Il 10 luglio 1976 si verificò il disastro di Seveso, uno dei più gravi incidenti industriali e ambientali della storia italiana, causato dalla fuoriuscita di una nube tossica contenente diossina TCDD dallo stabilimento chimico ICMESA situato a Meda.
Dinamica dell’incidente
Intorno alle ore 12:28 di sabato 10 luglio 1976, nel reattore B della fabbrica chimica ICMESA (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria), di proprietà della holding svizzera Givaudan (gruppo Hoffmann-La Roche), si verificò una violenta reazione chimica incontrollata.
- Il giorno precedente, l’impianto dedicato alla produzione di triclorofenolo (un intermedio per disinfettanti ed erbicidi) era stato spento senza azionare il sistema di raffreddamento.
- Questo provocò un picco anomalo della temperatura e un drastico aumento della pressione interna.
- La valvola di sicurezza del reattore si ruppe, liberando nell’aria una densa nube tossica carica di diossina TCDD.
Aree colpite e conseguenze ambientali
Il vento spinse la nube tossica verso sud, investendo la bassa Brianza e in particolare il comune confinante di Seveso, oltre a Cesano Maderno, Desio e Barlassina. Il territorio fu successivamente suddiviso in tre aree a seconda del livello di contaminazione del suolo:
- Zona A: L’area a massima contaminazione, completamente evacuata a partire dal 26 luglio (oltre due settimane dopo l’incidente). Più di 700 persone dovettero abbandonare definitivamente le proprie case, che vennero in seguito demolite.
- Zona B: Area a media contaminazione, soggetta a forti divieti di coltivazione, allevamento e rigorose prescrizioni sanitarie.
- Zona R: Zona di rispetto a bassa contaminazione, costantemente monitorata. [1, 2, 3]
Il disastro provocò la morte immediata di migliaia di animali domestici e d’allevamento (circa 880.000 animali furono abbattuti per evitare la contaminazione della catena alimentare) e il totale disseccamento della vegetazione locale. [1, 4]
Impatto sulla popolazione e risvolti sanitari
- Cloroacne: Oltre 240 persone, soprattutto bambini, furono colpite da gravi lesioni ed eruzioni cutanee deturpanti note come cloroacne.
- Aborti terapeutici: Poiché gli effetti mutageni e teratogeni della diossina sui feti non erano ancora del tutto noti, il governo italiano concesse in via eccezionale alle donne incinte della zona la possibilità di ricorrere all’aborto terapeutico, scatenando un accesissimo dibattito politico e sociale nell’Italia dell’epoca.
- Patologie a lungo termine: Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi hanno evidenziato un incremento statisticamente significativo di tumori gastrointestinali, linfomi e leucemie tra la popolazione esposta alla diossina.
La bonifica e l’eredità normativa
La bonifica della Zona A richiese la scarificazione (rimozione dello strato superficiale) del terreno inquinato. La terra contaminata e le macerie delle case demolite furono stoccate all’interno di due grandi vasche di contenimento stagne. Oggi, sopra quell’area bonificata, sorge il Bosco delle Querce, un parco naturale nato come simbolo di rinascita ecologica. [1, 2, 5]
L’incidente spinse la Comunità Europea ad adottare nel 1982 una legislazione molto più severa sulla prevenzione dei rischi industriali nei siti ad alto rischio chimico, nota come Direttiva Seveso.
[2] https://www.fondazionecorriere.corriere.it
[3] https://www.fondazioneveronesi.it
[5] https://www.arpa.piemonte.it
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