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Politiche psichiatriche e servizi, materiale di riflessione di Cristina Ballabio

SALUTE MENTALE

La salute mentale è sicuramente un “tasto dolente” della nostra sanità, almeno ai miei occhi. Credendo di avere una carenza conoscitiva personale ho cercato di documentarmi nella giungla di leggi che caratterizza il settore, ma all’interno della mia ricerca ho scoperto che la legge regina della regolazione degli interventi a favore del recupero e della prevenzione dei soggetti affetti da disturbi mentali è la legge 180/78, sicuramente integrata da successivi interventi.

Il cambiamento di rotta indotto dalla legge 180, sebbene valido sul piano pratico e della dignità umana, non ha tenuto conto di alcune importanti questioni sul piano pratico:

· i pazienti venivano dimessi e in tempi successivi non più ricoverati in assenza pressochè totale di strutture territoriali

· le famiglie, inadeguate o meno, sono state costrette a sobbarcarsi l’intera assistenza sanitaria e ancor oggi lo fanno (sono trascorsi oltre 26 anni…)

· i pazienti più violenti o aggressivi sono stati equiparati a quelli più tranquilli e in assenza di cure, abbiamo assistito a una cronicizzazione della popolazione dei malati, in diversi casi a peggioramenti

· i familiari, costretti a convivere con una persona spesso delirante e non in sè, hanno subito anche gravi conseguenze per questo fatto

· i familiari sono stati incolpati d’essere la causa e colpa della malattia mentale; disturbi importanti non sono stati diagnosticati nè curati per come dovevano esserlo

· non ascolto delle famiglie: i Centri non rispondevano (e ancor oggi lo fanno) alle istanze dei familiari – il familiare stesso è considerato alla stregua del paziente, non affidabile ed emotivo; il suo giudizio non conta, nonostante esso sia in prima linea.

Per molti anni abbiamo assistito impotenti alla negazione dei diritti alle famiglie uniche a sopportare situazioni incredibili e indicibili, al loro sfascio e soprattutto alla negazione del diritto di cura ai pazienti. Esistono in questo senso alcuni libri-dossier, come quello pubblicato dall’associazione A.R.A.P. (Associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica).

Secondo la corte costituzionale il sanitario ha l’obbligo di mettere in atto la cura appropriata al fine di scongiurare, dal punto di vista eziologico, le condizioni positive dell’evento lesivo per il paziente e per terzi, e, allo stesso tempo, di attivare le condizioni impeditive del medesimo, approntando un sistema di cautele e precauzioni idoneo a scongiurare il verificarsi di eventi dannosi o pericolosi all’accrescersi dei rischi. La legge vigente non prevede interventi terapeutici obbligatori prolungati o per prevenire la pericolosità verso se stessi o verso altri, ma solo di trattare patologie acute e gravi che richiedono interventi urgenti. Bisogna aggiungere anche che la pericolosità del paziente è strettamente legata agli episodi di scompenso, mentre durante i rari episodi di relativo compenso tale pericolosità è molto ridotta. Da ribadire, inoltre, che il numero di persone affette da disturbi psichiatrici e potenzialmente pericolose verso se stesse o verso gli altri costituiscono l’eccezione e non la regola e che la frequenza di gesti etero-aggressivi nelle persone affette da disturbi psichiatrici è uguale a quella nelle persone non affette da disturbi psichiatrici.
Pertanto l’unica soluzione a questo apparente paradosso è un progetto terapeutico da svolgersi in comunità che ha, appunto, il duplice scopo di curare il paziente e di prevenire eventuali eventi lesivi per il paziente stesso e per la sua famiglia. L’alternativa, attualmente impossibile da realizzare, è un’assistenza domiciliare giornaliera intensiva.
Ma l’ingresso in una comunità è tutt’altro che semplice. Le comunità generalmente fanno una valutazione del caso e decidono se possono trattare o meno un paziente, sulla base delle risorse che hanno a disposizione (numero di posti letto, numero di personale, addestramento del personale ecc.). Tutte le comunità, invece, non accettano pazienti che non esprimono il proprio consenso alla terapia riabilitativa.
Altro aspetto importante da considerare è il “dopo-comunità”. Se la comunità in questo momento è utile per recuperare delle abilità che attualmente sono gravemente compromesse dalla malattia, all’uscita dalla comunità sarà necessario inserire il paziente in programmi riabilitativi territoriali dove abitualmente risiede. Ad esempio, dovrebbe ricevere interventi socio-riabilitativi in regime semi residenziale in Centro Diurno o interventi terapeutico-riabilitativi in regime residenziale in Struttura residenziale, con intensità assistenziale sanitaria a fascia oraria, sulle 12 ore o sulle 24 ore, a seconda delle necessità.
Infatti, senza un progetto terapeutico da attuare all’uscita della comunità sarebbe del tutto privo di senso il programma riabilitativo.

Ma, allo stato attuale, gli interventi socio-riabilitativi territoriali o domiciliari sono fortemente carenti.

Riferimento:www.sospsiche.it


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