Nessuno, tranne chi ci è passato, può capire cosa si instaura tra i genitori e il figlio che si droga …, Natalia Aspesi, la Repubblica, giovedì 7 gennaio 2021

Natalia Aspesi, la Repubblica, giovedì 7 gennaio 2021«Nessuno, tranne chi ci è passato, può capire cosa si instaura tra i genitori e il figlio che si droga. Orrore, amore, paura, odio: lo odi perché tuo figlio sei tu, non puoi abbandonarlo e senti che lui ti porta a picco con sé. Lo odi perché lui ti odia ferocemente ogni volta che tu ti frapponi tra lui e la droga. Lo odi perché non ti dà tregua, perché il tuo forsennato amore, il tuo bisogno di aiutarlo pesano come una condanna senza scampo…».
Chiedo scusa se cito una mia intervista fatta a Torino, pubblicata su Repubblica il 10 dicembre del 1980, titolo Ritratto di famiglia con drogato. Vecchia di quarant’anni. L’avevo dimenticata e perduta, me ne sono ricordata con SanPa, luci e ombre di San Patrignano, il documentario di Netflix, da me affrontato con la diffidenza di chi quegli anni li ha vissuti, e in cui invece mi ci sono ritrovata con sempre maggior partecipazione: un racconto appassionato e distaccato, con le immagini ormai storiche dei ragazzi di allora, i maschi ricciolini, le femmine corrucciate, i tossici disordinati, silenziosi, piegati, gli sguardi cupi e bugiardi di chi sognava solo la fuga e il buco, eppure lì su quella collina alle spalle di Rimini, a cercare calore nelle braccia di quell’omone che pareva un’invenzione di Fellini, con quei baffetti, con quei capelli, con quelle guance rosse. La lunghissima intervista, sei pagine di testo, avvenne due anni dopo la fondazione della comunità di San Patrignano e tre anni prima del primo processo a Vincenzo Muccioli, e smontava ogni mio pregiudizio su quel luogo considerato un lager dei più brutali. Negli anni ’70 quando in Italia succedeva di tutto, noi cronisti buonisti, quindi scemi, fra tanto fragore rivoluzionario, stragi fasciste, brigate rosse assassine, morte della famiglia, stavamo dalla parte dei giovani asceti silenziosi e apparentemente pacifici, che come si diceva allora si facevano: poverini, vessati dalla società, dai genitori, talmente di sinistra (o di destra, ma meno) da rifiutare il vivere borghese, compreso lo studio, il lavoro, la doccia, non parliamo il pettine; sognando di fare come i Beatles e dedicarsi alla contemplazione nullafacente in qualche ashram se non in India, almeno nel Monferrato. Però morivano, o si fracassavano il cervello, e già da poco prima del processo di Rimini, si cominciava a diffondere una strana orribile malattia che ti copriva di piaghe e ti uccideva (poi la chiamarono Aids, e il contagio avveniva tramite il sesso ma soprattutto lo scambio delle siringhe dell’eroina e altra porcheria).
Alla fine di quell’incontro durato ore, così sincero, così spietato, così sfrenato, senza un attimo di sosta, di ripensamento, persino di commozione, ero talmente provata che mi venne un mal di testa lancinante, insopportabile, mai sentito neppure davanti agli orrori di piazza della Loggia a Brescia o della stazione di Bologna. Quella madre dalla forza indistruttibile era una delle più belle, importanti e agiate signore di Torino, con tutte le conoscenze giuste, laureata in psicopatologia, colta, di sinistra, impegnata contro le violenze manicomiali dell’epoca. Da nove anni combatteva una guerra feroce contro la volontà altrettanto feroce di suo figlio di vivere con la droga. Già si deprecavano luoghi come San Patrignano, dove si usavano metodi coercitivi, illegali, per tenere lontani i tossici dalla droga ma la signora lo difendeva perché «per tentare di salvare il tossicomane non c’è altra strada che obbligarlo. Certo sono stati commessi degli errori e non c’è un controllo ufficiale, ma rappresenta in Italia l’unico tentativo di affrontare la tossicodipendenza in modo diverso da quello istituzionalizzato o delle comunità aperte a un viavai di sbrindelloni e improvvisatori».
Anche Vincenzo Muccioli, e il documentario lo racconta, era un improvvisatore circondato da sbrindelloni, ma nella sua ignoranza e presunzione e megalomania aveva capito ciò che gli esperti avevano rinunciato a capire rifugiandosi nella loro scienza troppo estranea a quello sradicamento giovanile e quindi impotente, inutile: in tempi di massimo disordine, allora e probabilmente solo allora, dicevano altri pensosi, bisognava ritrovare il Padre, il genitore e l’organizzazione sociale rifiutati ma anche perduti: il Padre, o la Madre, amano e puniscono, dettano le regole e impongono un ordine, schiaffeggiano, chiudono in casa, ma anche amano. E SanPa mostra questa folla stralunata e giovane bisognosa di abbracci, di corpi in cui rifugiarsi, che si stringe attorno al guru improvvisato, disordinato, avventato, e quelle catene talmente enormi da avere persino una funzione simbolica. Anche le cliniche private costosissime in Svizzera, dove la madre trascinava il figlio, non erano diverse da un luogo punitivo: per i drogati stanzette a due letti senza bagno, reparto chiuso, porte chiuse a chiave, finestre sena maniglie. «Mi sentii gelare, e il medico durissimo mi disse, se vuole essere curato suo figlio dovrà stare qui fino a quando noi lo riterremo opportuno, se no se lo riporti via». Del resto in Svezia «dove la libertà dell’individuo è sacra, dopo una permissività nefasta, lo Stato costringe al ricovero coatto per tre anni in comunità molto isolate nel nord del paese ».
L’ultima puntata del documentario è forse un po’ sfilacciata nell’ansia di pareggiare il bene e il male di una comunità che rispecchia l’angoscia e la violenza e la follia del suo tempo. C’è anche la voglia di confermare l’omosessualità di Muccioli e la morte per Aids, che nulla tolgono o aggiungono alla sua figura. Io ho un ricordo che poi non divenne un articolo perché sentivo pena per quell’uomo che mi aveva ricevuto fuori di sé dalla disperazione, nella stanzetta dove era morto di Aids il suo protetto più caro (c’è una sua veloce immagine nel film), un bel ragazzo dall’aria angelica: da giorni Muccioli conservava il letto sfatto della sua ultima notte, apriva i cassetti e baciava la sua biancheria. Forse ci si può spegnere anche di dolore. San Patrignano adesso è una istituzione, come le tante altre comunità che silenziosamente si occupano dei tossicodipendenti la cui morte raramente fa notizia. Si parla di droga quando fa parte del bel vivere, come i vassoi di cocaina nelle case dei ricconi tipo lo stupratore sadico Alberto Genovese, dagli inviti molto attesi. Nel 2019 in Italia i morti per droga sono stati 339, il giro di affari ha raggiunto i 16 miliardi, soprattutto per cocaina, eroina e un mercato di 39 nuove sostanze psicotrope sintetiche sconosciute.
