Ancora su Oriana Fallaci


Ancora su Oriana Fallaci.
Mi era sfuggito questo articolo. Sottolineature mie
Bello.
Lunga vita agli Stati Uniti!

Fallaci, America ultima tana
di LUCIA ANNUNZIATA,NEW YORK
La celebrazione vera, quella che le sarebbe piaciuta – anzi, l’unica che avrebbe veramente apprezzato – è quella arrivatale da un suo arcinemico sotto forma di rappacificazione. L’ex Segretario di Stato Henry Kissinger che le confessò di sentirsi come «un cowboy solo» alla guida del mondo, e che poi per anni ha negato di aver mai pronunciato quella frase, avviando così una lunga, eterna, polemica che avrebbe danneggiato i nervi di tutti (Oriana, Henry e amici vari), ha finalmente detto la verità. «Quella frase io non l’ho mai pronunciata, ma avrei potuto dirla. Oriana mi ha interpretato insomma perfettamente». 
Diplomatica soluzione che chiude un litigio lungo mezzo secolo fra due protagonisti del secolo, consegnata dallo stesso Kissinger al vicepremier italiano Francesco Rutelli. Segno che la morte è spesso l’unico vero toccasana per le piccolezze della vita umana, e che, dopo la morte, persino una figura così controversa in vita, come Oriana, può essere ricondotta a una forma di quiete: il riconoscimento, tardivo ma non inutile, della sua eccezionale vita.
A pochi mesi dal suo spegnersi, l’Italia e la sua città di elezione, New York,le dedicano un omaggio lungo quasi un anno. Una sorta di tour letterario postumo, iniziato ieri a Manhattan, curato dal ministro della Cultura, presente ieri, e dalla Rcs, il ricordo comprende una mostra, un documentario, e una giornata di discussione con giornalisti e amici, americani e italiani, nel tempio della intellighenzia americana, la New York Public Library.
Ed è il presidente di questa istituzione, Paul LeClerc ad aver dato forse ieri la migliore indicazione di quel che Oriana significa per gli Usa: «È stata a lungo parte di noi, come cittadina. Ma soprattutto ha vissuto insieme a noi l’11 Settembre». Figura consueta dello scorrere dei giorni nell’Upper East Side, Fallaci era di casa in questo quartiere chic di New York, come una delle tante donne sole – alcune famose, altre meno, ma tutte indipendenti – cui questa città ha offerto una nuova, o forse l’unica, patria.
Di questo palcoscenico che definisce il mondo, la giornalista italiana è stata negli Anni Sessanta-Settanta una delle grandi icone, con il suo trucco minimalista e la sua ribellione permanente. Amica di Maria Callas o di Ingrid Bergman, di scrittori e attori, narratrice e protagonista, insieme, di anni in cui la potenza americana cresceva e si imponeva al mondo come un faro culturale, ma anche come una maledizione – l’America degli omicidi della parità razziale e del Vietnam, l’America di Hollywood e degli omicidi politici. Questo Paese era stato uno dei suoi primi amori – alla grande avventura della conquista spaziale aveva dedicato alcuni fra i suoi primi memorabili servizi – ed era poi diventato la sua ultima tana. Il rifugio grato dove aveva scelto di tagliare con il giornalismo attivo e diventare appieno solo una «voce». Voce nel senso di parole libere dalla ingombrante forza del corpo e delle relazioni personali. New York dunque è forse il vero posto cui guardare per capire Oriana Fallaci. E ieri, nella sala della NY Library tanti si sono fatti avanti per offrire il loro frammento di ricordo di questa donna. «Frammento» è la parola giusta, visto che la scrittrice non ha mai affidato se stessa completamente a nessuno: ognuno di noi che l’ha conosciuta ne ha visto solo un tempo; ne ha sperimentato spesso un solo punto di vista.
La sua vita spezzettata in tante relazioni a due, accuratamente tenute private, a volte nascoste, ieri si è finalmente in qualche modo ricomposta. Ogni amico, collega, ne ha offerto uno scatto. Furio Colombo racconta di serate senza tempo sul balcone della casa dell’Upper East Side, con Oriana ai fornelli, «a esaminare e riesaminare le scelte fatte, i passaggi, tutti diversi, ma sempre vissuti nel presente, mai nostalgici, in cui New York era per entrambi noi come un disco volante in cui ci appartavamo per esaminare tutte le informazioni del mondo, ma anche per guardare da un curioso punto di vista alla nostra Italia».
Gino Nebiolo, fedele amico, trasportatore-riparatore di macchine Olivetti, «di cui ne aveva quasi una quarantina, e che avevano sempre bisogno di una riparazione o un’altra». Nebiolo cui si deve l’unica intervista in video, di una Oriana già anziana, e sempre drastica. Compare dal passato un fidanzato: otto anni di amore, iniziato in Vietnam, lui giornalista della France Press, François Pelou. A parte il leggendario Greco, che tanto l’ha fatta soffrire, ma che tanto è lontano nella sua bella morte eroica, l’arrivo di un uomo di Oriana in carne ed ossa – non fissato in cartaceo stupore – suscita sussurri in sala. Lui ne parla con assoluto pudore, ma anche in questa versione anziana, conserva – nel suo blazer stropicciato, e nelle sue ciocche argentate – i segni di quello che Oriana deve aver apprezzato allora. Parlano, ancora – in testimonianza video o di persona – Ferruccio De Bortoli, Antonio Caprarica, Magdi Allam, Daniele Protti, Isabella Rossellini, Nan A. Talese, Jean-Louis Arnaud, Philippe Franchini, Franco Zeffirelli.

Ma, detto tutto questo, nulla di questi ricordi sarebbe forse rimasto attaccato a questa città se non ci fosse stato, appunto, poi l’11 Settembre. Quel giorno, e il lavoro che Oriana farà da quel momento, è l’elemento che fa risorgere la giornalista italiana dai patinati ricordi delle celebrità quasi consegnate al passato, per rilanciarla tra i giornalisti, gli autori del presente.

Sono due donne – ci risiamo – ad assegnarle questo riconoscimento. Due giornaliste di razza, firme mondiali. Barbara Walters, amica da una vita, che ricorda il modo come Fallaci ha continuato a lavorare nel mezzo di una dolorosa malattia.
E Christiane Amanpour, forse oggi la figura (su un altro media, la tv) più vicina agli occhi del pubblico a quella di Oriana. Corrispondente di guerra, si confessa ammiratrice della giornalista italiana fin da quando era bambina, fin da quando, come ricorda, la intervista di Fallaci allo Shah creò grande scandalo in Iran, in casa della Amanpour, iraniana di origine, e negli ambienti di corte. Quella bimba iraniana, ieri, è venuta da Londra, dove copriva l’ennesimo rischio attentato del terrorismo internazionale, solo per dire che il suo modello è stata questa minuta italiana. E se non è lei una Grande Italiana (come ha detto Rutelli), allora dichiariamo di non conoscerne di migliori.

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