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HANS MAGNUS ENZENBERGER, I “perdenti radicali”, scheda del libro Il perdente radicale, Einaudi, 2007, a cura di di Paolo Ferrario

(ANSA) – COPENAGHEN, 4 FEB – E’ stato condannato a 9 anni di carcere il somalo Mohammed Geele, colpevole di terrorismo e di tentato omicidio nei confronti del disegnatore danese Kurt Westergaard, autore di alcune caricature sul profeta Maometto. Geele e’ stato condannato anche al risarcimento di danni per 10.000 corone (1.300 euro circa). Le 12 caricature di Maometto comparvero sul quotidiano conservatore danese Jyllands-Posten nel 2005, suscitando un’ondata di rabbia nel mondo musulmano


In relazione a questa notizia ripubblico una mia scheda bibliografica di qualche anno fa  (3 febbraio 2007)

paolo ferrario


Hans Magnus Enzensberger, I perdenti radicali, scheda di Paolo Ferrario

Hans Magnus Enzensberger (1928) è un intellettuale tedesco che un tempo si sarebbe definito engagé, “impegnato”. Negli anni ’50 e ’60 questa era l’attribuzione che si dava ai filosofi e letterati che, sotto l’ombrello protettivo del comunismo sovietico, si impegnavano – per l’appunto – a favorire la rivoluzione socialista nei paesi a capitalismo avanzato, dove non si erano create le condizioni per la spallata eversiva, come era capitato in Russia nel 1917.


Enzensberger è stato un punto di riferimento per il movimento studentesco degli anni sessanta e le sue riflessioni si sono concentrate soprattutto sull’industria della comunicazione di massa.


Questo tanto per ricordarmi chi è questo autore. Un uomo “di sinistra”, tanto per capirci. Con una differenza sostanziale: un uomo di sinistra che sa prendere visione delle congiunture storiche, analizzarle e, senza curarsi delle conseguenze, dire cose sgradevolissime anche alla cultura da cui proviene e a cui ha tanto contribuito.


Bene. Enzensberger ha pubblicato Il perdente radicale, Einaudi 2007, p. 73, un libretto da mettere fra i fondamentali di questi anni, naturalmente assieme alla trilogia di Oriana Fallaci. La giornalista fiorentina è stata, quando è andata bene, tacciata di “isterica”, anche in quanto donna. Vedremo quali epiteti patologici saranno riversati sul maschio Enzensberger dopo questo scritto.

Enzensberger fa ruotare la sua analisi attorno alla figura del “perdente radicale”.


Chi è costui?

E’ la persona che ha perso le sfide della vita. Che non sapendo vivere nelle contraddizioni del mondo ha deciso di distruggere a casaccio tutti i viventi, quelli a lui contigui e gli odiati altri. Usando lo strumento semplice dell’assassinio individuale o di massa.
Il perdente radicale è il padre che stermina la sua famiglia, è il vicino di casa che con la moglie accoltella i vicini di casa assieme al bambino di tre anni che piange, è il tifoso che uccide il poliziotto o l’allenatore per una partita di calcio, è il nazista che si stringe attorno a Hitler nel bunker di Berlino negli ultimi giorni della sconfitta del Reich.


Ma, soprattutto, il perdente radicale è il kamikaze islamista che è impegnato (engagé), anche e soprattutto con il suo suicidio, a distruggere un’intera civiltà.


Quando il perdente radicale diventa un problema sociale di ampia portata e criticità?
Quando diventa azione di gruppo e di massa:

Ma che cosa accade quando il perdente radicale supera il suo isolamento, quando si socializza, quando trova una patria dei per­denti, da cui si ripromette non solo com­prensione, ma riconoscimento, un colletti­vo di simili che lo accoglie a braccia aperte e ha bisogno di lui ?

Allora l’energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all’impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.

p. 23

E’ chiaro?
Per Enzensberger i fondamentalisti islamici che condannano a morte Salman Rushdie, che sgozzano Theo Van Gogh, che minacciano di morte la deputata Santanchè che difende i diritti delle donne arabe, che si avvicinano pericolosamente al tavolo dove sta parlando Magdi Allam, che vogliono impedire che nelle sale cinematografiche si proietti il film “Il mercante di pietre” di
Renzo Martinelli ecc. sono dei perdenti radicali.

Credo che questo debba essere chiaro, anche perché per Antonio Negri, per gli stilisti del comunismo della rivista Il Manifesto, per il senatore Diliberto, ecc. questi stessi soggetti sono la massa che ha sempre ragione e che può preparare la nuova spallata rivoluzionaria per la “presa del potere”.


Enzensberger è un intellettuale che si documenta. Che studia. Che pensa. E quindi argomenta a fondo il tema. Ritenendolo cruciale. Forse solo un tedesco, che ha sulla propria coscienza storica l’hitlerismo, può essere ancora più avvertito del fetore nazista che emana la politica del fondamentalismo islamico.