L’intervistata era Romilda Bollati di Saint-Pierre, proprietaria con il fratello Giulio Bollati della casa editrice Bollati Boringhieri, alla guida della Carpano alla morte del primo marito, poi moglie del senatore democristiano Antonio Bisaglia morto tragicamente, amata diciottenne da Cesare Pavese. Amica di Italo Calvino, Carlo Levi, Natalia Ginzburg e altri intellettuali legati all’Einaudi, impegnata a sinistra. È morta nel 2014 a 80 anni.

Ritratto di famiglia con drogato
di Natalia Aspesila Repubblica, mercoledì 10 dicembre 1980«Forza vecchia Muti, che qui ce la mettiamo tutta!». La lettera viene da Israele, la scrive un ragazzo di quasi trent’anni a sua madre: la “vecchia” è una bellissima signora, elegante, buonissima famiglia, con tutte le conoscenze giuste; è laureata in psicopedagogia, milita in un partito di sinistra, ha partecipato a tutte le lotte contro la violenza manicomiale: tra loro non ci sono che vent’anni. Nove anni fa ha iniziato una guerra feroce e instancabile contro suo figlio, o meglio contro la volontà, altrettanto feroce e instancabile, di suo figlio, di vivere con la droga.
Nove anni sono tanti, un tempo senza soste e senza confini, un vuoto interminabile, dove l’orrore ha spesso prevaricato sulla speranza, dove l’amore è stato spesso violentato dall’odio. In questo scontro disperato e cocciuto, la madre ha usato tutti i suoi privilegi: l’intelligenza e la forza di carattere, il denaro e il potere familiare, la fede politica e l’esperienza di lavoro, la cultura personale e l’amicizia di grandi psicoanalisti e psichiatri.
«Ho troppa coscienza dei miei privilegi per tacere davanti alle mascalzonate che si stanno dicendo e facendo sulla pelle dei tossicodipendenti. Non mi importa la disapprovazione di quanti mi vorrebbero, secondo le loro analisi prefabbricate, madre stralunata di povero emarginato dalla società di merda, costretto a drogarsi dalla sofferenza perché la famiglia e il mondo sono cattivi. Naturalmente il figlio scellerato troverà i buoni operatori sociali, che gli danno il metadone (e se poi ci sarà anche l’eroina libera sarà una festa), così lui non dovrà diventare cattivo per procurarsela e saranno tutti felici e contenti».
Sono in molti quelli che, come lei, pensano che si stiano commettendo molti errori, sono in molti a cercare inutilmente soluzione ai problemi sempre più tragici, loro e dei loro figli. Non pensa che una storia vera, come potrebbe raccontarla lei, avrebbe più forza di tutte le parole vuote e irreali, che pesano ormai da anni su questo dramma?
«Va bene. Se può servire racconterò la mia esperienza, la nostra, mia e di mio figlio, questa lancinante, lunghissima disperazione. Giorni e giorni di orrore, nonostante potessimo contare su mezzi economici, sociali e culturali. Forse farà davvero riflettere, contro ogni conformismo criminale, chi prima o poi dovrà rendersi conto di qual è la realtà della tossicodipendenza».
Cosa vuol dire essere genitore di un drogato, o di un tossicomane, o di un tossicodipendente come si dice adesso, come se le parole cambiassero la sua condizione di assoluta infeficità?
«Scrivano, scrivano tutti i libri che vogliono, ma nessuno, tranne chi ci è passato, può capire cosa si instaura tra i genitori e il figlio che si droga. Orrore, amore, paura, odio: lo odi perché tuo figlio sei tu, non puoi abbandonarlo e senti che lui ti porta a picco con sé. Lo odi perché lui ti odia ferocemente, ogni volta che ti frapponi fra lui e la droga. Lo odi perché non ti dà tregua, perché il tuo forsennato amore, il tuo bisogno di aiutarlo, pesano come una condanna senza scampo. Lo odi perché si degrada, perché ti fa dire cose terribili, ti fa fare cose che non avresti mai pensato di fare e sempre lo proteggí nonostante l’orrore che ti suscita per la sua estraneità e indifferenza. Per non vederlo in pericolo arriveresti a procurargli tu stessa la droga. Ti odi perché hai altri affetti, cui non riesci più a dare attenzione, lo odi perché vuole morire, ti odi perché non hai il coraggio di ucciderti per non lasciarlo. Ho sentito madri dire: “Piuttosto che continui così, è meglio che muoia”. Erano madri amorosissime e io le ho capite. Soffrono come bestie, sia le madri che i padri, ma le madri sembrano reggere meglio la sofferenza perché hanno una sola fissazione: salvare comunque la vita del figlio. Il padre talvolta non sopporta il fallimento sociale perché è un ruolo sociale la paternità: spesso i padri crollano, evitano i figli, talvolta li cacciano oppure si ammalano, a più d’uno viene l’infarto.
«Molti a un certo momento smettono di interessarsene, di lottare: non è vero che non li amano, non sono dei reprobi, sono solo persone in cui prevale lo spirito di conservazione. Se gettano la spugna è per sopravvivere, perché il rapporto con un figlio che si droga uccide. È un suicidio. Può essere uno dei due genitori a non reggere, per non crepare oppure per salvare qualcosa dal disastro. Ho conosciuto un padre umano, intelligente, degnissimo, che ha chiesto alla moglie di scegliere tra lui e l’altro figlio, e quello drogato, per non perdersi tutti. La madre ha scelto il figlio tossicomane, il padre se ne è andato con l’altro. Sono tornati quando la madre è rimasta sola: il ragazzo è partito, sta all’estero, lontano. Il padre gli manda denaro e lo va a trovare di tanto in tanto per essere sicuro che non ricominci, se no smette di mantenerlo. Ora è la madre che non si sente più di vederlo. Non si possono giudicare questi comportamenti, nessuno può farlo. Gli esperti, gli psicologi, i sociologi, sì, loro lo fanno, sanno tutto, loro. Ricordo quando sui Quaderni Piacentini teorizzavano che il fumo non era assolutamente dannoso e che drogarsi poteva essere una esperienza interessante e creativa. Contrastarli voleva dire essere repressivi e fascisti. Proprio tra questi teorici della droga positiva, oggi c’è chi paga duramente, magari con il suicidio di un figlio drogato.
