LA RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA, CIVILE E PENALE DELL’ASSISTENTE SOCIALE, di LUIGI COLOMBINI, GENNAIO 2021

LA RESPONSABILITA’ AMMINISTRATIVA, CIVILE E PENALE DELL’ASSISTENTE SOCIALE

di LUIGI COLOMBINI

già docente di legislazione ed organizzazione dei servizi sociali . UNIVERSITA’ STATALE ROMA TRE – CORSI DISSAIFE E MASSIFE

PREMESSA

Nel corso di oltre ventiquattro anni dalla legge n. 84/93 che ha istituito la professione di Assistente Sociale, sono andati sempre più ad accrescersi i livelli di competenze e di responsabilità che fanno capo al suddetto operatore.

Va peraltro ricordato che la suddetta legge è stata anticipata dalla legge n. 312/80, che ha avviato il processo di riforma nel pubblico impiego, e dal susseguente DPR n. 1219 del 29 dicembre 1985, con il quale sono stati definiti i profili professionali del personale nei ministeri.

Il valore del provvedimento, atteso da tempo, e appartenente ormai al passato, è stato quello, comunque, di superare la vetusta concezione di una Pubblica Amministrazione caratterizzata da burocrazia e da qualifiche amministrative uniche, ma di articolare il personale statale in qualifiche professionali riferite a specifici profili professionali.

Fra i profili professionali individuati sono stati indicati gli operatori dell’area sociale, dell’area pedagogica, dell’area psicologica.

Nell’area sociale pertanto sono stati definiti i profili professionali dell’assistente sociale, dell’assistente sociale coordinatore e del direttore del servizio sociale.

Peraltro, a distanza di ben otto anni dal suddetto Decreto presidenziale, con la suddetta legge 23 marzo 1993, n, 84 è stato istituito l’Ordine degli Assistenti sociali.

A tale riguardo si evidenzia un ruolo assolutamente esclusivo che colloca l’Assistente Sociale in una dimensione di autonomia e di capacità professionale, nella piena osservanza del principio di competenza che, assieme a quello della responsabilità, costituisce il cardine della professione.

Tale riconoscimento fa giustizia delle espropriazioni di ruolo e di commistioni di ruolo che hanno in effetti portato a consentire lo svolgimento di interventi propri dell’Assistente Sociale da parte di altri operatori (assistenti domiciliari, vigili urbani, impiegati amministrativi ecc,.).

La presente relazione ha appunto il fine di contribuire a promuovere una conoscenza delle conseguenze legali che sono legate all’esercizio della professione, e di pervenire ad una sintesi operativa idonea ad armonizzare e rendere convivibili le norme interiori, che rappresentano il foro interno dei valori e dei principi che si sostanziano nel codice deontologico, e le norme esteriori, che fanno riferimento al foro esterno e che si concretizzano nell’osservanza di regole scritte e di quanto disposto dai codici.

IL PRINCIPIO DELLA COMPETENZA

Secondo una norma fondamentale del diritto il principio della competenza è alla base dell’esercizio della professione: la competenza quindi deve essere certificata attraverso un iter procedurale molto articolato che porta a riconoscere ed autorizzare la professione stessa.

Come è noto, la stessa legge dispone che per esercitare la professione di assistente sociale è necessario:

  • essere in possesso dello specifico diploma universitario;
  • avere conseguito l’abilitazione mediante esame di Stato;
  • essere iscritti all’albo professionale.

Per tale specifica indicazione si richiama l’art. 2229 del codice civile (Esercizio delle professioni intellettuali: le legge determina le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi. L’accertamento dei requisiti per l’iscrizione negli albi o negli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli iscritti sono demandati alle associazioni professionali, sotto la vigilanza dello Stato, salvo che la legge non disponga diversamente).

Per gli aspetti penali dell’esercizio abusivo della professione si richiama l’art. 348 del c.p.(Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione, è punito con la reclusione fino a sei mesi e con la multa da euro 103 a 516).

Si specifica che l’oggetto della tutela predisposta dalla norma suddetta è costituito dall’interesse generale, riferito alla Pubblica amministrazione, per cui determinate professioni richiedenti particolari requisiti di probità e competenza tecnica, debbono essere esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione amministrativa, risulti in possesso delle qualità morali e culturali richieste dalla legge.

Oltre all’interesse della Pubblica Amministrazione, gli stessi danneggiati del reato e che abbiano subito pregiudizio dall’azione delittuosa, possono costituirsi parte civile.

LA RESPONSABILITÀ

In relazione al tema da trattare, in via preliminare si ritiene opportuno determinare in linee generali lo stesso concetto di responsabilità, da cui scaturiscono le conseguenze sull’azione e sulla attività che viene posta in essere dalle persone.

Responsabilità fa riferimento al latino “responsum”, ossia di colui che è chiamato a rispondere dei suoi atti.

Persona, quindi, che essendo causa di certi effetti, è chiamato a darne ragione.

La responsabilità quindi attiene sia al livello etico e morale, che afferisce quindi alla sfera interna della persona, che, in relazione alle proprie credenze, ai propri valori, assume un determinato atteggiamento coerente, sia alla sfera esterna, che costituisce attraverso il comportamento la risultante del complesso dei valori che la persona stessa ha assunto.

Tale considerazione spinge a considerare il rapporto che esiste fra diritto e morale: la morale è una forza interiore che spinge la persona ad assumere comportamenti coerenti con la norma scelta; il diritto costituisce una forza esterna, che, a prescindere dalla convinzione o dalla condivisione dei valori da parte del soggetto, impone un determinato comportamento che se non viene attuato fa scattare la sanzione e la punizione.

In particolare per ciò che concerne le professioni, il faro che guida l’esercizio della professione è il codice deontologico, che costituisce un riferimento sostanzialmente di carattere etico e che impone, con riferimento alla “missione” del professionista, un comportamento adeguato.

Si ricorda a tale proposito che è proprio con riferimento ai servizi rivolti alla persona che sono stati specificati i codici deontologici, fra cui il codice deontologico dell’ Assistente Sociale.

In tale contesto la professione dell’Assistente Sociale è assolutamente strategica e proprio in relazione a quanto indicato nella legge istitutiva della professione e dell’ordine è opportuno delineare il quadro delle responsabilità che fanno carico al suddetto alla luce della normativa vigente.

Nel diritto la responsabilità è connessa alla situazione che deriva da un determinato rapporto o da una sua determinata norma per la quale un soggetto può essere chiamato a rispondere del proprio operato con riferimento ad un obbligo giuridico, sotto il profilo civile, penale, amministrativo.

In altri termini la responsabilità è la condizione di chi è responsabile dell’assolvimento di un dovere: a tale proposito quindi emerge la constatazione che attribuire e accertare la responsabilità spetta al procedimento giudiziario che accerta la violazione.

Oltre a tale presupposto, va anche considerata la responsabilità intesa quale impegno, carico che un soggetto è tenuto ad assolvere sulla base di un ruolo che svolge e alla richiesta che viene avanzata da altri.

Assumersi le proprie responsabilità, far fronte alle proprie responsabilità costituisce una norma comportamentale condivisa che attiene alla sfera dei rapporti sociali ed alla loro esplicazione: si parla di responsabilità genitoriali, di responsabilità familiari, di responsabilità sociali, di responsabilità professionali, di responsabilità educative, ecc.

