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Contro la crisi l’anello forte è la famiglia ROBERTO MANIA PER LA REPUBBLICA, da ALTRI MONDI

È ancora l´anello forte del nostro modello sociale, ma ora la famiglia rischia di essere stretta in una tenaglia. La crisi non se ne va e il welfare informale, quello delle figlie che assistono i genitori anziani e dei nonni che si occupano dei nipoti; quello – per capirsi – che ha tappato i buchi dell´assistenza pubblica made in Italy è ormai agli sgoccioli. Questa è una lenta trasformazione strutturale, una via senza ritorno. Un cambio d´epoca, nell´incertezza. Colpa della Grande Depressione che ha accelerato i mutamenti, colpa della demografia che ci consegna una famiglia rattrappita, con meno figli e più anziani, ma anche più donne che lavorano. Accade dietro le quinte, perché proprio la “vecchia famiglia”, con le pensioni e la cassa integrazione pensata nella stagione industrialista della produzione di massa e dell´emancipazione operaia declinata al maschile, ha tamponato gli effetti pesantissimi della recessione.
La famiglia è stata l´ultimo – e forse l´unico – baluardo perché la crisi sociale non straripasse, perché il tasso di disoccupazione rimanesse (apparentemente) sotto la media europea, perché si tenessero insieme genitori e figli e ancora i nonni. La famiglia, con le sue reti informali di solidarietà, è stata la nostra barriera protettiva, il nostro grande ammortizzatore sociale. L´ha fatto controvoglia, ma l´ha fatto. E ha realizzato così una sorta di secessione morbida e silenziosa dalla politica. Un distacco che forse si vede anche nel progressivo crescente tasso di astensionismo nelle elezioni. Questa è la “vecchia famiglia”, però. Perché la nuova è diversa. E già si vede. Sono trasformazioni raccontate dai numeri dell´Istat, da quelli del Rapporto annuale a quelli della “Famiglia in cifre” presentate alla Conferenza della famiglia, e anche dalle ricerche periodiche della Banca d´Italia.
La “nuova famiglia”, intanto, consuma meno. L´ha cambiata la crisi dei mutui sub-prime che mai – lei figlia della tradizione conservatrice e prudente – avrebbe sottoscritto. Nel biennio della recessione, 2008-2009, il potere d´acquisto dei nuclei familiari è progressivamente calato: dello 0,9 per cento nel 2008 e di un altro 2,5 per cento l´anno successivo. Nel 2009, per la prima volta dall´inizio degli anni Novanta, il reddito disponibile delle «famiglie consumatrici», come le chiama l´Istat, è diminuito del 2,7 per cento. Nell´ultimo decennio il reddito pro capite si è ridotto del 2,3 per cento: vuol dire che ogni abitante ha perso ogni anno 360 euro. Ma se si passa al reddito familiare la riduzione è stata del 7,7 per cento. La crisi è entrata anche così dentro le famiglie, erodendo la loro capacità di spesa, schiacciando il ceto medio, quello che ha fatto le società dei consumi di massa, accentuando le differenze e le diseguaglianze sociali. Lasciandole «sole» come hanno scritto in una recente indagine Daniela Del Boca e Alessandro Rosina (“Famiglie sole”, Il Mulino), in un paese che destina ai nuclei familiari circa la metà delle risorse che mediamente impegnano le altre nazioni europee.
I consumi, dunque. Indicatore del proprio benessere ma anche di modelli culturali, di ripensamenti, di nuovi e diversi bisogni, di stili di vita. Nel 2009, anno nel quale la crisi raggiunge il punto più alto, la spesa media mensile delle famiglie italiane – secondo le tabelle dell´Istat sui consumi – era pari 2.442 euro. Ma se si guarda indietro si capisce come il declino (l´impoverimento?) fosse già in incubazione. Infatti dal 1997 in poi si assiste ad un incremento del livello della spesa media mensile per famiglie. Fino al 2004 quando comincia il rallentamento. Ma è nel 2008 che arriva la frenata, e l´anno dopo il crollo: la spesa media mensile scende dell´1,7 per cento. È lo stesso livello del 2005. È il gelo dei consumi che continua nel 2010 e, ci si può scommettere, pure oltre. Che coinvolge più che mai le famiglie con redditi medio alti, perché quelle sotto avevano già stretto la cinghia al massimo. Un crollo dei consumi, che si può leggere pure in un altro modo. Come ha fatto, per esempio, il sociologo, da poco scomparso, Giampaolo Fabris nel suo ultimo libro “La società post–crescita” (Egea): «Si può ipotizzare verosimilmente che la contingenza economica abbia svolto anche una funzione maieutica portando alla luce atteggiamenti e comportamenti acquisiti nel corso degli ultimi anni, che si erano sino ad adesso espressi all´insegna di singole soggettività e in maniera erratica. La portata planetaria della crisi economica ha semmai servito ad accelerare i primi vistosi segni dell´appannarsi dell´american way of life come riferimento virtuoso di vita e di consumi, come modello esemplare che gli Stati Uniti, per circa un secolo, hanno proposto al mondo».