«In realtà non sanno niente. È così facile dare la colpa ai genitori: sbagliano sempre, non capiscono mai; sono troppo rigidi, o troppo permissivi, troppo deboli o troppo forti. Eppure mio figlio un giorno mi ha detto ridendo: “A quelli là, noi gli raccontiamo quello che vogliono, quello che si aspettano da noi, le stesse cose che abbiamo letto sui loro libri, quello che scrivono di noi sui loro giornali: mia madre è possessiva, mio padre è repressivo, la società mi emargina!”. Sono diabolici, questi ragazzi, sanno tutto a memoria e, per quanto malridotti, conservano una capacità di inganno stupefacente. Certo i cosiddetti esperti fanno in fretta: li vedono qualche ora al giorno, non li hanno addosso, sempre, non li aspettano svegli, ansiosi, tutta la notte. Il terapeuta non segue la degradazione, fa il suo lavoro, è pagato, è uno che a un certo momento smonta, ha la sua vita, le sue dolcezze. Ma i genitori ci stanno dentro e basta, sino a che resistono. Ne ho conosciuti di gran buona volontà, di questi terapeuti, che dopo aver provato una pietà infinita, dopo aver lavorato con tutto il bisogno di aiutare e tutto l’amore possibile, sono diventati durissimi, provano per questi ragazzi un fastidio irrefrenabile, hanno smesso quasi con violenza di occuparsene, sono diventati implacabilmente indifferenti, non reggendo alla delusione, alle menzogne, agli insuccessi.
«Non si trova mai, in quello che dicono e scrivono gli esperti, qualcosa che possa davvero aiutare chi si droga o chi è legato d’amore ai drogati. Niente che parta dalla vera esperienza, dalla vera sofferenza, e neppure qualcosa di valido tecnicamente. Il loro approccio è sentenzioso, di facile psicologia, le analisi sono rozze, le risposte ai perché banalissime, e una gran faciloneria assicura il lieto fine. Si fermano gioiosamente al risultato che magari un paziente è sei mesi che non si buca. Ma perché non aspettano un anno, due anni, a tirare le somme? Mio figlio non si drogava da quasi due anni e mezzo: mi sembrava una cosa straordinaria: chiesi conferma della vittoria a Franco Basaglia che mi rispose: “Beh, insomma, non so, penso che, forse, è come il cancro, bisogna almeno aspettare cinque anni”. Comunque per ora io non conosco nessuno che, se era dentro fino al collo, abbia smesso di drogarsi per un tempo sufficientemente lungo per dare la certezza che la sua esperienza sia finita».

Nove anni fa, nel 1971, l’eroina sul mercato italiano non c’è: c’è l’ideologia del fumo e anche la pratica del buco con ogni tipo di roba. Questo ragazzo ha 20 anni, comincia allora; non sono ancora i tempi in cui si muore di droga a 14 anni, come la ragazza di Sassuolo nel settembre di quest’anno, in cui ci si fa il primo buco a 11 anni, come racconta qualche ragazza della comunità di San Patrignano. Chi è, allora, questo ragazzo della Torino per bene? Uno che ha fatto il ’68 in un liceo pubblico, uno del movimento studentesco, quando era divertente buttare gli ispettori dalla scale, uno che, come tanti, considerava una festa collettiva farsi caricare dalla polizia, girare coi bastoni, arrampicarsi sui monumenti per gettare sassi. Uno che non studiava mai, che era rimandato a settembre ma poi solo una volta bocciato, e agli esami di maturità subito promosso. Bello, benestante, estroverso, vitale, pieno di amici, rincorso dalle ragazze, amato dal padre, amato dalla madre, figlio unico, tutto per lui.

«Non avrei mai potuto pensare che avrebbe fatto una scelta di morte. C’è una incredulità totale: di fronte alla droga gli altri sì, ma lui no, magari ha provato ma poi ha smesso, mica ha l’aria inebetita, al massimo fuma. Il momento in cui l’ho saputo, in cui la sua ragazza, un’attricetta d’avanguardia con le braccia livide di ecchimosi, mi ha detto, ne fa troppa, mi sembra lontano, quasi cancellato: ricordo soltanto la disperazione totale e l’improvvisa percezione di tutto quello che ci aspettava di orribile. Mio figlio era un drogato e la mia vita era finita».
Allora i genitori democratici e benestanti, per non interferire nella autonomia dei figli, gli mettevano su il loro appartamentino e gli passavano lo stipendio perché imparassero ad amministrarsi, mentre andavano all’università. «Era il momento delle madri alla sbarra: io stessa, in preda alla psicologia, mi sentivo sempre, chissà perché, un’imputata. Il ragazzo era simpatico, intelligente, ma insopportabile. Farlo, non dico studiare, ma andare a scuola, era un’impresa, convivere, una battaglia. Le mie difficoltà a crescerlo mi avevano trasformato in un bersaglio per ogni tipo di consiglio. Aleggiavano le mie colpe: ero una madre giovane e attraente, separata, stavo per risposarmi, ero piena di interessi, avevo una mia attività. Sentivo intorno a me il rimprovero per il mio carattere forte: forse vivendo noi due insieme, soli, non gli era possibile responsabilizzarsi. Mi suggerirono di farlo vivere per conto suo, del resto aveva vent’anni e a quell’epoca lo facevano in molti. In tutti gli anni seguenti non ho fatto che pensare alle mie colpe: a quelle insinuate, a quelle che io mi attribuivo. Forse lo avevo avuto troppo giovane, non l’avevo allattato, non lo avevo desiderato abbastanza, non gli avevo dato la sicurezza necessaria, la forza che invece mia madre aveva dato a me.
«Sapevo a memoria che niente è più dannoso dei genitori che tormentano i figli: eppure ogni volta che mi veniva il dubbio che avesse ricominciato, e purtroppo non sbagliavo mai, cercavo di frenarmi, e poi lo affrontavo: gli dicevo, scusami se sono noiosa, prendimi per una pazza e una malata, abbi pazienza, se io cerco di capire te, tu cerca di capire me, non pensare che non abbia fiducia in te ma ho bisogno di essere rassicurata, ho paura. E lui, talvolta comprensivo, talvolta irritato, sempre bugiardo, mi rispondeva, stai tranquilla, stai tranquilla. Io provavo a credergli, anche se tranquilla non ero mai. Da quando viveva solo, tendeva ad evitare più me che suo padre, che era un uomo dolcissimo, più facile da ingannare, mentre io ero più pericolosa perché sempre all’erta. Quando si faceva vedere poco, pensavo, è perché ha una ragazza, meno male, sta bene e io non devo essere la rompiballe castratrice». Nella casa che gli avevamo arredato io non avevo mai messo piede, era come una scommessa perché tutti mi dicevano, vedrai che non resisti, invece io aspettavo che lui mi invitasse. Era un uomo, aveva i suoi amici, le ragazze, aveva diritto alla sua vita. Ma perché io come madre avevo solo colpe? Perché non dovevo dire mai niente, capire tutto, non oppormi mai, trovare tutto giusto, anche che non dava esami, che stava sempre a letto, o in giro la notte, che non gli veniva in mente, almeno, di lavorare?».