Per ciò che concerne anche il riferimento alle politiche sociali, il concetto di responsabilità è ancora più ampio in senso lato, e si connette alla definizione di “welfare di responsabilità”, così come indicato nel primo Piano Nazionale degli Interventi Sociali, che coinvolge quindi, nella sua costruzione tutti gli attori interessati.

La ricaduta di tale assunto sull’Assistente Sociale è emblematica della professione.

Secondo l’art. 1 della legge istitutiva della professione, l’Assistente Sociale:

  • opera con autonomia tecnico professionale e di giudizio in tutte le fasi dell’intervento per la prevenzione, il sostegno ed il recupero di persone, famiglie, gruppi e comunità in situazioni di bisogno e di disagio e può svolgere attività didattico-formative;
  • svolge compiti di gestione;
  • concorre all’organizzazione ed alla programmazione;
  • può esercitare attività di coordinamento e direzione dei servizi sociali.

L’aspetto più qualificante della legge è comunque quello di avere introdotto il principio della autonomia della professione, che può essere esercitata, al pari di altre professioni rivolte alla persona (medici, terapisti, infermieri, ecc.) sia in forma autonoma che in rapporto di lavoro subordinato, sia pubblico che privato.

La condizione per l’esercizio della professione, come è noto, è l’iscrizione all’albo professionale.

Da quanto succintamente esposto si rileva quindi la doppia funzione dell’Assistente Sociale sia sul versante pubblico e quindi collegato al pubblico impiego, sia al versante privato e della libera professione.

Pertanto la presente relazione, pur nella complessità e nella vastità della materia, ha la finalità di promuovere la conoscenza delle norme giuridiche riguardanti l’Assistente Sociale, in modo da rendere quest’ultimo, da un lato consapevole dei rischi legati all’esercizio della professione e, dall’altro, adeguatamente edotto circa le modalità idonee a prevenirli e controllarli.

Definiti i due principi fondamentali che sono a monte della professione di Assistente Sociale, è opportuno individuare quali sono le ricadute specifiche che si riflettono sul suddetto operatore in relazione a quando è disposto dalla normativa sotto gli aspetti amministrativi, civili e penali.

La responsabilità nella Costituzione

In particolare, la responsabilità dei funzionari, così come di tutti i dipendenti pubblici, trova il proprio riconoscimento e la propria disciplina nell’art.28 Cost.

L’art. 28 Cost. prevede, infatti, che “i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli Enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili ed amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile di estende allo stato ed agli Enti pubblici”.

Tale principio ha introdotto la responsabilità civile diretta di coloro che hanno posto in essere, dolosamente, o colpevolmente, nell’esercizio delle loro attribuzioni, comportamenti lesivi dei diritti dei terzi.

Da tale disposizione deriva che il danneggiato può rivolgersi indifferentemente sia nei confronti della Pubblica amministrazione che nei confronti del funzionario per il risarcimento del danno, perché in relazione al principio di immedesimazione organica vi è, in base al particolare rapporto di lavoro, una corresponsabilità fra la Pubblica amministrazione ed il suo dipendente.

La Pubblica amministrazione, peraltro, può agire in regresso nei confronti del dipendente pubblico per il recupero del danno.

Corre l’obbligo di evidenziare come il criterio d’imputazione soggettiva della responsabilità in capo ai dipendenti pubblici abbia subito una significativa modifica con il D.P.R. n.3/1957, che ( artt.22 e 23 ) ha stabilito che il danno arrecato dall’operatore pubblico può definirsi “ingiusto” (ai sensi dell’art. 2043 c.c.) solo se sia stato arrecato con dolo o colpa grave

I termini generali della responsabilità amministrativa

A tale riguardo si sottolinea che gli Assistenti Sociali possono essere anche pubblici impiegati, e quindi rientrano nella dimensione più vasta delle responsabilità che attengono agli stessi nel rapporto con l’Amministrazione di appartenenza, e con gli utenti.

La norma di riferimento fondamentale è quindi data dal richiamato l’art. 28 della Costituzione.

Ulteriore riferimento sulla responsabilità dei pubblici impiegati è dato dal DPR n. 3/57 “Testo unico degli impiegati civili delle Stato. (1)

Nel prosieguo dell’iter normativo che ha ulteriormente approfondito e sviluppato il rapporto fra pubblica amministrazione e cittadino, va altresì richiamata la legge 241/90 che ha individuato, nel rapporto fra cittadini e pubblica amministrazione, il “responsabile dell’atto” a cui fa capo la conduzione dell’iter burocratico nella trattazione del provvedimento.

Anche sotto tale profilo risulta particolarmente evidente che l’assistente sociale, in quanto funzionario competente del caso e quindi anche della trattazione amministrativa dello stesso, in base ai regolamenti di attuazione, deve essere considerato responsabile del provvedimento e quindi

  1. Si riportano di seguito gli articoli che riguardano tali aspetti.

Art. 18.- Responsabilità dell’impiegato verso l’Amministrazione.

L’impiegato delle amministrazioni dello Stato anche ad ordinamento autonomo, è tenuto a risarcire alle amministrazioni stesse i danni derivanti da violazioni di obblighi di servizio. Se l’impiegato ha agito per un ordine che era obbligato ad eseguire va esente da responsabilità, salva la responsabilità del superiore che ha impartito l’ordine L’impiegato, invece, è responsabile se ha agito per delega del superiore.

Art. 22.- Responsabilità verso i terzi.

L’impiegato che, nell’esercizio delle attribuzioni ad esso conferite dalle leggi o dai regolamenti, cagioni ad altri un danno ingiusto ai sensi dell’art. 23 è personalmente obbligato a risarcirlo. L’azione di risarcimento nei suoi confronti può essere esercitata congiuntamente con l’azione diretta nei confronti dell’Amministrazione qualora, in base alle norme ed ai principi vigenti dell’ordinamento giuridico, sussista anche la responsabilità dello Stato.

L’amministrazione che abbia risarcito il terzo del danno cagionato dal dipendente si rivale agendo contro quest’ultimo a norma degli articoli 18 e 19. Contro l’impiegato addetto alla conduzione di autoveicoli o di altri mezzi meccanici l’azione dell’Amministrazione è ammessa solo nel caso di danni arrecati per dolo o colpa grave.

Art. 23.- Danno ingiusto.

E’ danno ingiusto, agli effetti previsti dall’art. 22, quello derivante da ogni violazione dei diritti dei terzi che l’impiegato abbia commesso per dolo o per colpa grave; restano salve le responsabilità più gravi previste dalle leggi vigenti.La responsabilità personale dell’impiegato sussiste tanto se la violazione del diritto del terzo sia cagionata dal compimento di atti od operazioni, quanto se la detta violazione consista nell’omissione o nel ritardo ingiustificato di atti od operazioni al cui compimento l’impiegato sia obbligato per legge o per regolamento.

Art. 29.- Altri casi di esclusione della responsabilità verso i terzi.

La responsabilità personale verso i terzi di cui agli articoli precedenti è esclusa, oltre che negli altri casi previsti dalla legge, quando l’impiegato ha agito per legittima difesa di sé o di altri o quando sia stato costretto all’azione od omissione dannosa da violenza fisica esercitata sulla persona. Quando ha agito perché costrettovi dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona ed il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile, al danneggiato è dovuto dall’amministrazione cui l’impiegato appartiene un indennizzo. Ai fini dell’applicazione della disposizione di cui al precedente comma l’impiegato ha l’obbligo di informare i superiori prima di essere convenuto in giudizio per il risarcimento del danno o prima che gli siano notificate le diffide previste dagli artt. 25 e 26.Nelle ipotesi previste nei commi precedenti l’amministrazione può valutare se sussista responsabilità dell’impiegato verso di essa

rientra nella predetta normativa (2)

Il principio della responsabilità amministrativa, quindi, la suddetta legge costituisce un riferimento anche per l’assistente sociale che opera nell’ambito della pubblica amministrazione.