Vediamolo, allora, con il portafogli delle famiglie il biennio nero della recessione. Tra il 2008 e il 2009 la spesa media per generi alimentari e bevande è diminuita del 3 per cento. Cala più al sud dove, in termini assoluti, si passa dai 482 euro del 2008 ai 463 euro dell´anno successivo. Ma resta il fatto che la diminuzione complessiva riguarda il 40 per cento della popolazione. Più in dettaglio il 39 per cento riduce il consumo di pane, il 51 per cento del pesce. Percentuali che salgono rispettivamente al 51 per cento e al 70 per cento per le famiglie del primo decile. Oltre il 65 per cento delle famiglie ha poi diminuito la quantità dei beni alimentari consumati, mentre un ulteriore 15 per cento ha ridotto pure la qualità. Significativo che tra le famiglie ai livelli più bassi queste percentuali siano diverse: rispettivamente del 53 e del 28 per cento. Si salva la quantità ma si abbassa la qualità.
È anche così che avanza la “nuova famiglia”, contaminata dall´austerità permanente e, seguendo il ragionamento di Fabris, da un diverso approccio consumistico: «Il consumatore (famiglie in testa dunque, ndr) in questi anni non solo è divenuto più attento, più selettivo, più competente, più difficile da accontentare. Ha sviluppato un crescente nomadismo alla ricerca di punti vendita, prodotti e servizi a un costo più contenuto, valutandoli cioè, secondo personalissimi iter, come equi, non necessariamente a costi stracciati». E allora la famiglia va all´hard discount. Qui il 10,4 per cento dei nuclei familiari acquista i suoi generi alimentari. Ma il fatto quella quota salga a quasi il 20 per cento tra chi sta in basso alla classifica per reddito va letto necessariamente come effetto della lunga crisi.
La coppia Tremonti-Berlusconi si batte in Europa perché il debito di uno Stato non sia solo quello pubblico, forti del basso indebitamento delle famiglie italiane. Ma il cambiamento è in atto anche sotto questo fronte perché il risparmio accumulato si sta lentamente erodendo e soprattutto non ce n´è di nuovo. Si ricorre al prestito, molto di più di prima. Basta leggere l´ultima Relazione della Banca d´Italia: «Alla fine del 2009 l´indebitamento finanziario complessivo delle famiglie ha superato il 60 per cento del reddito disponibile (relativo a tutti i nuclei familiari), con un aumento di quattro punti percentuali rispetto al 2008. Il grado di indebitamento rimane inferiore a quello dell´area dell´euro (95 per cento) e dei paesi anglosassoni (dove supera il 100 per cento)». Ci si indebita soprattutto per l´acquisto della casa, ma pure il credito al consumo è cresciuto: + 4,7 per cento. Riguarda in particolare i pensionati, le famiglie con un basso grado di istruzione e con redditi bassi. Nel 2008 poco meno di una famiglia su cinque ha fatto ricorso a un finanziamento, compreso il classico della cessione del quinto dello stipendio. Richieste di prestiti «senza finalità specifica», osserva Bankitalia. Che vuol dire aver bisogno di soldi per arrivare a fine mese.
Anche il lavoro è stato “salvato” dalla famiglia. Che ha protetto i giovani sui quali la crisi si è scaricata con più violenza. Ha retto il capofamiglia, sostenuto, quando necessario, dalla cassa integrazione. Il mercato del lavoro si è ulteriormente divaricato tra giovani e anziani. Così la perdita del lavoro di un figlio di età tra i 15 e i 34 anni ha ridotto il reddito familiare di poco più del 28 per cento, meno del contributo che mediamente dà la donna (37,1 per cento). Il 50 per cento arriva invece dall´uomo, ancora il più protetto dagli ammortizzatori sociali. «A tutelare una parte delle famiglie con figli a rischio di perdita del lavoro di uno dei genitori è stato il ricorso alla cassa integrazione. La famiglia – si legge nell´ultimo Rapporto dell´Istat sulla situazione del paese – ha svolto il consueto ruolo di ammortizzatore sociale, sopportando il peso della mancanza di occupazione dei figli. L´azione congiunta di questi due aspetti ha quindi mitigato gli effetti della crisi, almeno per il momento».
Un momento che – per definizione – non sarà lunghissimo. Il nostro welfare centrato proprio sulla famiglia non reggerà l´impatto con l´invecchiamento della popolazione. Non solo per il pagamento degli assegni pensionistici (nel 2050 gli over 80 saranno il 13 per cento della popolazione), ma anche perché salterà la rete informale di servizi che garantiva la “vecchia famiglia”. Salterà perché il figlio (figlia, meglio) unico non potrà più di tanto occuparsi dei propri genitori anziani; salterà perché crescerà in maniera esponenziale la domanda di servizi e di assistenza sanitaria se si pensa che già oggi il 90 per cento degli over 85 ha una malattia cronica. L´assistenza agli anziani è oggi in buona misura delegata proprio alla famiglia. Il 30 per cento della popolazione over 65 convive con un figlio, contro una media europea del 20 per cento. «L´83 per cento di accudimento – secondo Del Boca e Rosina nel loro “Famiglie sole” – è affidato a parenti e amici: quasi l´intero peso dell´assistenza alla popolazione che invecchia cade sulla famiglia. Ossia sulle donne, e in particolare, sulla generazione delle figlie adulte». Le aiutano le badanti. Ma questo sistema delle “care givers” come lo chiamano gli esperti, nel medio termine, non ce la farà. «Il sostegno agli anziani in difficoltà – ha scritto l´Istat nel suo “Famiglia in cifre” – sarà sempre meno garantito dalla sola rete familiare». Avremo, allora, un´altra – piccola – famiglia, più europea meno italiana. Quella attuale le cederà il testimone esausta dall´aver resistito da sola alla Grande Crisi.