Questa estate, da Israele, il ragazzo, che ormai è un uomo ha scritto alla madre, con l’ironia delle parole da vecchio libro di scuola, per mitigare il suo amore: «A parte le polemiche che, come spero noterai, liquido subito e che sono il semplice e sensato rimprovero del contadino e non l’interminabile lagnanza del drogato, tengo a confermarti la mia piena stima e approvazione, soprattutto nell’atteggiamento che hai verso tuo figlio, che mi sembra sufficientemente materno, senza peraltro perdere in calibro critico. Una buona madre dunque, alla quale spero corrisponderà un buon figliolo».
La madre dice che forse suo figlio non è morto perché sui consigli degli esperti ha sempre prevalso il suo istinto. Così un giorno, per un impulso irrefrenabile, improvvisamente, per la prima volta, va a casa di suo figlio. Ancora non sa che il ragazzo si droga e lo spettacolo che si trova davanti l’agghiaccia; non l’ha visto neppure nei più brutti film giovanilistici. La porta è aperta, in casa le persiane sono chiuse, è pieno giorno, dovunque ci sono corpi seminudi distesi per terra e addormentati, bottiglie sparse e rovesciate, l’aria piena di fumo denso.
«Spalancai di colpo le finestre gridando: alzatevi, banda di drogati! Mio figlio, risvegliandosi, mi guardò con occhi intimoriti, avevo autorità su di lui. Allora credevo che con questa gente si potesse parlare, cercai di essere “dialettica”, come dicono loro: vi dite di sinistra e siete qui abbrutiti mentre la vera gente lavora, io vi proibisco di portare mai più le bandiere rosse perché le degradate. E ovviamente tutto quello che seppero dirmi fu “sei soltanto una borghese”. Benissimo, e io vi mando tutti in galera, e siccome sono una borghese, mio figlio lo tiro fuori e voi ci restate».

Chi erano gli amici di suo figlio?
Un gruppo di sbandati, guidati da un folle malauguratamente intelligente. Anche se allora c’era il mito dei giovani, anche se ero amica dei ragazzi del ’68, se disprezzavo chi ce l’aveva coi capelloni, devo dire che quelli li trovavo spaventosi. Infatti c’erano amici anche giovani che mi dicevano, guarda che tuo figlio sta con brutta gente, con quelli che in fondo al corteo cercano l’incidente, sta con i provocatori. Era un gruppo che si chiamava dei Consiliari, che già nel ’71 teorizzava il saccheggio, l’esproprio proletario, tipi anche paradossali, che dicevano, chi festeggia il primo maggio è un coglione perché non si può accettare la festa del lavoro. Li combattevo per la loro ideologia ma rifiutavo un giudizio classista e cercavo di spiegare alla donna che andava a pulire l’appartamento di mio figlio che non era importante che fossero sporchi e vestiti male.
«Certo questi “rivoluzionari” mi mandavano in bestia perché erano villani con lei e perché ci chiamavano luridi borghesi mentre gli andava benissimo servirsi dello stipendio che passavamo a nostro figlio. Del gruppo lui era l’unico che disponesse di denaro: gli altri erano figli di artigiani, operai, sottoproletari, oppure erano stati sbattuti fuori dalle famiglie. Gli hanno portato via tutto, anche i calzini, anche le lenzuola. Ma noi chiudevamo gli occhi: questi fatti ci venivano barattati come scelte politiche. Cambiò tutto quando capimmo che si trattava di droga. Si drogavano, quegli pseudorivoluzionari».
Prima di sapere con certezza che suo figlio si bucava, cosa le era sembrato strano?
«Aveva continuamente incidenti d’auto, bocciava sempre, l’auto era sempre dal carrozziere. Ogni giorno prendeva multe. Aveva continui sbalzi d’umore. Quando litigavamo era di una durezza nuova, il suo distacco da noi mi feriva. E poi era tetro, scontroso, apatico, lui che era sempre stato così brillante; era diventato logorroico, cavilloso, voleva sempre spiegare tutto, era malinconico, spesso così noioso che una sera un gruppo di miei amici finirono per rifugiarsi ad uno ad uno in bagno, per non sentirlo.
«Da quando avevamo avuto la certezza che si bucava, mio figlio sapeva di essere continuamente sotto controllo. Lui e la sua ragazza, che naturalmente mi avevano giurato di avere smesso, dovevano venire a pranzo da me tutti i giorni, quindi erano costretti ad avere cura di sè, ad alzarsi, lavarsi, stare attenti, controllarsi; una spia erano però i capelli sempre sporchi, il tremito delle mani.
«Per sentirci più sicuri, lo mandammo a Roma da un amico psicoanalista democratico; poi fu Basaglia stesso a dirmi, guarda che non devi più lasciarlo solo, è sbagliato che viva per conto suo, trova il modo di farlo stare con te. Così fu fatto. Poi, per facilitare il rapporto terapeutico, ci rivolgemmo a un analista di Torino da cui nostro figlio aveva accettato di andare tre volte la settimana: simpatico, bravissimo, onestissimo, peccato che, fatta un’analisi a vista a me, con relativa diagnosi, madre ansiosa e iperprotettiva, non si sia accorto per mesi che mio figlio continuava imperterrito con la droga. Devo dire che in tutti gli anni in cui il ragazzo è stato in analisi, ho avuto colloqui anche con grandissimi psicoanalisti che sapevano tutto del suo passato, nessuno si è accorto che lui continuava. Questo le può spiegare l’incredibile capacità di menzogna, di inganno, di difesa, di chi si droga, e anche l’assoluta inutilità della psicoterapia coi tossicomani se non sono in ricovero».
Per sfuggire al vostro controllo, suo figlio aveva espresso il desiderio di cambiare vita?
«Certo, tutti i drogati vogliono fare le stesse cose, quelle che si possono fare continuando a drogarsi. Così anche lui voleva andare a vivere in una comune agricola in Toscana, smettere Giurisprudenza e iscriversi a Lettere, ovviamente per diventare insegnante, e dedicarsi al lavoro manuale. Non ci importava che cambiasse facoltà (del resto se l’era scelta lui). Ma la comune no, perché sapevo come sarebbe finita. Lui voleva partire a tutti i costi, lottava contro di noi come una jena, io gridavo così forte che sentivo male in tutto il corpo per lo sforzo fisico, come se mi trafiggessero il torace con delle spade. Suo padre era così alterato che temevo morisse. Non abbiamo permesso che facesse quella scemenza, se no lo avremmo perduto.