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(2) Si riportano gli articoli che afferiscono alla organizzazione ed alla strutturazione del provvedimento.

Art. 4. Unità organizzativa responsabile del procedimento

  1. Ove non sia già direttamente stabilito per legge o per regolamento, le pubbliche amministrazioni sono tenute a determinare per ciascun tipo di procedimento relativo ad atti di loro competenza l’unità organizzativa responsabile della istruttoria e di ogni altro adempimento procedimentale, nonché dell’adozione del provvedimento finale.
  2. Le disposizioni adottate ai sensi del comma primo sono rese pubbliche secondo quanto previsto dai singoli ordinamenti.

Art. 5. Responsabile del procedimento

  1. Il dirigente di ciascuna unità organizzativa provvede ad assegnare a sé o ad altro dipendente addetto all’unità la responsabilità dell’istruttoria e di ogni altro adempimento inerente il singolo procedimento nonché, eventualmente, dell’adozione del provvedimento finale.
  2. Fino a quando non sia effettuata l’assegnazione di cui al comma primo, é considerato responsabile del singolo procedimento il funzionario preposto alla unità organizzativa determinata a norma del comma primo dell’articolo 4.
  3. L’unità organizzativa competente e il nominativo del responsabile del procedimento sono comunicati ai soggetti di cui all’articolo 7 e, a richiesta, a chiunque vi abbia interesse.

Art. 6. Compiti del responsabile del procedimento

  1. Il responsabile del procedimento:
    1. valuta, ai fini istruttori, le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione ed i presupposti che siano rilevanti per l’emanazione del provvedimento;
    2. accerta di ufficio i fatti, disponendo il compimento degli atti all’uopo necessari, e adotta ogni misura per l’adeguato e sollecito svolgimento dell’istruttoria. In particolare, può chiedere il rilascio di dichiarazioni e la rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete e può esperire accertamenti tecnici ed ispezioni ed ordinare esibizioni documentali;
    3. propone l’indizione o, avendone la competenza, indice le conferenze di servizi di cui all’articolo 14;
    4. cura le comunicazioni, le pubblicazioni e le notificazioni previste dalle leggi e dai regolamenti;
    5. adotta, ove ne abbia la competenza, il provvedimento finale, ovvero trasmette gli atti all’organo competente per l’adozione. L’organo competente per l’adozione del provvedimento finale, ove diverso dal responsabile del procedimento, non può discostarsi dalle risultanze dell’istruttoria condotta dal responsabile del procedimento se non indicandone la motivazione nel provvedimento finale.

Art. 12.Provvedimenti attributivi di vantaggi economici

  1. La concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere e persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione ed alla pubblicazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi.
  2. L’effettiva osservanza dei criteri e delle modalità di cui al comma primo deve risultare dai singoli provvedimenti relativi agli interventi di cui al medesimo comma primo.
  3. Art. 93: responsabilità patrimoniale
  4. Per gli amministratori e per il personale degli enti locali di osservano le disposizioni vigenti in materia di responsabilità degli impiegati civili dello Stato (sopra richiamata: DPR n. 3/1957).
  5. L’azione di responsabilità si prescrive in cinque anni dalla commissione del fatto. La responsabilità nei confronti degli amministratori e dei dipendenti dei comuni e delle province è personale e non si estende agli eredi salvo il caso in cui vi sia stato illecito arricchimento del dante causa e conseguente illecito arricchimento degli eredi stessi.

Dalla legge 241/90 deriva quindi che ai fini della trasparenza amministrativa il responsabile del procedimento ha il compito di gestire l’iter procedimentale dalla fase dell’iniziativa a quella conclusiva.

Pertanto, particolare rilievo deve essere conferito, nel contesto della professione pubblica dell’Assistente Sociale a tale aspetto.

Infatti l’introduzione della figura del responsabile del procedimento, è diretta a:

  1. consentire agli interessati di venire a conoscenza dell’ identità del responsabile del procedimento e di controllarne l’operato;
  2. responsabilizzare i dipendenti deputati a collaborare alla gestione dell’iter procedurale;
  3. rendere possibile una gestione unitaria ed organica del procedimento.

Secondo la legge 241/90 il responsabile del procedimento può incorrere nelle seguenti forme di responsabilità:

  1. penale, ove l’inosservanza dei termini previsti per l’emanazione del provvedimento integri gli estremi del reato di omissione degli atti di ufficio (art. 328 c.p.)
  2. civile, ove la violazione degli obblighi sanciti dalla legge cagioni un danno ingiusto ad un terzo;
  3. disciplinare, alla stregua delle regole generali.

Tali disposizioni si attagliano perfettamente a quanto indicato quale modalità professionale ed operativa propria dell’Assistente Sociale, così come confermata con dovizia nel codice deontologico.

Ulteriore norma giuridica da considerare è quella che è stata introdotta dal d. lgs. 29/93 che ha sancito da una parte il principio della competenza, e dall’altro anche quello della responsabilità in ordine alla configurazione della dirigenza.

Sempre in tema di responsabilità amministrativa, l’ulteriore riferimento è costituito dal d. lgs. 18 agosto 2000, n, 267, recante “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti locali”.

A tale riguardo al titolo IV, dedicato all’”Organizzazione e personale”, il capo I art. 93 tratta, fra l’altro della responsabilità patrimoniale, che coinvolge quindi anche l’assistente sociale quando lo stesso assume compiti che hanno rilevanza patrimoniale (3).

Ciò che caratterizza quindi il lavoro dell’assistente sociale, per ciò che concerne la sua collocazione nel rapporto di pubblico impiego, è una precisa attenzione che deve essere conferita al principio di responsabilità amministrativa, che si lega anche alla della professione di assistente sociale.

Ciò che caratterizza quindi il lavoro dell’assistente sociale, per ciò che concerne la sua collocazione nel rapporto di pubblico impiego, è una precisa attenzione che deve essere conferita al principio di responsabilità amministrativa, che si lega anche alla della professione di Assistente Sociale.

In rapporto alla specifica competenza professionale, infatti, l’assistente sociale assume la “presa in carico” del caso, con l’obbligo professionale di condurlo fino alla fine del procedimento.

Secondo lo spirito della legge 328/00, del primo Piano Nazionale degli Interventi Sociali, del codice deontologico e della normativa regionale vigente, il ruolo dell’assistente sociale è il seguente:

  • è responsabile del caso;
  • effettua la valutazione professionale del bisogno;
  • definisce il percorso assistenziale personalizzato e ne cura l’attuazione in termini di appropriatezza ed efficacia;
  • assicura la gestione ed il controllo delle prestazioni erogate e in relazione agli obiettivi.

Per ciò che concerne il rapporto di lavoro subordinato in ambito privato, il riferimento normativo è costituito dal libro V , titolo I , art. 2104 (diligenza del prestatore di lavoro), 2105 (obbligo di

fedeltà), 2106 (sanzioni disciplinari), per la parte che concerne le norme da osservare da parte del lavoratore subordinato nel suo rapporto con il datore di lavoro.