Per riassumerne il pensiero parto dalle ragionevoli ma preoccupanti conclusioni, che parlano di anni duri a venire (intendo per chi dovrà prendere treni alle stazioni, per chi farà satire con i disegni, per chi oserà criticarli sui giornali, per chi farà film o documentari) :

Il progetto dei perdenti radicali consiste – come attualmente in Iraq e in Afghani­stan – nell’organizzare il suicidio di una in­tera civiltà. Che riescano a universalizzare e perpetuare senza limiti il loro culto della morte non è probabile. I loro attentati rap­presentano un permanente rischio latente, come le quotidiane morti sulle strade, alle quali ci siamo abituati. Con essi una società globale che dipende dai carburanti fossili e che produce in continuazione nuovi per­denti dovrà convivere.

Pag. 73

I passaggi della sua argomentazione sono un capolavoro di analisi culturale e storica.

Primo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida dello sviluppo tecnico e scientifico:

A partire dal xv secolo i giuristi islamici hanno sabotato l’in­troduzione del torchio tipografico, richia­mandosi a un dogma fondamentale, secon­do il quale nessun altro libro è lecito oltre il Corano. Solo con tre secoli di ritardo potè essere fondata la prima tipografia in grado di produrre libri con i caratteri arabi. Le conseguenze per la scienza e la tecnica di quei paesi si avvertono ancora oggi. Negli ultimi quattro secoli gli arabi non hanno prodotto alcuna invenzione degna di rilie­vo …
… I deficit del sapere ebbero vistose con­seguenze per la civiltà araba. Già nel Cin­quecento gli europei, grazie alla loro supe­riorità tecnica, sbaragliarono le flotte ara­be, con pesanti conseguenze per il dominio sui mari e per i traffici di lungo corso. An­che l’infrastruttura dei paesi arabi rimase fino all’Ottocento a livello medievale. In­torno al 1800 nell’Oriente arabo pratica­mente non esistevano strade o veicoli con le ruote. Le vie di comunicazione, le navi a vapore, le ferrovie, le forniture d’acqua potabile, di corrente elettrica e di gas, i porti, i ponti, gli impianti telegrafici e te­lefonici e i mezzi pubblici di trasporto fu­rono realizzati da imprese europee, sfrut­tando la manodopera locale …

p. 41-42

Secondo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida della modernizzazione(sviluppo economico integrato, diritti di cittadinanza, istruzione, , salute, qualità della vita):

Og­getto dell’indagine i ventidue stati membri della Lega araba con duecentottanta milio­ni di abitanti …  lo Human Development Index che tiene conto di para­metri quali l’attesa di vita, l’istruzione sco­lastica, il reddito pro capite e il grado di al­fabetizzazione. In particolare si affrontano quattro questioni: lo stato della libertà po­litica, lo sviluppo economico, l’istruzione e il sapere, la situazione delle donne. In tut­ti questi settori si constatano pesanti defi­cit, e la diagnosi è suffragata da una serie di dati statistici.
Per quanto concerne la li­bertà politica gli stati arabi si situano al­l’ultimo posto nella classifica mondiale, al di sotto persino dell’Africa nera.
Lo stesso vale anche per l’economia. Pur benefician­do di enormi proventi derivanti dal petro­lio, i paesi arabi si piazzano soltanto al pe­nultimo posto; solo in Africa la situazione è peggiore.
Per la ricerca e lo sviluppo i pae­si arabi spendono appena lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo, ossia un setti­mo della media mondiale. Impressionante è anche l’arretratezza nella trasmissione del sapere. La quota dei libri stampati nei pae­si arabi è pari allo 0,8 per cento della pro­duzione mondiale. La somma delle tradu­zioni da altre lingue pubblicate nel periodo che va dall’epoca del califfo Al-Mamun (813-33) ai giorni nostri, ossia nell’arco di mille e duecento anni, corrisponde a quan­to la Spagna di oggi produce in un solo an­no.
Analoghe chiusure il rapporto registra circa la posizione delle donne nella società. Anche qui il distacco dalle altre parti del mondo è notevole; solo l’Africa nera pre­senta marginalmente indicatori peggiori de­gli stati della Lega araba; così, per esempio, una donna araba su due non sa né leggere né scrivere.

P 37-38

Terzo argomento: la civiltà araba, ripiegata sul suo sacro testo, se la prende innanzitutto con le donne:

il Corano è esplicito:

«Gli uomini sono superiori alle donne – si legge nella sura IV, 34 – perché Dio li ha prescelti… E se temete che si ri­bellino, ammonitele, evitatele nel talamo, chiudetele nelle loro stanze e picchiatele. Ma se vi obbediscono, non siate in colle­ra con loro».

