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La discarica: il “non-luogo” dei rifiuti: “Una discarica di rifiuti solidi urbani se controllata non causa problemi di salute”, Elena Fattore Enrico Davoli Dipartimento Ambiente e Salute Maurizio Bonati Dipartimento di Salute Pubblica Istituto di Ricerche “Mario Negri”, Milano Il Sole 24 Ore, 30 Novembre- 6 Dicembre 2010

La discarica: il “non-luogo” dei rifiuti, di


 

La carta in questo contenitore. Il vetro. Qui. L’allumino in quel bidone. L’olio? La vernice? Negli anni 60 nasce l’idea dei “rifiuti zero”, per recuperare le sostanze chimiche dell’allora emergente industria elettronica. Le pile, la plastica, le nuove lampadine. Ma quanto è lunga la strada per arrivare a ridurre i rifiuti al minimo? Dobbiamo riutilizzare il più possibile, progettare e costruire in modo da minimizzare il rifiuto prima di gettarlo via (come p. es. per l’umido trasformato in compost). In attuazione dell’ultima direttiva della Comunità Europea (2008/98/CE) dovremmo iniziare a normarci a partire dal prossimo dicembre.  Saremo in grado di farlo o avremo bisogno di una nuova deroga? Impervia è la strada per la gestione dei rifiuti in maniera compatibile con la nostra quotidianità, con le risorse economiche, ma soprattutto che non abbia impatti dannosi sulla nostra salute. “Rifiuti zero” è, quindi, un percorso multimodale (pratico e culturale) basato sul  riciclo delle materie prime, sul recupero dell’energia del rifiuto che ha come destinazione ultima la discarica per il rifiuto minimizzato. Questo percorso ideale (sebbene normato) è un’impresa molto impegnativa, ma sarà sempre più un obiettivo necessario da realizzare se si considera che ciascun abitante europeo produce circa 600 kg di rifiuti ogni anno, e  la produzione è in costante aumento. La discarica è, quindi, un nuovo “non-luogo” funzionale e necessario al modello sociale prevalente: uno spazio anonimo dalle caratteristiche omogenee, dove il rifiuto, privato dei suoi necessari riferimenti a un preciso utilizzo, perde la sua identità. Oggi sappiamo bene come fare a costruire una discarica e gestirla in maniera da minimizzare l’impatto con l’ambiente; ci sono indicazioni e disposizioni ben precise e condivise in proposito. Ma la discarica genera preoccupazioni per la salute, in particolare per i cittadini che vivono nei suoi pressi.Eppure le evidenze sinora disponibili, sebbene limitate, indicano che le discariche controllate di rifiuti solidi urbani, costruite e condotte in accordo con le normative nazionali e comunitarie, non comportano un rischio per l’ambiente e la salute. Cosa ben diversa per quanto concerne le discariche illegali o quelle di rifiuti tossico-nocivi che hanno sinora costituito l’interesse prevalente della comunità scientifica. La gestione incontrollata di una discarica favorisce la contaminazione dell’ambiente circostante (a cominciare dalle acque sotterranee) da parte di sostanze o già presenti nei rifiuti o che si formano in seguito a processi di degradazione; anche l’incenerimento incontrollato dei rifiuti sprigiona sostanze tossiche in quantità elevate, a cominciare dalle diossine. Gli studi di impatto sulle discariche abusive, quelle non a norma o quelle di rifiuti tossico-nocivo  condotte nell’ultimo decennio (anche in Italia) documentano un rischio aumentato, consistente seppur variabile, di malformazioni congenite (difetti del tubo neurale e dell’apparato cardiocircolatorio), di basso peso alla nascita, di alcuni tumori solidi (in particolare epatobiliari, cerebrali) e di leucemie nella popolazione residente nelle aree di discarica.Una delle indagini più complete è quella condotta in Gran Bretagna e pubblicata lo scorso anno, dove vige la politica delle discariche di comunità (sono circa 17.000) e l’80% della popolazione vive all’interno di un raggio di 2 km di distanza da una discarica. I risultati non hanno evidenziato alcun aumento di rischio per le popolazioni residenti in prossimità delle discariche per rifiuti urbani, e un debole aumento (circa il 10%) della probabilità di rischio di malformazioni congenite per gli abitanti in prossimità di una discarica di rifiuti pericolosi. Il panorama italiano è meno definito; comunque, a fronte di  1763 discariche illegali, di cui 700 per rifiuti tossico-nocivi, solo 269 sono quelle controllate per rifiuti urbani.
