Il nostro Pci. 1921-1991. Un racconto per immagini di Fabrizio Rondolino (Rizzoli), 2021

Susanna Turco su L’Espresso: «Sorpresa di fine 2020: quello che rimane da raccontare del comunismo italiano è uno stato d’animo. Il “nostro Pci”, più che il Pci. Sorpresa numero due: a sostenerlo, dal fondo del suo cinico disincanto, è Fabrizio Rondolino, giunto ormai da oltre tre anni a una certa distanza dalla politica, che cominciò a frequentare nel 1976 per poi smettere quarant’anni dopo (è stato Matteo Renzi l’ultimo, letale, entusiasmo). […] Era davvero una grande comunità, un mondo: alla fine degli anni Settanta, racconta, aveva quasi due milioni di iscritti, 130 mila dirigenti, oltre 12 mila sezioni. Praticamente un esercito. “Un equivalente oggi non c’è: ciò che più gli si avvicina è lo scoutismo, al netto della fede. Era un mondo molto valoriale, una vera e propria comunità, caratterizzata da solidarietà interna, meccanismi di cooptazione, intensa attività anche pratica: certo, noi non andavano a fare i campeggi sui monti”. […] Quella collezione di aneddoti, immagini, cimeli che sta nel Nostro Pci appartiene a un mondo estinto? “Quella comunità non solo non c’è più, ma nemmeno può tornare: e non perché quelli di adesso siano meno bravi. Piuttosto, perché tutto si reggeva su un equivoco drammatico, che era il comunismo. C’era questo vasto orizzonte che era la rivoluzione mondiale, alla quale nessuno credeva”. Proprio nessuno? “Nella nostra sezione, a Torino, c’era il compagno Borio, il cassiere: filosovietico sempre, anche quando invasero l’Afghanistan riuscì a dire che dovevamo stare con loro. Ma era l’unico: per tutti noi l’Unione Sovietica era… Mah. Negli anni Settanta era una superpotenza: c’erano dei legami economici, politici, ma nella soggettività dei militanti non c’era un legame vero. Difficile spiegarlo. Eravamo legati agli stessi simboli, questo sì, ma poi noi eravamo comunisti italiani. Veltroni, quando disse di non essere mai stato comunista, diceva questo secondo me: l’essere italiani ci consentiva di vivere questa contraddizione. Pensavamo, soggettivamente, di essere un’altra cosa, ma il legame oggettivo era evidente. Questo ha creato una crepa tragica: la contraddizione non è mai stata sciolta. E nessuno di noi si è più ripreso, dopo la fine del Pci: siamo tutti un po’ stonati”».

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