In tema di responsabilità, la condizione degli assistenti sociali che sono dipendenti da privati è regolata dall’art. 2049 del c.c., in cui è espresso il principio che “i padroni e i committenti sono responsabili dei danni arrecati a terzi dal fatto illecito dalle persone che impiega al proprio servizio.

Va in proposito rilevato che perché tale evenienza si verifichi è necessario dimostrare che deve sussistere un rapporto diretto di preposizione fra l’autore del fatto dannoso e il suo responsabile, e che il danno sia stato provocato nell’esercizio delle incombenze a cui si è adibiti”.

La responsabilità verso terzi non esclude comunque un diritto di rivalsa da parte del datore di lavoro, che può quindi rivalersi nei confronti del dipendente in base all’art. 2043 c.c.

La responsabilità civile

Secondo quanto disposto dal Codice civile, la fonte primaria di riferimento è il libro IV, titolo I, titolo IX.

L’art 1173 c.c. stabilisce che le obbligazioni possono derivare da fatti illeciti, ossia da comportamenti dolosi o colposi che un soggetto commette a danno di altri.

Gli atti giuridici illeciti sono distinti in:

  • illeciti civili, che sorgono dalla violazione di norme poste a tutela di interessi prevalentemente privati. Tale violazione comporta la sottoposizione del soggetto a responsabilità civili, e quindi essere punito mediante sanzioni civili.

L’illecito civile è essenzialmente atipico: qualunque atto doloso o colposo che provoca ad altri un danno ingiusto, obbliga chi lo compie a risarcire il danno

Le principali figure dell’illecito civile sono, in relazione ai diversi tipi di diritti lesi, sono configurabili nella violazione dei diritti della personalità: vita, integrità fisica, onore, riservatezza, immagine, nome, identità personale.

  • Illeciti penali (o reati) che sorgono dalla violazione di norme poste a tutela degli interessi prevalentemente pubblici. Tale violazione comporta la sottoposizione del soggetto a responsabilità penale, e quindi ad essere punito con sanzioni penali.

L’illecito penale è essenzialmente tipico: nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente previsto dalla legge come reato (“nullum crimen sine lege”).

L’art. 2043 c.c. dispone che qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

L’illecito civile consiste quindi nel generico dovere giuridico di non arrecare danno ad altri (“neminem non ledere”, la cui violazione obbliga chi l’ha commessa a risarcire il danno.

A tale riguardo è necessario distinguere tra:

  • responsabilità contrattuale, che si manifesta quando l’illecito configura la violazione di uno specifico dovere giuridico (inadempimento dell’obbligazione preesistente fra le parti);
  • responsabilità extracontrattuale (o aquiliana – dalla lex aquilia de damno che disciplinava la materia nel diritto romano), che si manifesta quando l’illecito configura la violazione di un generico dovere giuridico (di non ledere l’altrui sfera giuridica al di là di qualunque obbligazione esistente fra le parti.

Il fatto che reca il danno deve essere doloso o colposo.

La colpa ed il dolo

A tale riguardo si ritiene opportuno richiamare in estrema sintesi quanto indicato dal diritto penale in relazione ai due criteri d’imputazione soggettiva, ossia di iscrizione del reato all’agente: la colpa e il dolo (art. 42 e 43 del codice penale).

“Il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”(art.43, co.3,c.p.); l’essenza della colpa consiste, quindi, nella prevedibilità dell’evento, ma non nella sua volizione

Ricorre un’ipotesi di negligenza nel caso in cui la regola di condotta violata prescriva un’attività positiva; l’imprudenza consiste nella trasgressione di una regola di condotta da cui discende l’obbligo di non realizzare una determinata azione oppure di compierla con modalità diverse da quelle tenute; l’imperizia consiste in una forma di imprudenza o negligenza qualificata e si riferisce ad attività che esigono particolari conoscenze tecniche.

Il reato colposo, sotto il profilo penale, è punibile soltanto nei casi espressamente stabiliti dalla legge.

Peraltro, ai sensi dell’art. 40, co.2, c.p., non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. Tale “obbligo giuridico” è certamente da riconoscersi in capo all’assistente sociale, che, nell’esercizio della professione, assume una posizione di garanzia nei confronti dei beni giuridici specificamente coinvolti di volta in volta.

La colpa consiste in un determinato comportamento (anche negativo) dal quale derivi un danno a carico di altro soggetto per effetto di negligenza, imprevidenza, imperizia, o per violazione di norme di legge o regolamenti, ordini e discipline.

Si ha pertanto colpa “in omettendo” o colpa “in facendo”, a seconda che consiste nell’inazione di chi era obbligato a “facere” o nell’azione di chi era tenuto a “non facere”.

Particolare evidenza è altresì data alla colpa in vigilando, che è addebitabile a chi non ha svolto la dovuta sorveglianza delle persone di cui si deve rispondere e culpa in “eligendo”, nella mancanza di diligenza nell’assolvimento di un compito a cui si è chiamati, con la scelta di quelle a cui si affidano gli incarichi. .

La colpa contrattuale presuppone l’esistenza di un determinato rapporto obbligatorio fra due soggetti, e consiste nell’adempimento di una delle obbligazioni che nascono da quel rapporto, .

Si ha colpa extracontrattuale quando fra i soggetti non esiste uno specifico rapporto obbligatorio giuridico precostituito, ma soltanto quello di rispettare il principio generico “neminem non ledere”.

La differenza fra colpa contrattuale e colpa extracontrattuale è di fondamentale importanza, sia in ordine alla responsabilità, sia in ordine alla prova.

A proposito di colpa va anche evidenziato che in diritto civile la colpa grave è equiparata al dolo quando appaia particolarmente grave, cioè come manifestazione di eccessiva negligenza.

Il reato colposo, sotto il profilo penale, è punibile soltanto quando la legge abbia ciò espressamente stabilito.

Il fondamento dell’imputabilità della colpa è costituito dalla volontarietà del fatto da cui deriva l’evento di danno o di pericolo.

Si ha per imperizia nel difetto di cognizioni tecniche, o di normale capacità professionale; si è imprudenti o negligenti quando, pur non volendo cagionare l’evento, si agisce oppure si omette di agire malgrado che si preveda possibile la produzione di esso, oppure che non si è previsto il suo prevedibile verificarsi.

“Il delitto è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione o dell’omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”(art.43, co.3, c.p.).

Il dolo presuppone nell’agente, oltre alla previsione, anche la volizione dell’evento.

Il nesso di causalità, di cui all’art. 40 del c.p. specifica che nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione.

Il dolo presuppone nell’agente la piena coscienza e l’intenzionalità dell’atto, atto che è preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione e che per questo produce conseguenze, a carico dell’agente stesso, assai più gravi.

Si richiama in proposito l’art. 2043 del codice civile: “Risarcimento per fatto illecito”: Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

La norma giuridica civile ravvisa l’esistenza di un illecito solo se il fatto (azione o omissione) del soggetto non abbia violato una norma giuridica e non abbia leso un diritto soggettivo: questa lesione è, appunto, il danno.

Non è sufficiente che il danno esista: esso deve essere ingiusto. Conseguenza cioè di una azione o omissione contrarie al diritto oggettivo, e quindi lesione di un diritto soggettivo

Il nesso di causalità, di cui all’art. 40 del c.p. specifica che nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione.