«Anni dopo, mi hanno raccontato che una volta, per provare l’effetto del cardiazol, era caduto a terra come morto e gli amici tanto affettuosi erano scappati come fanno sempre: ne è venuto fuori perché è forte come un bue. Un’altra volta ci aveva detto che andava in Germania per incontrare, naturalmente, compagni del movimento; invece se ne era andato in Olanda, dove l’avevano messo in prigione, e poi espulso, non per manifestazioni politiche come lui ci raccontò, ma per droga.
«Ormai avevo capito che era necessario intervenire drasticamente, definitivamente. Usando il “loro” linguaggio, il linguaggio della “non repressione”, gli dissi che volevamo rispettare le sue scelte. Ma che questa scelta doveva essere totale: noi, per la nostra ideologia borghese non eravamo più disposti a dargli un soldo per la droga, e, se non accettava di curarsi, neppure per vitto e alloggio. Facemmo una specie di ricatto: “Anche i tuoi amici non hanno denaro, non vorrai certo essere l’unico privilegiato, prendi la tua valigia e vai, fai la tua esperienza fino in fondo, oppure accetta le nostre proposte”. L’idea che se ne andasse lontano, dove non potevo proteggerlo, mi faceva perdere la ragione, e suo padre era più spaventato di me; ma contavo malgrado tutto sul suo legame con noi; e poi, più di una volta mi aveva detto, io non sono di quei coglioni che vanno a morire a Katmandu, perché poi tra l’altro questi tossicomani, con la mitologia della solidarietà e dell’amore, tra loro si disprezzano profondamente e si porterebbero via la camicia».
Come aveva capito che suo figlio aveva ricominciato a bucarsi?
«Era tornato da un concerto rock a Pavia in uno stato demenziale, aggressivo, intrattabile. Portava con sé una nuova ragazzina, di ottima famiglia, molto graziosa, una a cui mi affezionai, a cui avevo raccontato la mia sofferenza. Vivevano nel solito sporco disordine e lei, bella come un idolino indiano, non si vergognava di nulla, le andava bene che pulissi io il loro letto, perché io mi vergognavo della cameriera. Poi un giorno trovo una ricetta falsa, era di un medico che sapevo morto da anni. Li ho affrontati, ho affrontato mio figlio, che dapprima ha urlato, inveito, poi si è come malinconicamente acquietato. Ho notato sempre che quando arrivava al limite, e io intervenivo con violenza e l’avevo vinta, lui crollava; e dopo provava quasi una specie di sollievo, forse perché poteva finirla con la mascherata».
Suo figlio allora scelse la disintossicazione?
«Non credo che avesse intenzione di smettere davvero. Solamente, se non faceva quello che volevamo noi, si sarebbe trovato con le spalle al muro. E qui ritorna la mia angoscia per tutto quello che lo Stato non fa. Non si può nascondere la verità: il nostro strumento di forza, la nostra possibilità di coazione, ci veniva dalla classe sociale. Accettare la clinica, per mio figlio voleva dire non perdere tutto. Ma bisogna avere qualcosa da perdere: una casa, la sicurezza di un lavoro, un buon futuro, del denaro, una laurea. E quei genitori che possono offrire solo amore? E quando non riescono più neppure ad amare? I tossicomani vanno curati anche contro la loro volontà, e solo la legge può garantire loro l’assistenza».
Per la prima disintossicazione vi siete rivolti a una struttura pubblica?
«Quale? Eravamo agli inizi del ’73 e non ci è neppure venuto in mente. D’altra parte il consiglio degli amici, tutti psichiatri democratici, fu: clinica svizzera. Scegliemmo la migliore e partimmo noi due; lui era affettuoso, contento, fu un bel viaggio, mi raccontò tutto, anche l’esperienza con l’Lsd. La clinica era bella, dentro un bel parco, con tanta gente tranquilla e ben vestita che passeggiava nei viali, medici molto gentili ed efficienti. Mi sembrava di essere nel salone delle feste del Titanic. Però da qui ci portano in un padiglione che ha l’aria invece della pensioncina svizzera, è la comunità dove ospitano i tossicomani, e subito mi sento gelare: le finestre non hanno maniglie, tutte le porte sono chiuse a chiave, per mio figlio c’è una stanzetta a due letti, senza bagno. Dico al medico: scusi, mio figlio non potrebbe stare nella parte più bella, sa, lui non è abituato a dormire con un estraneo. La risposta è fredda: “non mi sembra che essere stato allevato così gli abbia fatto molto bene. Del resto i drogati devono stare nel reparto chiuso, si adatterà, anche se adesso strepita: se vuole essere curato dovrà stare qui fino a quando noi lo riterremo opportuno, se no se lo riporti via!”.
«Mio figlio non voleva restare, era spaventatissimo, “riportami a casa, me ne andrò per conto mio, guarda che scapperò, preferisco finire in prigione che restare qui”. Non so come, ebbi la forza di prendere un taxi per Zurigo e di lasciarlo: in uno stato di orrore più che di dolore. Io abbandonavo mio figlio in manicomio, come altre madri che fino ad allora avevo compatito e talvolta giudicato. E non dovevo cercarlo per almeno due settimane, perché lui mi avrebbe piegato, convinto a portarlo via. Passai quella notte al telefono a parlare con i grandi psichiatri miei amici; gridavo che quella disperazione io non la potevo reggere da sola, che se sbagliavo mi sarei uccisa, che la responsabilità dovevano prendersela anche loro. Erano quelli che aprivano i manicomi, eppure mi dissero: “Non c’è che questa soluzione, rinchiuderlo”.
Questa è la verità, ma nessuno la vuol dire, nessuno osa dirla».

Allora una clinica così costava un milione al mese, andava bene per tossicomani con la famiglia ricca. Per i genitori disperati che vendevano tutto, per le madri che dopo l’ufficio andavano a lavare le scale, per i padri che cercavano lavoro anche notturno, per aiutare i figli non c’era niente. In quella clinica fu poi il ragazzo a voler restare quindici mesi: era in analisi, leggeva Gombrowicz, Borges e Gadda, faceva atelier di pittura, lavorava nei reparti come volontario, si era innamorato di una giovane signora nevrotica, studiava, veniva in Italia a dare gli esami, scriveva racconti. Si era ripreso, si trovava al sicuro, non gli veniva chiesto di confrontarsi con niente. Quindici mesi senza bucare, sono un bello spazio di tempo. Quando decide di uscire, suo padre non vuole che torni a Torino: lo manda in un’altra città, dove la famiglia lo sistema in un residence e gli trova un lavoro.
