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con la crisi economica le italiane tornano a voler fare i lavori tipici dei migranti. Dalla complementarietà si passa alla competizione: sulle basse qualifiche si combatterà la sfida futura tra migranti e italiani

Si dice: “I migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Ma qui siamo in controtendenza. Secondo la Fillea-Cgil, nei corsi per muratori, organizzati da privati e sindacati di settore, dopo tanti anni sono tornati a vedersi gli italiani. Anche nel fortino del lavoro domestico, il monopolio delle lavoratrici immigrate è sotto assedio.

Certo, la badante-tipo parla ancora straniero. Stando al Censis, infatti, la maggior parte è immigrata (71,6%) e proviene dall’Europa dell’Est: Romania (19,4%), Ucraina (10,4%), Polonia (7,7%) e Moldavia (6,2%). Numerose anche le filippine: il 9% del totale. Colf e badanti sono per l’82,6% donne, il 51,4% ha meno di 40 anni. Quante sono? 1 milione 538mila e lavorano in 2 milioni 412mila famiglie italiane: per il Censis, una famiglia su dieci è badante-dipendente. Senza il loro lavoro, il bilancio dello Stato italiano sarebbe gravato da un onere ulteriore di circa un miliardo di euro l’anno (studio della rivista americana “Christian Science Monitor”). Quanto guadagnano? La maggioranza meno di mille euro netti al mese: il 22,9% meno di 600 euro, il 20,2% da 600 a 800, il 24,5% tra 800 e 1.000. Ma una fetta consistente (il 32,4%) riesce a portarsi a casa oltre mille euro (il 14,6% guadagna più di 1.200 euro). E ancora: il 62% lavora in nero o con un’evasione contributiva parziale.

Questo l’identikit della lavoratrice domestica. La crisi però è pronta a rimescolare le carte. “Oggi si assiste alla carica delle italiane – spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli Colf – negli ultimi due anni tra le iscritte ai nostri corsi di formazione, infatti, le italiane sono più che raddoppiate”. Una tendenza diffusa su tutto il territorio nazionale (le Acli organizzano ogni anno oltre 40 corsi per assistenti familiari), che registra casi limite, come “a Cisterna di Latina dove alla fine del 2010 il 100% delle diplomate era italiana”.

Non mancano ulteriori conferme: “Sempre più spesso le savonesi – fa sapere Giorgio Gandolfo, operatore della fondazione Migrantes di Savona – si rivolgono ai nostri sportelli in cerca di un lavoro come badante. Ecco perché nel registro (www. assistentifamiliarisv7. com), dove ci si può iscrivere per cercare e anche per offrire lavoro, affianco ai nomi di Jose, Lian, Magaly, ci sono ora quelli di Barbara, Pina, Elisabetta, Cira e Luciana: ad oggi su 350 badanti 45 sono italiane e il numero continua ad aumentare. Il loro profilo – continua Gandolfo – non corrisponde a quello delle straniere, si tratta di donne tra i 50 e 60 anni, spesso casalinghe, a qualcuna è deceduto il marito e si è vista costretta a lavorare per continuare a pagare il mutuo; altre sono disoccupate, che con la recessione provano a fare le badanti, in attesa di meglio”.

Stesso profilo è quello tracciato da Raffaella Maioni: “Le badanti italiane sono generalmente di mezz’età, più anziane delle loro colleghe straniere”. Cosa facevano prima? “Tre le tipologie: casalinghe, che si ritrovano in casa un marito disoccupato o in cassa integrazione e hanno bisogno di una nuova entrata per mandare avanti la famiglia; pensionate con pensione minima; disoccupate, che non trovano altro impiego”.

Tra le file delle casalinghe è stata a lungo Carolina: 56enne, romana, dal 2010 impiegata come badante. “Con i figli ormai grandi e un marito disoccupato da due anni, mi sono rivolta alla parrocchia alla ricerca di un lavoretto – racconta – so cucire, cucinare, fare le iniezioni. Da giovane avevo lavorato in un bar e non mi sarebbe dispiaciuto tornare dietro un bancone”. Trovare un lavoro però non si rivela impresa semplice. “Alla fine – ricorda Carolina – il parroco mi ha indicato il nominativo di una famiglia del quartiere. Avevano bisogno di un aiuto per il nonno, quasi novantenne. Ho accettato”. Carolina non nasconde “una certa vergogna” per dover fare un lavoro “considerato umile, soprattutto alla mia età”.

Ed è proprio il sentimento di vergogna ad accomunare le donne che si rivolgono da qualche mese agli sportelli della fondazione Migrantes di Torino. “Lo ritengono un’umiliazione, un fallimento, ma sono disperate – racconta don Fredo Olivero, responsabile Migrantes del Piemonte – e si rivolgono a noi, come ultima sponda”. E così si assiste al paradosso di una fondazione nata per assistere i migranti, che in tempi di crisi si trova a cercar lavoro alle italiane. “Dall’inizio del 2010 – conferma Olivero – sono cominciate ad arrivare le prime italiane disposte a lavorare come badanti e il loro numero è via via cresciuto. Hanno più di 50 anni, per lo più disoccupate, sono uscite dal mercato del lavoro e non riescono più a rientrarci. Purtroppo, contestualmente al loro arrivo – aggiunge Olivero – è diminuita anche l’offerta lavorativa da parte delle famiglie e così un numero crescente di badanti deve spartirsi un numero sempre più ristretto di posti di lavoro”.

Non è tutto. Oltre all’età media, a distinguere le italiane dalle straniere è anche il livello d’istruzione. Quello delle badanti d’origine immigrata è infatti più alto delle loro colleghe italiane: il 37,6% possiede un diploma di scuola superiore e il 6,8% una laurea, contro rispettivamente il 23,2% e il 2,5% delle assistenti familiari italiane. “L’aumento dei corsi di formazione e della presenza delle italiane – sostiene la Maioni – va letto anche nel senso di un’accresciuta professionalizzazione di questo importante mestiere, che supplisce alle carenze del welfare italiano. Purtroppo le italiane sono vittime di uno strano pregiudizio”. Accade, infatti, che mentre nell’immaginario collettivo, “le colf sono tipicamente filippine o italiane, le assistenti familiari sono solo le donne dell’Est Europa. L’offerta di manodopera a basso costo ha permesso a molte famiglie italiane di trasformarsi in datori di lavoro, avvalendosi di un aiuto, che prima non avrebbero mai immaginato di potersi permettere. Le collaboratrici straniere guadagnano, infatti, in media il 20% in meno delle colleghe italiane. Ora l’arrivo sul mercato delle assistenti familiari italiane spiazza le famiglie, abituate da anni a rivolgersi solo alle straniere”.

Insomma, con la crisi economica le italiane tornano a voler fare i lavori tipici dei migranti. Dalla complementarietà si passa alla competizione: sulle basse qualifiche si combatterà la sfida futura tra migranti e italiani. Con due ostacoli: primo, la crisi ha ridotto il numero delle famiglie che si possono permettere un aiuto stabile; secondo, sul mercato delle badanti, a farla da padrone sono ancora le donne dell’Est.

da: Se anche le italiane diventano badanti sotto assedio il fortino delle immigrate – Repubblica.it.


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