Peraltro non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

Nel quadro della professione, come quella dell’assistente sociale, va altresì posta in evidenza la cosiddetta “regola cautelare”, che prevede protocolli da rispettare.

Si richiama in proposito quanto disposto dall’art. 15 del codice deontologico dell’Assistente sociale: L’assistente sociale che nell’esercizio della sua funzione incorra in una omissione o in un errore che possano danneggiare l’utente o il cliente o la sua famiglia, deve informare l’interessato ed esperire ogni tentativo per rimediare.

Risponde mediante il risarcimento del danno colui che al momento della commissione del fatto aveva capacità di intendere e di volere (art. 2046 c.c. e art. 85 ss c.p.) e non può invocare a sua discolpa cause di giustificazione come la legittima difesa (art. 2044 c.c.) o lo stato di necessità (art. 2044 c.c..

Il risarcimento del danno avviene in genere attraverso il pagamento al danneggiato di una somma di denaro equivalente al danno subito, sia come diminuzione del patrimonio (danno emergente), sia come mancato guadagno (lucro cessante), oppure quando si tratti di danno patrimoniale.

Inoltre va ricordata definita la posizione di garanzia, atta a impedire l’evento, nell’esercizio della sua professione.

In sede civile (art.9 della legge 184/83) è altresì obbligatorio segnalare alla Procura della repubblica, presso il Tribunale per i Minorenni, le eventuali situazioni di abbandono di minori, di cui viene a conoscenza.

La responsabilità penale

In merito alla responsabilità penale il richiamo immediato è all’art. 27 della Costituzione, secondo cui la responsabilità penale è personale.

Occorre anche precisare che il concetto di pena è legato comunque alla prospettiva della redenzione e al reinserimento sociale del reo.

Tenuto conto del ruolo e delle funzioni dell’assistente sociale, i riferimenti penali connessi all’esercizio della professione sono connessi sia alla sua specifica funzione di pubblico funzionario (e quindi nel suo rapporto con l’Amministrazione di appartenenza (foro interno) e con l’utente (foro esterno) sia alla sua specifica funzione di professionista autonomo nei confronti del cliente.

Per ciò che concerne il rapporto con l’Amministrazione di appartenenza, il riferimento fondamentale è dato dal Libri II, Titolo II del codice penale, dove sono indicati i delitti contro la pubblica amministrazione (4).

Si ritiene comunque che tali disposizioni rientrano chiaramente nel codice deontologico degli assistenti sociali, e pertanto si richiamano soltanto per memoria.

Nel rapporto con la realtà sociale e con l’utenza, la responsabilità dell’assistente sociale assume rilievi particolarmente delicati, ove si affronta la complessa problematica dell’assistente sociale in qualità di pubblico ufficiale.

A tale riguardo si richiamano gli articoli 357 e 358 c.p.

La attribuzione della qualifica di pubblico ufficiale dipende esclusivamente dall’esercizio di una attività avente la caratteristica della pubblica funzione (legislativa, giudiziaria o amministrativa), a prescindere dal vincolo di dipendenza da un ente pubblico.

Sono da considerare pertanto pubblici ufficiali coloro che determinano o concorrono a determinare la volontà dell’ente a cui appartengono o coloro che hanno il potere e le facoltà di manifestarne all’esterno la volontà.

Da tale assunto deriva una complessa problematica in ordine alla responsabilità che fa capo, fra gli altri, anche all’ Assistente Sociale che riveste funzione di rappresentanza dell’amministrazione.

Oltre a tale indicazione, va altresì sottolineato che nel concetto di esercente un servizio di pubblica necessità rientrano coloro che esercitano professioni che richiedono una speciale abilitazione dello Stato: l’abilitazione è infatti un provvedimento che attesta la sussistenza dei requisiti indispensabili previsti dalla legge e che permette di esercitare legittimamente una determinata attività: rientrano in tale categorie coloro che svolgono una attività professionale.

Da tale quadro di riferimento ne deriva la responsabilità penale che fa capo al pubblico ufficiale il quale omette o ritarda di denunciare all’Autorità giudiziaria o ad altra autorità che a quella abbia l’obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni (Art. 361 c.p.).

L’interesse tutelato dalla norma è l’azione penale della quale titolare l’autorità giudiziaria e che può essere esercitata soltanto a seguito della acquisizione della notizia del reato che deve essere comunicata all’organo competente nel più breve tempo possibile.

Per la sussistenza del reato è necessario che sia posto a carico del pubblico ufficiale l’obbligo giuridico di denunciare il fatto illecito, del quale è venuto a conoscenza nel corso dell’esercizio della

propria attività funzionale.

La professione privata dell’ Assistente Sociale: La responsabilità del prestatore d’opera

In quanto libero professionista, l’assistente sociale si ritiene che rientra nell’ambito della prestazione professionale e quindi avuto riguardo a:

dovere di diligenza: per cui a trovare applicazione è la diligenza del buon padre di famiglia; il parametro della diligenza professionale (art. 1176, comma 2) deve essere commisurato alla natura della attività esercitata ,sicché la diligenza che il professionista deve impiegare è quella media cioè la diligenza:

(4) (Art. 314, peculato; art. 315, malversazione a danno di privati; art. 316, peculato mediante profitto dell’errore altrui; art. 317, concussione; art. 318, corruzione per un atto d’ufficio; art. 319, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio; art. 322, istigazione alla corruzione; art. 323, abuso d’ufficio; art. 326, rivelazione di segreti di ufficio; art. 327, eccitamento al dispregio e vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell’Autorità; art. 328, omissione o rifiuto degli atti d’ufficio).

  1. posta nell’esercizio della propria attività di preparazione professionale e di attenzione media;
  2. dovere d’informazione, la cui violazione è fonte di responsabilità contrattuale e del conseguente obbligo del risarcimento del danno.

Il segreto professionale e l’assistente sociale

Come è noto, il Segreto Professionale per gli Assistenti Sociali è stato istituito con la legge 119/2001, e rafforza quanto peraltro già è posto a garanzia del rapporto con l’utente, sia esso persona, famiglia, gruppo, in quanto presupposto fondamentale che rientra sia nei programmi di

formazione professionale propri dell’Assistente Sociale che nel codice deontologico; nel riconoscere giuridicamente agli Assistenti Sociali il segreto professionale, sta a significare che la suddetta norma ha voluto quindi garantire alla categoria la tutela di poter eccepire il segreto e la riservatezza professionali innanzi al giudice sia penale che civile.

L’obbligo deontologico è diventato così anche vincolo normativo, comportando, di conseguenza, una maggior responsabilità ed attenzione, sia negli atteggiamenti professionali che nella stessa operatività.

Oggi il segreto professionale è quindi dovuto per due diversi obblighi: quello deontologico e quello

giuridico. La riservatezza e segreto professionale, come afferma il codice deontologico, Capo II all’ art. 32, “costituiscono un diritto primario della persona e un obbligo per il professionista, anche nell’ambito di pubblicazioni scientifiche o di materiali ad uso didattico, nelle ricerche e nella costituzione di banche dati, nei limiti previsti dalle normative vigenti. Nel lavoro con i gruppi, l’assistente sociale si adopera per impegnare i partecipanti al rispetto della riservatezza.”