«Credo che abbia ricominciato nell’inverno del 1975, dopo più di un anno dal suo ritorno. E perché? Perché veniva spesso a Torino e Torino ormai per lui era droga. Intanto era arrivata l’eroina, quanta se ne voleva. lo alla droga non volevo più pensare, ma lo vedevo di nuovo egoista, duro, distaccato, con una vita intellettuale così povera, con poco interesse per quello che succedeva attorno a lui, passava i fine settimana nella casa di collina di suo padre, che era ormai molto ammalato, ma lui, che pure lo amava tanto, non sembrava accorgersene. A Torino aveva un suo appartamento accanto al mio, così potevo tenerlo d’occhio. Stava con un giro di amici, ragazze e ragazzi, della borghesia torinese: certo il gruppo più schifoso con cui potesse mettersi, giovani ricchi, senza idee, che non facevano niente se non organizzare feste e girare come pazzi e frequentarsi tra idioti. Dove sono finiti? Alcuni hanno smesso: erano quelli che “sapevano amministrarsi”. In quell’ambiente ce ne sono. Altri sono stati mandati all’estero, dalle famiglie: un paio completamente suonati, qualcuno si è rimesso in sesto ma resta lontano, in Costarica, in Nigeria, in Venezuela».
I compagni di un tempo erano ragazzi più o meno politicizzati, spesso di famiglia proletaria, questi erano fannulloni di famiglia ricca. Quali, in casi così diversi, le colpe della famiglia o della società?
«C’è una parola che vorrei vedere usata con un po’ di intelligenza, ed è “emarginazione”. Certo, un ragazzo con molte povertà – di testa, di famiglia, di carattere, di denaro – se diventa tossicomane subisce delle conseguenze indubbiamente molto più pesanti. Ma del resto i poveri hanno sempre una vita più pesante, conseguenze più pesanti. Per esempio, si è mai visto un ricco ammalarsi di silicosi? Certamente sopravvivono alla droga più figli di ricchi che di poveri, perché i ricchi hanno i mezzi per tentare di curarli, mentre i poveri hanno a che fare con uno Stato incapace, che ripete, dopo anni, gli errori che altri paesi hanno già corretto. Però la scelta della droga non nasce dall’emarginazione: ho incontrato drogati disoccupati e con un ottimo lavoro, con la quinta elementare e due lauree, figli di separati e di genitori molto uniti, figli unici e altri con un buon numero di fratelli, con madri apprensive e madri equilibrate, con padri autoritari e padri dolcissimi.
Molti ragazzi partono emarginati: ma ne ho visti cominciare che avevano denaro, protezione, futuro, tutte le possibilità. Quindi può anche darsi che l’emarginazione sia talora causa o piuttosto occasione per la tossicodipendenza; ma è vero soprattutto il contrario: è la tossicodipendenza che emargina. Quelli che avevano molto, finiscono col perdere tutto. Diventano insostenibili, intimoriscono, sgomentano, suscitano ribrezzo, e quindi vengono respinti. È molto facile indignarsi, chiedere che la collettività, le famiglie, si facciano carico: bisognerebbe provarli…».
Intanto, a ventisei anni, il ragazzo, che sta diventando uomo, si laurea: 108, ha discusso la tesi al di sotto delle sue possibilità. Poi da un’agenda che troverà più tardi, sua madre scopre che anche nei giorni precedenti aveva continuato con la droga. Dunque ci si può benissimo bucare e dare esami prendendo anche trenta, ci si può laureare. Però solo con la fatica, la lotta incessante dei genitori che gli stanno addosso, che non gli danno tregua, Ma a lavorare, invece, non si riesce più. Infatti quest’uomo al lavoro ci va più raramente e alla fine, con disperazione di tutti, si licenzia. Muore il padre d’infarto, lui diventa finanziariamente indipendente e va a vivere con una trentenne madre di una bambina di sei anni: la donna non si droga ma assisterà impassibile ai suo precipitare nel parossismo dell’eroina. Mettono su, naturalmente, un negozietto di roba vecchia e al sabato vanno a vendere al Balón.
In quegli anni si cominciava a distribuire il metadone; suo figlio lo aveva provato?
«Si, e mi pare materia di riflessione per gli esperti. Mio figlio mi dice che va da un medico, a cui se voglio posso telefonare, da cui si fa dare il metadone per bocca a scalare, perché teme di ricascare con l’altra roba e vuole prepararsi bene per andare in vacanza con la sua donna, in un’isola dove sarà al sicuro e dove non può portarsi roba. Al telefono il medico mi tranquillizza, dice che mio figlio è molto a posto, non chiede mai più della dose fissata, una fiala e mezzo al giorno, da prendere per bocca, che ritira una volta la settimana. Molti mesi dopo, ho scoperto l’inganno tremendo, non so quanti medici così ci siano in giro: di fiale gliene dava trenta la settimana ed erano da iniettare. E mio figlio continuava lo stesso con l’eroina. Chissà perché anche adesso c’è questa idea sbagliata che dando il metadone smettano con l’eroina: semplicemente mischiano tutto, oppure danno le fiale di metadone in cambio della dose di eroina e non cambia niente. A meno che ci sia una vera volontà di uscirne, e in questi casi, davvero molto rari, ce la farebbero anche senza metadone.
«Nel giugno del ’78, improvvisamente, il ministro Anselmi vieta la distribuzione di metadone: mio figlio mi dice di voler andare in clinica a Torino due o tre giorni per essere proprio a posto prima di partire. Io sono tranquilla, per una volta gli credo; d’altra parte, in Svizzera non aveva avuto crisi di astinenza.
«Invece nella seconda notte gli comincia una crisi di una violenza intollerabile, arrivano a fargli anche cinque fiale di valium in vena, lo inzeppano di neurolettici, devono ricorrere alla morfina per calmarlo. Il medico mi dice: guarda che quando ne hanno presa tanta così è ben difficile tirarli fuori, mettici una pietra sopra; tipi come tuo figlio di solito non li curo neppure più. Riusciamo a trattenerlo in clinica perché lo devono operare d’urgenza, è quasi peritonite, e nella nuova debolezza lui si acquieta. Chissà da quanto tempo aveva dolori, ma l’eroina non te li fa sentire, ti toglie anche questa difesa, di sentire il male».