Queste regole risalgono in­dubbiamente a tradizioni preislamiche. Ma la loro persistenza attuale è rilevabile nel diritto familiare, ereditario e penale della sharia, la quale nella maggior par­te dei paesi arabi rappresenta tuttora il canone fondamentale della legislazione …. le donne sono con­siderate persone di serie b. Questo non ri­sulta soltanto dal diritto divorzistico, ma anche dal fatto che in tribunale la deposi­zione di una donna vale solo la metà di quella di un uomo. In caso di stupro, fino a prova del contrario, la colpa viene attri­buita alla donna; le si imputa di avere ec­citato il maschio con il suo comportamen­to. La violenza nel matrimonio non viene sanzionata. Tuttavia non sarebbe corret­to tacere che il diritto della sharia non vie­ne applicato in modo univoco in tutti i paesi musulmani. Per esempio, il re Mao­metto VI del Marocco negli ultimi anni ha avviato incisivi cambiamenti nel campo del diritto familiare e matrimoniale; in Iran nelle università studiano più donne che uomini; in Turchia la sharia è bandi­ta formalmente; in Palestina e ancor più nel Libano molte donne pretendono i loro diritti politici e professionali. Christine Schirrmacher cita però una sentenza del­la corte di cassazione tunisina, in cui si afferma: «Le percosse e lievi lesioni inflitte dal marito alla moglie fanno parte della na­tura di una normale vita matrimoniale».

p. 47-48

Quarto argomento: la civiltà araba, avendo perso la sfida dello sviluppo tecnico-scientifico e quello dei diritti, se la prende con le civiltà che hanno percorso queste strade:

È del tutto evidente che la totale dipendenza eco­nomica, tecnica e intellettuale dall’«Occi­dente» è difficilmente sopportabile da par­te degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Orien­te, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni pre­sa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione. accuratamente coltivata. Non aveva un po­tere superno assicurato ai musulmani arabi la supremazia su tutte le altre società ?
«Voi siete la migliore comunità mai sorta tra gli uomini», si legge nel Corano (III, III), il quale prescrive con parole inequivocabili come si debba imporre questa superiorità congenita: «Combattete i detentori della scrittura, quelli che non professano la reli­gione vera [ossia gli ebrei e i cristiani], fino a che non si siano umiliati e non abbiano pagato il loro tributo» (IX, 29).
Poiché que­sto comandamento sta scritto in un testo sacro, esso ha valore assoluto e non è scal­fito da esperienza alcuna.

p. 49-50

Quinto argomento: la civiltà araba e quella di religione musulmana invece di provare a uscire dalle proprie coordinate culturali, rinnovandole ed adattandole ai cambiamenti, reagisce con il vittimismo, il pianto mediterraneo, l’urletto isterico, l’ira lamentosa, l’odio dei mediocri, il ditone alzato a maledire:

questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attri­buzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mon­do esterno ostile mira unicamente all’umi­liazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale …
A rimetterci le penne nei conflitti che na­scono da questa mentalità è l’elementare principio della reciprocità. Così, ad esem­pio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente al­tre religioni, diverse dall’islam, non credo­no a qualcos’altro, bensì a nulla). Offende­re chi la pensa diversamente fa parte del re­pertorio standard dei media islamici. Quan­do mostrano Ariel Sharon con un’ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per conver­so il mondo arabo si sente offeso, se qual­che caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la co­struzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fe­de musulmana è un dovere sacro, la missio­ne di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell’Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la pro­pria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell’uomo. Laddove l’incitamento ad am­mazzare un romanziere apostata è approva­to da molti musulmani. Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai da­nesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tut­ti devono mostrare comprensione. Con l’a­ria dell’innocenza bistrattata predicatori dell’odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiara­to. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di rea­zioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si pro­spetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri.

p. 53-54

Sesto argomento: i più invidiosi e pericolosi sono i gruppi sociali “colti”, quelli che hanno studiato nelle scuole occidentali, quelli con più reddito, quelli che hanno assaporato i benefici del benessere:

Tutte le spiegazioni che si rifanno preci­puamente alla situazione sociale degli ese­cutori sono monche. Non solo i mandanti e gli ideologi del terrore provengono quasi sempre da famiglie influenti e benestanti. Anche tra gli esecutori i poveri sono sotto­rappresentati. Il Foreign Policy Research Institute statunitense ha pubblicato una delle poche analisi specifiche sull’apparte­nenza di classe, naturalmente senza pro­nunciare una parola cosi sospetta. Su quat­trocento noti militanti di Al Qaeda il 63 per cento vantava un diploma di maturità, i tre quarti provenivano dalla classe superiore o media; altrettanti si situavano a livello uni­versitario, come professori, ingegneri, ar­chitetti ed esperti di vario genere

p. 61

Settimo argomento: avendo perso tutte le sfide della modernità il perdente radicale ho solo la risorsa del suicidio espressivo e quello della morte di tutti gli altri:

