Ilvo Diamanti, La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni – Repubblica.it

non è chiaro di cosa siano, davvero, responsabili. Di quali colpe si siano macchiati. I giovani. A guardare dati e statistiche, a leggere le loro storie, molte “accuse” nei loro riguardi appaiono, francamente, prive di fondamento. 

I giovani devono scordarsi la monotonia del posto fisso, si dice. E il 30% dei giovani, in effetti, vorrebbe un lavoro sicuro (Demos-Coop, maggio 2011. Un dato analogo a quello proposto da Mannheimer ieri sul Corriere). Ciò significa, però, che il rimanente 70% antepone altri requisiti. Non ritiene il lavoro fisso una priorità. Peraltro il 65% dei giovani occupati (Demos-Coop, maggio 2011) considera il proprio lavoro “precario” oppure “temporaneo”. E il 60% pensa che, fra uno-due anni, avrà cambiato lavoro. 

D’altronde, il “posto fisso”, per loro, di fatto non esiste. Anzi, per molti giovani, non esiste neppure il lavoro. L’Istat, nelle settimane scorse, ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%. Il più alto dell’Eurozona. (Ma è molto più elevato tra le donne e sale al 50% nel Mezzogiorno). 

Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Ma il fenomeno più significativo è riassunto dai “Neet” (acronimo della definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. Sono oltre 2 milioni e 200 mila. Sospesi. Sulla soglia, fra studio e lavoro. Senza riuscire a entrare né di qua né di là.

Difficile considerarli “partigiani del posto fisso”. Visto che di fisso hanno solo la precarietà. Ma anche l’indisponibilità a lasciare la famiglia e la casa di origine mi pare una leggenda. 

Tutti quelli che possono, durante il percorso universitario, se ne vanno lontano. Svolgono un periodo di studi (utilizzando il programma Erasmus) in Università straniere. Svolgono stages, dottorati, corsi di formazione e perfezionamento in diverse città italiane, europee. Americane. D’altronde, 6 persone su 10 ritengono, ragionevolmente, che per ottenere un lavoro adeguato alle proprie competenze e per fare carriera, i giovani debbano andarsene dall’Italia (Demos-Coop, maggio 2011). 

Una convinzione che cresce particolarmente fra i più giovani. Alcuni anni fa (Demos 2004), oltre quattro giovani su dieci, residenti nel Mezzogiorno, si dicevano pronti a trasferirsi nel Nord o all’estero, pur di trovare lavoro. Difficile trattare da “bamboccioni” i giovani italiani. Che, al contrario, si sono ormai abituati a una vita da precari, al lavoro “temporaneo”. Ma proprio per questo utilizzano la famiglia e la casa di famiglia come una risorsa. Un salvagente. Una stazione di passaggio. 

Peraltro, non è facile staccare i giovani da casa, allontanarli dalla famiglia, in un Paese “immobiliare” come il nostro. Dove quasi 8 famiglie su 10 hanno la casa in proprietà. E il 20% ne ha almeno due. Dove il mercato degli affitti è limitato e caro. Basti pensare al costo di un posto letto per gli studenti universitari. 

Per questo non è chiaro perché a “liberare” l’Italia dal peso del passato debbano essere proprio loro. I giovani. Quegli “sfigati”. 

Come se la società e il mercato del lavoro fossero davvero “aperti”, regolati dal merito. Non è così.  …..

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