All’art.33 è specificato che “l’Assistente Sociale informa la persona sui limiti e le eventuali deroghe al segreto professionale e all’obbligo di riservatezza, in particolare in riferimento alle seguenti fattispecie:

a) rischio di grave danno alla persona o a terzi, in particolare minorenni, incapaci o persone impedite a causa delle condizioni fisiche, psichiche o ambientali;

b) richiesta scritta e motivata dei legali rappresentanti del minorenne o dell’incapace, nell’esclusivo interesse degli stessi;

c) formale espressione di volontà dell’interessato o del suo legale rappresentante, informato delle conseguenze della rivelazione;

d) rischio grave per l’incolumità dell’assistente sociale;

e) esercizio del proprio diritto di difesa nei procedimenti giudiziari, disciplinari o sanzionatori comunque denominati.

Nel contesto di un rapporto fiduciario con l’utente, sia esso persona, famiglia, gruppo, viene altresì specificato all’art, 34 che l’Assistente Sociale in quanto “ professionista informa coloro con i quali collabora o instaura rapporti di supervisione, o che possono accedere a informazioni riservate, dell’obbligo di riservatezza e del segreto professionale. Richiede il consenso dell’interessato a trasmettere le informazioni che lo riguardano in tutti i casi previsti dalla legge. Nel rapporto con Enti, colleghi ed altri professionisti, l’Assistente Sociale fornisce unicamente dati e informazioni strettamente indispensabili alla definizione dell’intervento. L’Assistente Sociale, inoltre, acquisisce il consenso della persona alla presenza di tirocinanti e terzi durante l’intervento.

All’art. 35, anche nel contesto della normativa sulla “privacy”, è altresì specificato che l’Assistente Sociale “agevola la persona, o i suoi legali rappresentanti, nell’accesso alla documentazione che la riguarda, nel rispetto delle norme in materia. Il professionista assicura che siano protette le eventuali informazioni relative a terzi e quelle che potrebbero danneggiare gli interessati. Si adopera, inoltre, affinché l’eventuale accesso di altri soggetti ai documenti amministrativi o professionali rispetti i criteri e le limitazioni prescritte dalla normativa vigente.”

Sempre nel quadro della maggior riservatezza possibile, all’art. 36 è disposto che l’Assistente Sociale ha facoltà di astenersi dal rendere testimonianza e non può essere obbligato a deporre su quanto gli è stato confidato o ha conosciuto nell’esercizio della professione, salvo i casi previsti dalla legge.

Nel contesto della complessa e delicata questione del rapporto con la stampa, con gli altri mezzi di diffusione e di comunicazione di massa, e nell’utilizzo dei social network. all’art. 37 del codice deontologico è raccomandato che l’assistente sociale, “oltre a ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, è tenuto al rispetto della riservatezza e del segreto professionale, e, in ogni caso, assicura l’anonimato dei minorenni e delle persone con ridotte capacità.”

All’art. 38 è sottolineato che “gli obblighi in materia di riservatezza e segreto professionale permangono anche quando l’assistente sociale sia stato cancellato dall’Albo o sospeso dall’esercizio della professione. Tali obblighi si applicano ugualmente alle situazioni nelle quali il rapporto professionale si è concluso, anche a seguito del decesso della persona.” Il Segreto professionale è pertanto l’obbligo a non rivelare le informazioni apprese all’interno del rapporto fiduciario. Pur considerando la endiadi iscritta nel rapporto riservatezza-segreto professionale, occorre comunque operare le dovute distinzioni, e pertanto si trattano di seguito gli aspetti che più propriamente afferiscono al segreto professionale. Il mancato rispetto di detto obbligo, salvo particolari circostanze, può comportare l’applicazione delle sanzioni previste dall’art. 622 del c.p. e dalla facoltà di astenersi dal dovere di testimonianza in sede civile e penale (5).Per ciò che concerne l’applicazione del segreto professionale in ambito pubblico, come è stato opportunamente notato da Franca Dente, assume rilievo la difficoltà per il contrasto fra segreto del professionista e trasparenza dell’azione amministrativa, tra mandato professionale e mandato istituzionale, tra obbligo a non comunicare o divulgare informazioni in proprio possesso relative all’utente e circostanze in cui l’Assistente Sociale è tenuto o fornisce informazioni, acquisite nei rapporti di lavoro, a terzi (uffici interni o esterni –rapporti interistituzionali) nell’interesse del beneficio ultimo che ne può derivare alla persona in difficoltà senza incorrere in sanzioni disciplinari, penali e civili. L’unica condizione che può comportare la comunicazione dei dati è riferibile alla “ giusta ausa” indicata nell’art. 622 del c.p.. Il codice deontologico, per suo canto, all’art. 20, a garanzia e a tutela dell’assistente sociale nel suo rapporto con l’utente, precisa che il medesimo, investito dalla magistratura o in adempimento di norme in vigore di funzioni di controllo e di tutela, deve informare gli interessati delle implicazioni derivanti da questa specifica funzione nella relazione professionale in rapporto all’obbligo derivante da un mandato istituzionale di cui l’assistente sociale sia diretto destinatario. Va altresì sottolineato che tale facoltà non opera nei confronti di coloro che rivestono , in tutto o in parte delle loro mansioni, la qualifica di Pubblici Ufficiali o incaricati di Pubblico Servizio in presenza di reati procedibili d’ufficio, dall’insequestrabilità ( non possibilità di utilizzo come prova in giudizio) in tali casi della documentazione del professionista ( intervento dell’Avv. Varola nel Seminario a Manfredonia sul Segreto Professionale il 21 sett. 2001). Per inciso va ricordato quanto dispone il suddetto articolo: Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato od ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela , senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino ad un anno e con la multa da lire sessantamila a un milione. Il delitto è punito a querela della persona offesa Per gli Assistenti Sociali dipendenti pubblici incaricati di pubblico servizio e/o di pubblico ufficiale i punti nodali tra tutela – diritti e doveri si complicano ulteriormente. Il Pubblico ufficiale è persona incaricata di pubblica funzione legislativa, giurisdizionale, amministrativa ovvero soggetto che forma o concorre a formare la volontà dell’Ente o lo rappresenta verso l’esterno o ha un potere di supremazia o di certificazione (art.357 c.p.):L’incaricato di pubblico servizio è colui il quale, pur esercitando una funzione dello Stato ,che non comporti comunque lo svolgimento di una mansione meramente esecutiva , è tuttavia sprovvisto di poteri di supremazia .(art.358 c.p.) “ Agli effetti della legge, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio” Gli incaricati di pubblico servizio e i pubblici ufficiali hanno l’obbligo di denuncia di un reato di cui siano venuti a conoscenza nell’esercizio della propria professione ai sensi dell’art.331 del c.p. Va inoltre ricordato che i dipendenti pubblici incaricati di pubblico servizio e/o Pubblico Ufficiale sono tenuti, in aggiunta agli altri obblighi, al segreto di ufficio la cui violazione, così come disciplinata dall’art.326 del c.p., è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni. Il segreto d’ufficio si estende agli altri dipendenti pubblici, altri professionisti e colleghi. Infine la documentazione dell’Assistente Sociale dipendente pubblico rientra negli atti della Pubblica Amministrazione e quindi soggetti a diritto di accesso. Infatti anche tutti quei documenti che contengono notizie tutelate dalla legge sulla privacy sono comunque oggetto di diritto di accesso solo nell’eventualità di essere funzionali a difendere un diritto in sede giudiziaria e viene riconosciuto al soggetto che sia titolare di un interesse giuridicamente rilevante. La complessa problematica deve peraltro essere inquadrata nel complesso dell’organizzazione e della strutturazione del servizio sociale all’interno dell’ente. Va preliminarmente precisato che, proprio in rapporto alla professione ed alla deontologia professionale dell’assistente sociale, l’utilizzo di informazioni riservate riguardanti l’utente va fatto nel suo esclusivo interesse. Pertanto il superiore gerarchico non ha diritto di conoscere informazioni riservate sugli utenti che sono a carico dell’assistente sociale. Il problema è quello di distinguere fra: informazioni riservate (che devono essere tutelate dal segreto professionale) e informazioni riservate, che possono essere trasmette all’istanza superiore; fra elementi del proprio lavoro attinenti all’autonomia professionale ed elementi che debbono essere comunicati correttamente in virtù del principio di leale collaborazione e di trasparenza amministrativa. Le deroghe all’obbligo del segreto professionale sono indicate nel codice deontologico: rischio di grave danno allo stesso utente o cliente o a terzi, in particolare minori, incapaci o persone impedite a causa delle condizioni fisiche, psichiche o ambientali; richiesta scritta e motivata dei legali rappresentanti del minore o dell’incapace nell’esclusivo interesse degli stessi ;autorizzazione dell’interessato o degli interessati o dei legali rappresentanti resi edotti delle conseguenze della rivelazione; rischio grave per l’incolumità dell’ assistente sociale ( integrazione intervenuta nella recente revisione del Codice deontologico).Tale dovere nella sua applicazione operativa comporta spesso un conflitto di doveri , di diritti e interessi contrapposti tra: tutela , garanzia del rapporto fiduciario e benessere dell’utente /cliente; obbligo di segreto e obbligo di denuncia; mandato professionale e mandato istituzionale; diritto alla privacy e diritto alla comunicazione e alla trasparenza.