Nonostante i numerosi studi epidemiologici condotti negli ultimi decenni, alcuni anche di ampie dimensioni, le evidenze di una relazione causale tra la presenza di una discarica di rifiuti e l’incremento di una specifica patologia cronica sono ancora scarse. Tutti gli studi soffrono di limitazioni metodologiche che condizionano l’interpretazione dei risultati e la loro generalizzazione. Una delle principali e frequenti limitazioni è la mancanza di misure dirette dell’esposizione utilizzando la distanza del luogo di residenza dalla discarica come surrogato del livello di esposizione. Questa è un’approssimazione debole perché influenzata da variabili incontrollate, quali: i punti di ricaduta e le quantità degli inquinanti emessi dalla discarica che a causa della meteorologia e della orografia del territorio possono determinare esposizioni molto diverse a parità di distanza; gli stili di vita e i comportamenti individuali (ore passate nel luogo di residenza, coltivazione e auto-consumo di prodotti potenzialmente inquinati, utilizzo di acqua da pozzi locali, ecc.). Un’altra limitazione di molti studi è la mancata informazione sul controllo di utilizzo della discarica e la distinzione tra tipologie di discariche, anche nel corso del tempo perché alcune discariche sono riconvertite ad altro tipo di rifiuti.
Inoltre, spesso gli impianti di smaltimento dei rifiuti, sia gli inceneritori che le discariche, sono localizzati in aree ad alta densità di popolazione a basso livello socio-economico. Il mancato controllo dei determinanti sociali  rappresenta un ulteriore limite alla corretta interpretazione dei risultati degli studi epidemiologici condotti. Infine, il nesso di causalità esposizione-effetto presuppone una relazione temporale, in quanto è necessario controllare/monitorare il tempo di latenza che intercorre tra l’esposizione e la manifestazione degli effetti sulla salute. Il fattore tempo (della realizzazione della discarica, della residenza degli esposti, dell’insorgenza dei sintomi e degli effetti, ecc.) è invece una variabile scarsamente considerata.
A fronte della mancanza di solide evidenze di sicurezza sanitaria e ambientale, le preoccupazioni di molti cittadini  dovrebbero essere, quindi, riconducibili a fenomeni di contaminazione ambientale (eventi accidentali, discariche abusive o non controllate efficientemente) e non alla conduzione controllata del percorso di smaltimento dei rifiuti urbani attuando i controlli e i monitoraggi previsti dalla normativa e, in condizioni di criticità ambientali particolari, effettuando anche studi approfonditi affidati ad istituzioni indipendenti.
La comprensibile opposizione alla realizzazione di iniziative di interesse pubblico, quali una discarica sul proprio territorio, che spesso anima molti cittadini e autorità locali, la cosiddetta sindrome NIMBY (not in my backyard) è animata principalmente dai potenziali rischi per la salute, che sono ancora spesso teorici, e scarsamente da quei disagi tangibili che la presenza di una discarica in un territorio comporta (deterioramento del paesaggio, aria maleodorante, aumento del traffico pesante, ecc.). Così succede (e succederà?) che una discarica annunciata venga trasferita altrove, “scaricando su altri” il problema, senza che si comprenda che il bisogno di smaltire i rifiuti è di tutti, come di tutti i cittadini è il diritto di salute e il dovere (tecnico e civile) che questo processo si svolga con modalità sicure, appropriate e durature.

Elena Fattore
Enrico Davoli
Dipartimento Ambiente e Salute
Maurizio Bonati
Dipartimento di Salute Pubblica
Istituto di Ricerche “Mario Negri”, Milano

Il Sole 24 Ore, 30 Novembre- 6 Dicembre 2010

 

da: Mario Negri – News – La discarica: il “non-luogo” dei rifiuti.


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