Claudio Risè, Andare a scuola dal lavoro

Abbiamo qui già descritto il disagio dei ragazzi, a volte respinti da una scuola percepita come astratta senza però poter accedere con dignità ad esperienze formative nel lavoro, finora loro vietate. È così cresciuto un esercito fantasma di 130 mila ragazzi fra i 14 e 16 anni, che non studiano e non lavorano. Giovani esposti dunque ad ogni rischio: dalla depressione, alla droga, alla microcriminalità, allo sfruttamento puro e semplice; come le cronache mostrano.
Questa popolazione giovanile potrebbe finalmente ricevere la formazione oggi più richiesta dalla società: uno studio finalizzato a un lavoro, con il sapere pratico richiesto dalle aziende, ma raramente ricevuto a scuola.
Bisognerà certo controllare con attenzione che non ci siano raggiri, e sfruttamenti. Diventerà possibile però affrontare una fetta di quel malessere giovanile che nasce in buona parte proprio dal sentirsi inutili e inadeguati, dunque “fuori posto” nella società.
Il benessere psicologico, infatti, è legato fin dai primi anni di vita al sentire che ciò che si fa ha un valore, e un senso. Per questo il bambino ama che si guardino e si apprezzino i giochi che fa: non perché è un “narcisista”, come lo definisce a volte un linguaggio che riduce la psicologia a classificazioni veloci, ma perché ha bisogno di sentire che quel gioco ha un senso ed è approvato anche dall’adulto che si sta occupando di lui. Quel modo di giocare diventa così un’esperienza sociale, e conferma la sicurezza e l’autostima del bambino. Quando, più tardi, il rapporto tra scuola e adolescente va in crisi, materie e insegnanti non riescono più a interessarlo, e d’altra parte loro non si interessano a ciò che invece potrebbe appassionare l’allievo.
Si apre così un problema grave: la formazione del ragazzo generalmente si arresta.

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