Dopo un mese esce e viene portato immediatamente in Svizzera: questa volta in una clinica ermeticamente chiusa, dove non è permessa nessuna visita, la lotta per convincerlo è così atroce e spietata che la madre è quasi sollevata da questa proibizione. «Tenetevelo e lasciatemi vivere, non ne posso più, non voglio più sentir niente, non me la sento di ricominciare». Invece si ricomincia: quando il figlio esce ha ben pochi soldi, ma gli zii buonissimi, tradizionali eppure comprensivi, gli trovano un lavoro. La madre tenta di seguirlo, lo vede a colazione quasi tutti i giorni nonostante lui viva con la donna di prima, che di fatto, pur non drogandosi, è la sua complice.
Era tornato con l’idea di non farlo più? «Può darsi, Ma adesso so con certezza che quello che impedisce di smettere è il ritrovarsi nel proprio ambiente. Adesso so che chi è stato disintossicato, è un “convalescente” che deve ancora essere seguito: la cosa essenziale è che non torni nel maledetto “territorio”, forse conquista sociale per tante cose, ma pericolosissimo per chi deve smettere di bucarsi. La scelta di far ritornare un ragazzo nel suo mondo o di tentare di aiutarlo, come si sta facendo adesso col metadone, o con sporadici colloqui con terapeuti più o meno improvvisati, non è solo prova di ignoranza, è ormai una gravissima colpa. Perché chiunque si sia occupato profondamente del problema, senza demagogia, col vero desiderio di aiutare i ragazzi, sa questa semplice verità: devono essere tenuti il più lontano possibile dal loro mondo di prima: amici, gruppo, famiglia, abitudini, quartiere, sì, anche il tanto decantato quartiere.
«Devono essere inseriti “obbligatoriamente” in una comunità o comune agricola o altro tipo di struttura, molto lontana, e restarci per molto tempo: un anno se si tratta del primo ricovero, due se è recidivo. Questo sarà il tempo del recupero, dell’amicizia e della dolcezza, dei rapporti affettivi, dell’appoggio psicoterapeutico reso finalmente possibile perché non invalidato da additivi chimici. Lo si può chiedere a qualsiasi psichiatra o psicoanalista di grande nome: non curano più drogati se non sono ricoverati in una struttura chiusa. Allora questo Aniasi, che ha detto di avere studiato il problema in un mese, a quali esperti si è rivolto per mettere su l’inutile, dannosa catena dei centri per la distribuzione del metadone o della morfina? Tutti noi che ci siamo passati, che ci passiamo, conosciamo l’imbecillità di quelli che si definiscono esperti, la pateticità criminale di chi non sa non capisce e parla e agisce per sentito dire; conosciamo la leggerezza e il pressappochismo demagogico di quei gruppi politici che si dicono libertari, che vorrebbero liberalizzare tutto, appunto anche la morte, e hanno già fatto danni irrimediabili».
Allora lei approva le comunità coatte svedesi, oppure comunità come quella di San Patrignano, dove si legavano i ragazzi che volevano andarsene.
«Io credo che per tentare di salvare il tossicomane non ci sia altra strada che obbligarlo. Dopo una permissività nefasta, proprio la Svezia, dove la libertà dell’individuo è sacra, ha dovuto scegliere questa durissima strada che permette allo Stato di costringere il ricovero per tre anni, in comunità lontanissime da Stoccolma, i giovani anche non minorenni. San Patrignano è stato definito “lager” in totale ignoranza o in malafede. Certo è una comunità dove sono stati commessi degli errori, dove non c’è un controllo ufficiale. Ma i ragazzi ci vanno con le loro gambe, e rappresenta forse in Italia l’unico tentativo di affrontare la tossicodipendenza in modo diverso da quello istituzionalizzato o da quello delle comunità aperte a un via vai di sbrindelIoni e di improvvisatori».
Per tutto il ’79 il figlio va tre volte in clinica: adesso si buca anche con la cocaina, una sostanza che, iniettata in vena, porta a delirio persecutorio. C’è una sera bestiale in cui lui scappa con la sua macchina, terrorizzato perché si sente inseguito, tanto che a un certo punto si ferma, pianta l’auto in mezzo alla strada, fugge abbandonando il cappotto anche se nevica, vaga per la città fino all’alba.
Ma intanto nella clinica svizzera diventano sempre più villani, dicono che non c’è posto, hanno tanta gente che vuole andarci che possono permettersi di scartare i tipi recidivi, più fastidiosi: sono quasi a livello di quelli che spacciano, che prima sono tutti carini, poi, quando si sono fatti il cliente, fanno i preziosi, tanto sanno che di loro non si può fare a meno. Con quest’uomo ce l’hanno perché «si comporta male», perché riesce a entrare in clinica con la droga, una scorta nel dentifricio, nella lozione dei capelli, nelle stecche di sigarette.
«Con il drogato le parole non servono mai, tra te e chi si droga c’è un muro che nessuna parola infrange, è come se uno potesse guarire il cancro con le parole. Quando gli parli, qualsiasi cosa tu dica è inutile: inutile fare appello ai sentimenti, agli affetti, piangere, gridare, maledirlo, rinfacciargli la malattia del padre, dirgli che si vorrebbe vederlo morto. Lui sta li quieto, con quella dolcezza che hanno tutti i drogati, e che è data solo dagli additivi di cui sono pieni, perché se no sanno essere belve, e tu capisci che lui sta pensando, appena questa rompiballe smette vado a drogarmi. Quello che ti uccide è non solo vedere tuo figlio distruggersi fisicamente, ma anche vedere che muore intellettualmente, spiritualmente, che per lui non esiste più qualcosa che “non si deve fare”, che non ha più nessuna moralità. Anche l’amore i drogati non sanno cos’è: c’è tutta la menzogna del gruppo e dello stare insieme: ma la droga è una esperienza solo individuale, solitaria, gli altri con cui stanno, anche la loro donna, sono solo dei complici, da abbandonare se non servono più. Un drogato non ha un vero rapporto con nessuno.
«Ogni giorno si legge che ne è morto uno, fulminato da roba cattiva, e allora è certo un povero, perché a chi ha i soldi gli danno solo roba buonissima; oppure per overdose, e allora semplicemente è uno che era andato a disintossicarsi, appena uscito, ha fatto la dose forte di prima, ed essendo pulito non l’ha retta. Le famose statistiche non tengono conto di quelli che si schiantano con la macchina o la moto, di quelli pestati perché non pagano, di quelli ammazzati perché hanno fatto una soffiata, di quelli andati sotto una macchina mentre scappavano dai loro terrori, di quelli che si spengono per denutrizione, deperimento organico, fegato in pezzi, epatite virale, di qualunque altra malattia, per esempio la peritonite, perché la droga toglie la percezione di qualunque dolore, elimina la spia che avverte che qualcosa si è inceppato nel corpo, di quelli che non resistono più alla loro degradazione e non hanno più speranza di uscirne e si suicidano».