A tale riguardo si rileva che uno degli aspetti che qualificano il lavoro dell’assistente sociale è quello di promuovere un rapporto di fiducia con le istituzioni e quindi promuovere e facilitare, se necessario, processi di inclusione sociale e di rapporto con il complesso della rete istituzionale esistente; accanto a tale funzione, va aggiunta quella di promuovere la capacità di assunzione di responsabilità.

In tale contesto, lo stesso Assistente sociale svolge la funzione di “liason”, di legame con la rete di offerta dei servizi sociali, che presuppone da una parte un approccio di tutela, di protezione e di rappresentanza della persona, e dall’altra la capacità di valutare con attenzione quanto deve essere oggetto di segreto professionale,

mantenendo fermo il rapporto fiduciario, e quanto va considerato in rapporto al principio della trasparenza e del diritto di accesso

La  riservatezza e la tutela dell’utente

La riservatezza è l’altro aspetto che concerne il rapporto con l’utente e con il cliente, e ha i suoi riferimenti normativi sia nella legge 241/90 sulla trasparenza del procedimento amministrativo che riconosce ai cittadini il diritto di accesso ai documenti amministrativi che li riguardano, sia alla legge 675/96 sulla tutela della privacy al d.lgs. 196/03.La legge 241/90 è stata opportunamente considerata nel codice deontologico, con particolare riferimento all’art. 13, dove è prescritto che l’assistente sociale, nel rispetto della normativa vigente e nell’ambito della propria attività professionale, deve consentire agli utenti ed ai clienti o ai loro legali rappresentanti, l’accesso alla documentazione che li riguarda, avendo cura di proteggere le informazioni di terzi contenute nella stessa e quelle che potrebbero essere di danno agli stessi utenti o clienti. Il diritto di accesso, peraltro, richiama l’opportunità di una adeguata tenuta della documentazione professionale, distinguendo comunque fra la documentazione che può essere esibita e quella coperta da segreto professionale. La legge 675/96 prescrive, come è noto, la necessità dell’adozione di particolari cautele nel trattamento di dati personali dei cittadini, in particolare dei dati sensibili relativi alle loro origini razziali ed etniche, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione ai partiti sindacati, associazioni o organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché lo stato di salute e la vita sessuale, disponendo in materia specifiche fattispecie di responsabilità civile (art.18, penale (art. 34-38) e amministrativa (art. 39).

In rapporto a quanto disposto dalla legge suddetta, e dal D. lgs. 196/03 “Codice in materia di protezione dei dati personali”, è prevista l’adozione da parte degli Enti interessati di specifiche modalità organizzative e l’introduzione di specifici provvedimenti formali (quali l’acquisizione del consenso dell’interessato, il regime delle notificazioni e/o comunicazioni al garante, la nomina dei responsabili e incaricati del trattamento dei dati).

Si sottolinea che il citato D.lgs. 196/03 specifica la responsabilità per danni provocati dal trattamento dei dati personali “chiunque cagiona danno ad altri per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 del codice civile.

Gli operatori, pertanto, anche in relazione a quanto indicato nel codice deontologico, sono tenuti ad una costante osservanza della suddetta normativa, in modo da tutelare il diritto della riservatezza degli utenti e dei clienti, di difendere da intromissioni esterne il diritto alla riservatezza.

Tale indicazione è particolarmente importante nel rapporto con l’amministratore comunale.

L’amministratore comunale può entrare in possesso di alcuni dati trattati dall’assistente sociale nell’esercizio della sua funzione esclusivamente per funzioni istituzionale: direzione politica e controllo dell’azione amministrativa.

Per ottenere i dati deve fare richiesta scritta evidenziando che questi sono necessari per la sua pubblica funzione.

L’assistente sociale è tenuto in questi casi a fornire i dati richiesti dall’assessore, o dal sindaco, tutelando la riservatezza dei dati definiti sensibili, secondo il codice della privacy.

Tale assunto è peraltro ricavabile anche da quanto indicato nel codice deontologico e da quanto deve essere disposto nel regolamento di organizzazione del servizio sociale.

Si rileva a tale proposito che in rapporto alle competenze che fanno capo al Garante in base all’art.31 con il provvedimento 30 dicembre 1999-13 gennaio 2000 (Provvedimento n. 1/P/2000) – pubblicato nella G.U. n. 26 del 2/2/2000 – il Garante per la protezione dei dati personali ha individuato nuove attività che perseguono rilevanti finalità di interesse pubblico per le quali è autorizzato il trattamento dei dati sensibili da parte dei soggetti pubblici allargando l’elenco delle finalità indicate nel Capo II del D.Lgs. n.135/99 anche Nel contesto della osservanza del principio della riservatezza assume particolare rilevo la cartella sociale, che costituisce l’elemento fondamentale per la protezione dei dati personali dell’utente. Si ricorda peraltro che la cartella sociale costituisce patrimonio culturale e professionale proprio dell’assistente sociale, sia ai fini della modalità di trattazione del caso individuale, sia ai fini della condivisione e della trasmissione delle informazioni fra gli operatori coinvolti nella trattazione del caso stesso .A tale riguardo, anche in relazione a quelle che sono state esperienze regionali, è necessario, ai fini della privacy, la precisazione della titolarità dei trattamenti e la individuazione dei ruoli e delle competenze degli attori coinvolti, anche in relazione a quanto disposto dalla legge 241/90.Si reputa pertanto necessario costruire un adeguato tessuto di riferimento che tutela sia l’utente che l’assistente sociale. Sul piano istituzionale, il titolare dei trattamenti, l’Ente istituzionale erogatore del servizio sociale, secondo il principio della sussidiarietà verticale – primo interlocutore primario fra cittadino e servizio sociale (legge 328/00), in coerenza con il suo ruolo di responsabile e di garante del servizio sociale sul territorio è, per gli utenti, e per i destinatari dei servizi sociali il titolare del trattamento dei dati e quindi deve disporre di una organizzazione adeguata. Devono quindi essere designati i responsabili del trattamento. Il servizio sociale, pertanto, deve essere in grado di offrire all’utente tre livelli di controllo a garanzia del suo diritto alla privacy: consenso: all’utente viene richiesto il consenso perché possa essere effettuato il trattamento, anche nel caso di trasferimento del caso ad altro collega regole di accesso: una volta espresso il consenso, l’utente deve concedere l’accesso ai suoi dati ai soli operatori autorizzati. osservanza del segreto professionale: debbono essere tenuti a parte i riferimenti conoscitivi relativi al segreto professionale.

