Moralità, di Natalia Aspesi, in La Repubblica, 23 apr 2021

Moralità

di Natalia Aspesi

la Repubblica

C’era negli anni ’70 anche questa gran novità dei processi per stupro, quando le donne del femminismo combattivo erano riuscite a convincere qualche coraggiosa a denunciare la violenza sessuale subita ed il suo autore: il loro era un atto molto disdicevole, erano cose di cui non si parlava, e anche i democratici di allora che democratici lo erano davvero, erano un po’ storditi, e io me li ricordo i grandi avvocati difensori del maschio, dentro la loro toga nera svolazzante, che con grida e sguardo luciferino si abbattevano sulla colpevole, cioè una che per pura malvagità osava dichiararsi vittima allo scopo di rovinare la vita di un bravo ragazzo.

Sul banco degli accusati o addirittura in gabbia il bravo ragazzo piangeva, stupito e innocente, altre urla si abbattevano su noi cronisti, ed erano quelle della mamma del buon giovane ingiustamente accusato che si scagliava contro quella peccatrice. E l’avvocato della vittima cioè dello stupratore alla fine aveva il suo colpo di scena: la signorina aveva già avuto un fidanzato, quindi… Erano tempi in cui lo stupro, e pare impossibile fino al 1996, era un delitto contro la moralità e il buon costume: cioè non contava la stuprata, erano cavoli suoi, ma l’offesa al generico vivere per bene e al Papa. Le donne di quegli anni, donne allegramente ribelli, ne han fatte di ogni colore per ottenere di non doversi comportare come la canonizzata dodicenne Maria Goretti che nel 1902 si era lasciata pugnalare a morte per non perdere la preziosa verginità che era l’unico valore suo e delle altre femmine e guai a non tenersela stretta. E infatti mentre nel 1975, in una villa del Circeo due ragazze venivano stuprate e torturate da un gruppo di ragazzi cosiddetti bene (una morì, l’altra sopravvisse fingendosi morta), tre giovani donne venivano canonizzate in quanto ammazzate dal loro violentatore.

Racconto queste storie, e io ne ho seguite parecchie, dopo aver visto l’infamante video in cui con la scusa di essere un buon babbo Beppe Grillo perde la testa e sbraita falsità proprio come le mamme che ricordo in tribunale decenni fa e che in più si strappavano i capelli. Bastava che prima di perdersi, il personaggio politico ormai tetramente comico leggesse Wikipedia per sapere che contro le sue affermazioni c’è l’art. 609 bis del nostro codice penale: in caso di stupro l’arresto è obbligatorio solo in flagranza di reato, la denuncia può essere fatta entro un anno (prima era sei mesi), la pena è dai 6 ai 12 anni a seconda della gravità; l’uso di sostanze stupefacenti o alcolici o la violenza di gruppo sono aggravanti.

Capisco che un padre sia angosciato (un tempo i genitori cacciavano di casa la figlia ragazza madre) davanti a questo dramma, ma che lo sia di più il padre della ragazza così ferita. Mi vengono in mente un paio di film, come Restituire al mittente del 2015, stupro singolo, in cui la sempre cattiva Rosamund Pike si vendica con massima crudeltà, e il candidato all’Oscar Una donna promettente, stupro di gruppo, in cui la vendicatrice tremendissima è Carey Mullighan.

Oltre a scuotere i riccioloni in video, Grillo ha il dovere di ripensare a sé come padre e a chi è questo suo quarto figlio, ventenne, bello, campione di kick boxing, a cui probabilmente ha concesso tutto, che si fa fotografare accanto alla piscina di famiglia in Sardegna, in mutande e occhiali neri: e che ha subito cancellato il profilo Instagram con certe frasi sceme che si dicono i ragazzetti viziati, ma insomma diciamo non amabili, tipo “ti stupro bella bambina”, o “Attento, la tua bitch mi brama, johnny sinn”. Forse Grillo, che accusa i giudici sul nulla non si ricorda di aver detto «Credetemi, dovete sempre avere fiducia nella giustizia e nell’operato della magistratura» quando nel dicembre del 1981 era stato assolto in primo grado per il mortale incidente sul ghiaccio che non aveva saputo evitare guidando la lussuosa Chevrolet appena arrivata dagli Usa e che aveva causato la morte di una coppia di suoi amici e del loro bambino di 9 anni. Personalmente aveva regalato alla figlia superstite 250 milioni di lire, pari a 130 mila euro La Corte di Cassazione invece nell’aprile del 1988 confermò la condanna della corte d’Appello a un anno e 2 mesi di reclusione, sentenza poi condonata. Per questo, ripensando a quell’evento tragico, forse Grillo dovrebbe evitare di gridare eroicamente «Arrestate me!». Il padre fa bene a sperare che in qualche modo il figlio sbarazzino dalla bellissima vita sia dichiarato innocente e quindi assolto, perché tutti noi ci teniamo ai nostri parenti e della legge ce ne importa solo quando riguarda gli altri (e non sempre, vedi il povero Alessandro Gassman insultato per aver solo immaginato di denunciare i vicini che se ne fregavano delle regole anticovid). Però indossando per un solo momento l’abito nero e scollato del MeToo, mi chiedo se una signorina anche molto vivace ma intontita dalla vodka, possa essere contenta e consenziente a farsi stuprare da quatto maschi più e più volte e per lungo tempo.

La difesa che fa Grillo appartiene a un tempo superato ormai da tempo, con gli ex patriarchi che sempre di più sono a fianco delle donne anche in queste orrende situazioni, e basta vedere come la stanno pagando i colpevoli non solo di violenza ma anche di molestie sceme, a partire da Polanski che fu accusato di “violenza sessuale con aiuto di sostanze stupefacenti” 44 anni fa, ed evitando allora la prigione, la sta ancora pagando e la pagherà per sempre. Non tutti pagano, non l’hanno mai pagata i cinque criminali dell’area di destra che il 9 marzo 1973 rapirono Franca Rame e su un furgoncino la torturarono e stuprarono per ore. Il processo si è concluso nel febbraio 1998 comportando la prescrizione. Nel 1988 il criminale neo fascista Angelo Izzo, uno dei tre stupratori del Circeo, dichiarò che le violenze alla Rame erano state chieste da alcuni alti ufficiali della divisione Pastrengo dei Carabinieri.

Natalia Aspesi

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