da: ALTRI MONDI.


6 commenti

  1. Emilio Odescalchi ha detto:

    Grande analisi che condivido con una sola, semplice domanda: chi è stato e chi è al governo con i voti comprati o fatti comprare, hanno famiglia? Hanno mai tirato la cinghia? Quante tasse hanno pagato rispetto al denaro estorto o con le tasse o col pizzo? I moderni “Predatori della specie umana” rispetto a quelli della specie animale, non si curano dell’equilibrio del sistema. Predano e basta. I predati non possono scappare, nè aumentare la produzione (tasso di nascita in calo, matrimoni, figli per coppia ec.).I predatori nostrani sono grassi e voraci lemming si buttano nel baratro e non lo sanno.

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  2. caro emilio
    lieto di averti offerto, attraverso questo articolo suggeritomi da una amica (per igiene mentale non leggo la repubblica), argomenti per i tuoi strali
    buoni giorni
    paolo

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  3. Emilio Odescalchi ha detto:

    Vedere questa casta trasversale a tutto e tutti giocare con la vita degli altri, sputacchiare sentenze a vanvera, usare parole a vanvera, tipo quella di moda ora : “Responsabilità”, senza sapere cosa significa, mi irrita profondamente.
    Compro Repubblica il Venerdì: mi piace l’inserto, così come il 7 del corriere del giovedì.
    I contenuti che m’interessano li trovo on-line, su “la voce”, la Stampa, Libero ec. ec. dipende dagli editorialisti.
    Ti rendi conto della pochezza dei dispacci, ammessi che siano veri delle comunicazioni delle ambasciate USA.??

    Mah!!!

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  4. […] approfondire consulta la fonte: Contro la crisi l’anello forte è la famiglia ROBERTO MANIA PER LA REPUBBLICA, da ALTRI MONDI Aggregato il   4 dicembre, 2010 nella categoria Guida alla Scelta, Statistiche […]

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  5. l’informazione è quella che oggi viene trasportata così sia sulla stampa che su internet
    quello che serve (e quello che cerco di trasmettere agli studenti) è l’elaborazione di schemi di analisi. più tecnicamente: paradigmi di analisi
    non c’è altra via

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  6. Emilio Odescalchi ha detto:

    Sono stato addestrato dai miei a a “distinguere”, quale fosse l’informazione, e dentro essa l’interpretazione data dal media, e semmai la manipolazione. Insegnare a distinguere i fatti dalle opinioni manipolanti o non è un lavoro durissimo (per me), mi scontro con pre-giudizi e convinzioni molte delle quali limitanti/coperte di linus, soprattutto nell’ambiente Radical-chic-very Rich.
    Auguri! oggettività, obiettività, modelli, sistemi, paradigmi, metodi, rigore scientifico,misure e numeri , spesso infastidiscono. Generalizzazione,pregiudizi, il “tutti dicono”, protesta sterile, recriminazione, gossip fanno oggi intima parte del nostro contesto sociale per trasformarsi in stile di vita. Conta più la comunicazione urlata e l’urlo, il contenuto…
    Amen. Basta per oggi!
    Buona domenica!

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