L’ASSISTENTE SOCIALE INSERITO IN UN SISTEMA DI RETE E DI SOSTEGNO ANCHE AI FINI DELLA TUTELA LEGALE E PROFESSIONALE

Lo spirito della legge 328/00, e tutte le leggi regionali di recepimento della stessa legge, tendono a promuovere il sistema di rete dei servizi sociali. Lo stesso “sistema integrato”, peraltro presuppone la costruzione di una offerta articolata di servizi, interventi e prestazioni che, sulla base del principio della sussidiarietà verticale e della sussidiarietà orizzontale sono in grado di corrispondere ai bisogni complessivi degli utenti. Nel contesto della complessa problematica connessa all’ effettivo esercizio della responsabilità, l’assistente sociale per suo conto deve essere parte ed essere inserito a sua volta in un sistema di tutela. Tenuto conto della legislazione vigente, e in relazione ai temi trattati, il primo livello di sostegno e di tutela va individuato nell’Ente gestore dei servizi sociali, per il pubblico, e nell’organismo privato (profit o no profit) che a sua volta, o tramite affidamento dei servizi o in conto proprio gestisce servizi ed interventi sociali. Per ciò che concerne la responsabilità amministrativa, oltre alla normativa statale di riferimento, va individuata la normativa locale, che si esprime in particolare sia attraverso gli Statuti comunali e attraverso i regolamenti di organizzazione dei servizi (fra i quali quelli relativi al servizio sociale, sia all’Atto aziendale delle Aziende sanitarie locali. Infatti la sussidiarietà verticale passa anche attraverso la effettiva capacità di autorganizzazione e di amministrazione dei servizi sociali che fanno capo agli Enti locali, e deve chiaramente basarsi sul principio della competenza professionale e sulla responsabilità degli operatori, a tutti i livelli in cui si esprime (dirigenziale, istruttorio-operativo, esecutivo).La responsabilità civile e penale, connessa anche alla normativa specifica sulla professione di assistente sociale, deve essere sostenuta da un complesso di interventi e di sistemi organizzativi riferiti alla normativa vigente, con particolare riferimento a quanto disposto in ordine alla assunzione della presa in carico, riservatezza e al segreto professionale. Si ritiene a tale proposito, come giustamente osservato da Franca Dente, che a livello locale siano garantiti i seguenti provvedimenti: cura dell’Ente locale a disporre e definire concretamente le modalità operative che garantiscono l’obbligo di legge di protezione dei dati; disporre l’organizzazione del servizio sociale in modo da garantire la riservatezza dei colloqui e del rapporto con l’utente; disporre strumenti di raccolta dei dati tali da garantire la redazione della cartella sociale e l’utilizzo di strumenti informatici opportunamente protetti; acquisire l’esplicito consenso informato; definire appropriati protocolli operativi con le altre istituzioni interessate (Ministero della Giustizia, ASL, Ministero dell’Istruzione), per la trasmissione o il trasferimento dei casi.

Fonti normative

Costituzione della Repubblica Italiana – art. 27,28,97

Codice civile – Libro II

Codice penale – Libro II

Legge 23 marzo 1993, n. 84- Ordinamento della professione di assistente sociale e istituzione dell’albo professionale

Codice deontologico dell’assistente sociale 2020

DM 11.10.94, n. 615 – Norme relative all’istituzione delle sedi regionali o interregionali e alla iscrizione e cancellazione dall’albo professionale

Legge 3 aprile 2001, n. 119 – Disposizioni concernenti l’obbligo del segreto professionale per gli assistenti sociali

DPR n. 10 gennaio 1957, n. 3 : Testo unico degli impiegati civili dello Stato

Legge 241/90: Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi.

D.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29: Razionalizzazione dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche e revisione della disciplina in materia di pubblico impiego (integrato e modificato da: L. 15/3/97 n. 59; L. 15/5/97 n. 127; D.Lgs. 4/11/97 n. 396; D.Lgs. 6/3/98 n. 59; D.Lgs. 31/3/98 n. 80 D.Lgs. 29/10/1998, n. 38)

D.lgs. 267/00: Testo unito degli Enti locali

Legge 328 /00: Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali

D. lgs. 30 marzo 2001, n. 165 – Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche (integrato dalla legge 15 luglio 2002, n. 145)

DPR 5 giugno 2001, n.328: Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonché disciplina dei relativi ordinamenti

Legge 31 dicembre 1996, n. 675: Tutela delle persone e degli altri soggetti al trattamento dei dati personali

D.lgs. 29 luglio 2003, n. 196 – Codice in materia di protezione dei dati personali

Bibliografia

Hessen S. – Diritto e morale – Armando Armando, Roma 1958

Antolisei F. – Manuale di diritto penale, Giuffré editore, 1989

Tramontano L.: Lineamenti di diritto penale, Halley editrice, Matelica, 2006 –

Cendon P.: Commentario al Codice civile, UTET, Torino, 1992

Cendon P.: Danni risarcibili nella responsabilità civile, UTET, Torino, 2005

Tramontano L.: Lineamenti di diritto civile, Halley editrice, Matelica, 2006

Amadei T. – Tamburini A. (a cura di), La leva di Archimede – Il codice deontologico dell’assistente sociale fra responsabilità ed appartenenza sociale, Franco Angeli, – Milano – 2002

Neve E: Il servizio sociale. Fondamenti e cultura di una professione, Carocci, Roma, 2000

Breda R., Coppola C., Sabattini A: Il servizio sociale nel sistema penitenziario, Giappichelli, Torino, 1999

Mari A., Mastropasqua, Romano R – L’assistente sociale dirigente, Carocci Faber, Roma, 2006

Sannicola L. – L’intervento di rete –Liguori, Napoli, 1997

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Sannicola L. Itinerari nel servizio sociale, Liguori, Napoli, 1996

Dal Pra Ponticelli: Lineamenti di servizio sociale, Astrolabio, Roma, 1987

Apporti e contributi rilevabili sul sito internet di:

Elisabetta Lo Giudice; Giancarlo Varola: Servizio sociale e segreto professionale: una conquista senza perdere di vista la relazione

Rita Camera: La professione di assistente sociale tra tutela e autonomia

Franca Dente:Segreto professionale

Annie Bruno – Pia Roggero Segreto professionale : riconoscimento giuridico, riflessi sulla professione e questioni aperte – ASSNAS, Torino

2 commenti

  1. Il giorno gio 4 feb 2021 alle ore 00:10 Elena Bruno ha scritto:

    > e.br > > Il giorno sab 9 gen 2021 alle ore 10:54 MAPPE nelle POLITICHE SOCIALI e

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