La commissione Sanità della Camera sta discutendo la riforma della legge 685 sugli stupefacenti. Come persona che ha lottato nove anni contro la droga e che ha partecipato a tutte le battaglie contro la violenza manicomiale, ha qualcosa da dire?
«lo credo a una legge che sancisca il dovere, piu che il diritto, dello Stato di curare il drogato anche contro la sua volontà, che gli imponga il ricovero, cura e soggiorno in comunità terapeutiche. Il tossicomane è un potenziale suicida e non mi risulta che venga considerato un oppressore colui che si getta in acqua per salvare uno che sta annegando, e tanto meno un medico che presta soccorso a chi si è avvelenato. Lo Stato è sempre stato un nemico del tossicodipendente: era un nemico prima, quando lo buttava in galera per una sigaretta d’erba, e non erano certo i figli dei ricchi ad andarci. Nei primi anni, mi ricordo, c’erano genitori, non ricchi, che in buona fede, disperati, denunciavano i figli sperando che in galera li avrebbero curati, aiutati. Ormai hanno imparato la lezione, adesso sanno che in prigione non li aiuta nessuno, li riempiono di botte, trovano tutta la droga che vogliono pur che si associno alle bande mafiose, si impiccano in crisi di astinenza, vengono uccisi a calci dai secondini o lasciati morire soli come cani. E anche oggi lo Stato è un nemico, perché non esiste nessuna arma legale per aiutare i tossicodipendenti: il ricovero coatto è ormai impossibile, ci vogliono due certificati, uno del medico generico, uno di uno psichiatra e il consenso dell’ufficiale sanitario. Un medico mi ha detto: ammesso che i genitori riescano a ottenere tutto questo, noi li teniamo cinque giorni e poi li sbattiamo fuori e ricominciano da capo; in più vengono qui spesso, anche per quei cinque giorni, con la loro dose, magari nascosta nei bei capelli ricciuti».
Per quanto riguarda le condanne, lei è d’accordo sulla non punibilità del tossicodipendente?
«Io penso che il consumatore deve essere messo al sicuro dallo spacciatore. Non in carcere quindi, come già, per fortuna, sostiene la legge. Tuttavia, qual è il confine tra consumatore e spacciatore? Ogni consumatore è potenzialmente uno spacciatore. I ragazzi col denaro non devono spacciare per procurarsi la dose, ma siccome ne comprano tanta, fanno proselitismo, spacciano anche loro. I poveri sono costretti ad essere spacciatori, magari di una sola dose per volta. Ma quante di quelle dosi alla volta spacciano in un giorno? Conoscevo un ragazzo, studente di ingegneria, che era, come si dice, piccolo spacciatore: però già che c’era si faceva la moto, si pagava l’università, insomma ci viveva. Certo non era il bieco miliardario, ma chi ci arriva a quelli? Se per il consumatore, che è quasi sempre anche quello che viene definito un piccolo spacciatore, ci fosse l’obbligo del ricovero e dell’allontanamento, non credo che avrebbero il coraggio di sostituirli, gli spacciatori importanti».
Adesso suo figlio è in Israele. Come mai?
«Dopo l’ultima, disperata disintossicazione in clinica, era chiaro che qui non poteva più restare. Abbiamo pensato ai paesi dove la droga non c’è, paesi in cui, in modo diverso, c’è repressione. Ho guardato dapprima all’Unione Sovietica, ma ho avuto paura di non vederlo più; ho scartato la Cina, anche se è il paese dove in vent’anni hanno eliminato l’oppio, perché troppo lontana; a Cuba, gli stranieri per più di venti giorni non li vogliono. Restava Israele, con i suoi kibbutz: il che va benissimo, perché chi ha smesso di drogarsi ha molto bisogno delle regole di una comunità cui riferirsi.
«Mio figlio ha accettato; siamo partiti in aprile ed è stato un momento di grande disperazione. Trascinavo con me un uomo stanco, appannato, senza forza, senza interessi; lui che con me era sempre stato petulante, combattivo, comunque irruento, adesso faceva tutto senza discutere, con una lentezza esasperante, pieno di difficoltà. Era così a terra che gli davo degli antidepressivi, ed io ero così infelice che ho pensato, proprio là, in Israele, dopo nove anni di guerra, di gettare la spugna. Se doveva vivere così era inutile. Avevo lottato per la sua felicità, ma se quella disperazione era il risultato di tutta la mia lotta, allora era meglio non ostacolarlo più, lasciarlo finire come gli piaceva.
«Sono partita e lui è rimasto in un kibbutz con regole molto rigide, lavorava in una fabbrichetta dalla mattina alle quattro sino a mezzogiorno, un posto dove se ti trovano con la droga ti mandano via subito, ti rispediscono nel tuo paese, perché lì hanno una forte tensione ideale, hanno bisogno che i loro giovani lavorino, e con la droga sono molto severi, dicono: “la droga è un crimine”.
«Ha cominciato a scrivermi lettere bellissime; a chiedermi libri, Canetti, Conrad, Joyce, qualche latino: è riuscito ad andare a lavorare in campagna, ha girato per il paese, ripreso il gusto dell’amicizia, la curiosità per le persone, i flirt con le ragazze. In settembre sono andata a trovarlo, stava molto meglio, ha detto che vuole restare là, si è trasferito a Gerusalemme. Vive con una ragazza intelligente e bella, studia l’ebraico. Mi ha scritto: “Mi è molto difficile darti un quadro di ciò che penso e sento, tutto pare mosso da lievi ticchettii che spostano il mio pensiero ora al di qua, ora al di là della soglia del selvaggio. Cosa farò? Chi sarò? Mah, devo ancora pensarci e ripensarci. Per ora vivo duramente, ma tutto sommato non malissimo. Quanto ai problemi che mi hanno portato qui, mi sembrano così lontani e così estranei che non potrei parlarne con la competenza di chi li ha vissuti. Rimozione? Rifiuto della realtà? Chissà, tutto mi sembra materia di studio per sociologi e psicoanalisti, non per me, stranito letterato a tempo perso, contadino a tempo pieno”».
È una storia a fieto fine?
«Come si fa a dirlo? Eppure io spero. Non deve tornare in Italia per molto, molto tempo. Certo, il nostro fulgore se ne è andato, se ne sono andate tutte le mie sicurezze. Lui, dopo questa lunghissima esperienza, è un’altra persona, noi tutti siamo altre persone. Magari migliori, soprattutto lui penso possa diventare un uomo migliore. Certo diverso da quell’adoIescente curioso e felice che si vede in quelle fotografie circondato dai suoi cani: con quello sguardo brillante, come di attesa per la vita bellissima che si aspettava, che tutti noi aspettavamo per lui».

Natalia Aspesi

Lascia un Commento se vuoi contribuire al contenuto della informazione

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.