La forma più pura del terrorismo islami­co è l’attentato suicida. Sul perdente radi­cale essa esercita un’attrazione irresistibi­le, perché gli consente di sfogare le sue fan­tasie megalomaniache e insieme l’odio ver­so se stesso. Infatti la viltà è l’ultima cosa che gli si possa imputare. Il coraggio che lo contraddistingue è il coraggio della dispe­razione. Il suo trionfo sta nel fatto che il perdente radicale è inattaccabile e non può essere punito: a questo provvede da sé. L’e­stinzione non solo di altri, ma anche di se stesso, è la sua soddisfazione estrema, un desiderio espresso molto chiaramente nel videoproclama di Al Qaeda dopo l’attenta­to madrileno del marzo 2004: «Voi amate la vita, noi amiamo la morte ed è per que­sto che vinceremo».

p. 64-65

Questi, in rapida sequenza, le informazioni e gli argomenti di Enzensberger.

C’è qualche soluzione all’orizzonte?
Davanti all’attacco dei perdenti radicali il mio è un pessimismo radicale.
Spero solo di scampare a qualche coltellata, ai veleni introdotti nell’acquedotto (ah: come siamo fragili nelle nostre connessioni!), alla bomba della metropolitana.
terr

I prossimi 50 anni saranno costellati da attentati urbani, da violenze collettive nei loro paesi (soprattutto a carico di coloro che non sono della loro religione), da microviolenze nelle nostre piazzae, nei nostri quartieri. nelle nostre scuole

Insomma: i perdenti radicali, anche se “perdenti”, modificheranno  le agende politiche della vecchia Europa e degli Stati Uniti, che faranno fatica a replicare lo sbarco in Normandia che pose fine al nazismo tedesco ed ai fascismi del secolo breve (1917-1945).

Paolo Ferrario, 7 febbraio 2007


10 commenti

  1. Emilio Odescalchi ha detto:

    Grande, non lo conoscevo e primq ho poi….Nei miei viaggiper lavoro o per diletto ho visitato pochi paesi”arabi”, tra quelli vicino a noi. Sono rimasto colpito allora come lo sono oggi. In marocco, dove vado io (Agadir), mi dice la gente del posto: sono musulmano MA non sono arabo, sono Berbero/ Amazigh (uomo libero). Li l’integralismo non è visto dibuon occhio. Mano mano che mi sono spostato neltempo verso oriente ho notato nel popolo una maggiore propensione verso l’integralismo soprattutto mentale. Sembra cheintegralismo e ignoranza vadano insieme. Anche vero che anche qui da noi, in europa abbiamo avuto l’integralismo con l’inquisizione. Loro sotto la spinta del mondo che cambia, non potendosi adeguare grazie a sistemi di governo di tipo totalitario, (di chi sia la dittatura, e di quale origine e colore sia ha poca importanza) si rifugiano nell’integralismo.
    Problema è che sono tanti e prolifici.
    Tisegnalo il nuovo libro di Roberto Vacca ” Salvare il prossimo decennio” – Nel retro: “Esperti,unitevi, proliferate e coordinatevi per non essere trascinati a fondo da incompetenti,parolai,corrotti e palloni gonfiati.”
    ciiao!!

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  2. cercherò il libro
    grazie

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  3. Emilio Odescalchi ha detto:

    E io comprerò quello di Hans!
    singolare il numero di “pensieri condivisi”.

    Ciao

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  4. […] l’analisi agli intellettuali tedeschi, anche enzensberg sarebbe incluso in questa tipologia: https://mappeser.com/2011/02/04/hans-magnus-enzensberger-i-perdenti-radicali-scheda-di-paolo-ferrario… mi piacerebbe che la “sociologia critica” una volta tanto facesse i conti con questo […]

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  5. […] l’analisi agli intellettuali tedeschi, anche enzensberg sarebbe incluso in questa tipologia: https://mappeser.com/2011/02/04/hans-magnus-enzensberger-i-perdenti-radicali-scheda-di-paolo-ferrario… mi piacerebbe che la “sociologia critica” una volta tanto facesse i conti con questo bel […]

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  6. […] testo è stato scritto nella prima metà dell’800. Noto, per inciso, che oggi per molto meno i vittimisti perdenti radicali mettono a ferro e fuoco le democrazie occidentali e sgozzano i loro […]

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  7. […] testo è stato scritto nella prima metà dell’800. Noto, per inciso, che oggi per molto meno i vittimisti perdenti radicali mettono a ferro e fuoco le democrazie occidentali e sgozzano i loro […]

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