per il rischio penale.Anche in hospice, con grande  rabbia del responsabile, gli accessi sono contingentati in due ore a settimana, con possibilità di ampliamento quando si ha la fortuna di capire l’imminenza del decesso.

Sono stati decimati gli infermieri, reclutate dagli ospedali.Ora il timore è per tutti gli operatori che hanno figli a scuola e che, in caso di qualche positività, devono fare quarantena pure loro.

Mi interrogo pressochè quotidianamente su alternative possibili che discuto con la direzione sanitaria e che vedo quasi sempre bocciare.L’impotenza è dura da reggere, ma il discorso, alla fine, ricade sempre su un dato dolente: la responsabilità individuale.

Sono infatti convinta che se  in italia vantiamo rispetto a gran parte dell’europa un basso numero di contagi è proprio per le pesanti restrizioni attivate e ancora in vigore. E’ stato sufficiente mollare un attimo e tutti siamo testimoni del clima estivo e anche delle irrisioni di alcuni sull’osservanza del dpi, per non parlare dei negazionisti

.Io continuo a pensare come si possa lenire la sofferenza psicologica del distanziamento dell’anziano fragile (per il quale il contatto spesso è l’unica forma di relazione), ma l’unica alternativa è quella di investire maggiormente sul personale psico-sociale, affinchè vengano almeno  riprese le attività socializzanti.

Capisci che per le strutture che hanno perso quasi il 50% di posti letto per più  di tre mesi , è uno sforzo insostenibile, a meno che non si sblocchi qualcosa a livello dei finanziamenti europei.Insomma, sta accadendo quello che temevo, il post emergenza sta portando alla luce problemi forse ancora più gravi e sicuramente non di rapida soluzione.

Un commento

  1. scrive una psicologa in dialogo con i contenuti della lettera:

    Il mio ruolo è stato ridefinito, così come quello degli educatori che sono diventati gli organizzatori degli incontri al plexiglass.

    Trascorro molte ore in colloqui con gli anziani più penalizzati, cioè quelli cognitivamente alti che si sentono, come ben scrivi, in un regime carcerario.

    Non credo si tratta solo di un problema di medicina difensiva, pur essendo tutti preoccupati per il rischio penale.Anche in hospice, con grande rabbia del responsabile, gli accessi sono contingentati in due ore a settimana, con possibilità di ampliamento quando si ha la fortuna di capire l’imminenza del decesso.

    Sono stati decimati gli infermieri, reclutate dagli ospedali.Ora il timore è per tutti gli operatori che hanno figli a scuola e che, in caso di qualche positività, devono fare quarantena pure loro.

    Mi interrogo pressochè quotidianamente su alternative possibili che discuto con la direzione sanitaria e che vedo quasi sempre bocciare.L’impotenza è dura da reggere, ma il discorso, alla fine, ricade sempre su un dato dolente: la responsabilità individuale.

    Sono infatti convinta che se in italia vantiamo rispetto a gran parte dell’europa un basso numero di contagi è proprio per le pesanti restrizioni attivate e ancora in vigore. E’ stato sufficiente mollare un attimo e tutti siamo testimoni del clima estivo e anche delle irrisioni di alcuni sull’osservanza del dpi, per non parlare dei negazionisti

    .Io continuo a pensare come si possa lenire la sofferenza psicologica del distanziamento dell’anziano fragile (per il quale il contatto spesso è l’unica forma di relazione), ma l’unica alternativa è quella di investire maggiormente sul personale psico-sociale, affinchè vengano almeno riprese le attività socializzanti.

    Capisci che per le strutture che hanno perso quasi il 50% di posti letto per più di tre mesi , è uno sforzo insostenibile, a meno che non si sblocchi qualcosa a livello dei finanziamenti europei.Insomma, sta accadendo quello che temevo, il post emergenza sta portando alla luce problemi forse ancora più gravi e sicuramente non di rapida soluzione.

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