Il Lavoro e la vita, di Gianpiero Dalla Zuanna), da Il Corriere della Sera del 02/12/2011.

Nel gran parlare di pensioni, non si affronta con la necessaria profondità una questione importante per la vita delle persone e per l’intera società. Al di là degli indubbi risparmi per l’erario, è veramente possibile lavorare fino a settant’anni e oltre? Oppure il prolungamento della vita lavorativa rischia di causare grandi difficoltà individuali, oltre a generare organizzazioni del lavoro poco efficienti? Dal punto di vista strettamente demografico, non dovrebbero esserci troppi problemi.
Infatti, nel giro di trent’anni la vita media in Italia è aumentata di nove anni per gli uomini (da 70 a 79 anni) e di sette anni per le donne (da 77 a 84 anni) e — nello stesso tempo — sono aumentati pressappoco della stessa misura anche gli anni vissuti in buone o discrete condizioni fisiche e mentali. Le condizioni di salute del settantenne italiano medio di oggi non sono neppure paragonabili a quelle del settantenne di trent’anni fa. Inoltre, studi recenti dimostrano che la permanenza sul posto di lavoro rallenta il decadimento cognitivo, e che se l’età alla pensione è più elevata le aziende investono maggiormente e in modo più continuativo anche sulla formazione dei lavoratori maturi.
Tuttavia, è sbagliato pensare che tutto possa essere risolto con un tratto di penna, facendo slittare in avanti di qualche anno l’età alla pensione. Infatti, malgrado le scoperte della medicina e il miglioramento degli stili di vita, non esiste l’elisir di giovinezza, e con l’età le capacità fisiche e mentali inesorabilmente declinano. Quindi, con l’aumentare del numero dei lavoratori maturi, dovrebbero anche moltiplicarsi le forme di lavoro flessibile, garantendo un’uscita soft dal mondo produttivo. Oggi la grande maggioranza dei neo pensionati passa da un lavoro più o meno simile a quello che svolgeva quando aveva quarant’anni alla totale assenza di lavoro. Ciò è irragionevole e poco efficiente. Si potrebbero invece generalizzare forme miste di lavoro-pensione. Ad esempio, un insegnante potrebbe trascorrere i suoi ultimi cinque anni di lavoro (diciamo fra i 65 e i 70 anni) percependo metà pensione e metà stipendio, con un orario di insegnamento dimezzato, magari concentrato su tre giornate lavorative. Lo stesso meccanismo potrebbe essere messo in atto per moltissimi altri lavori, sia manuali che intellettuali, con il vantaggio — tutt’altro che trascurabile — di accumulare altri contributi, aumentando l’entità della pensione negli anni successivi. Inoltre, andrebbero individuati al più presto i lavori più impegnativi sul piano fisico, favorendo non tanto il ritiro precoce dal lavoro di chi li sostiene, ma piuttosto lo spostamento — dopo una certa età — verso attività fisicamente e psicologicamente più sostenibili.
È su questo tipo di provvedimenti che i sindacati dovrebbero concentrare i loro sforzi, facendo proposte circostanziate e praticabili per ogni tipo di lavoro e di professione, abbandonando la difesa di un’età di uscita dal lavoro fiscalmente poco sostenibile e — alla fin fine — poco conveniente per gli stessi lavoratori. Perché lavorando bene e più a lungo, molti pensionati invecchieranno meglio, oltre a garantirsi pensioni più dignitose.

Lascia un Commento se vuoi contribuire al contenuto della informazione

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.