Voglia di comunità, di Sabina Minardi, recensione di L’egoismo è finito, di Antonio Galdo – in l’Espresso 25 ottobre 2012

Oggetti e saperi, on line si scambia di tutto: e il baratto torna a esercitare un fascino irresistibile. «Lo scambio è un gesto semplice, quasi primitivo, che ha però una enorme modernità perché rafforza i legami delle comunità, locali e planetarie, e contrasta con concretezza un mondo dove gli oggetti accumulati hanno perso senso», sottolinea Galdo. Su “Freecycle”, network con 5 mila comunità sparse nel mondo e 10 milioni di iscritti, puoi scambiare di tutto. Le varianti non si contano: Sugar, Nei-ghborGoods, ThredUp. C’è chi scambia un posto in casa (CouchSurfing, con 3 milioni e mezzo di membri), chi un passaggio in auto (ZipCar, negli Stati Uniti, ha 800 mila persone che regolarmente condividono l’automobile). E il carpooling è un fenomeno in crescita anche in Italia. Blablacar.it rinnova l’autostop offrendo passaggi auto a prezzi imbattibili (la tratta più gettonata, Roma-Milano, costa sui 30 euro): basta iscriversi al sito e mettere in chiaro quanto si è chiacchieroni. Il portale più accreditato per il baratto è, invece, Zerorelativo: zero perché tanto valgono gli oggetti non più utili, relativo perché grazie allo scambio riacquistano il valore che hanno per gli altri. E se lo Swap Day americano è ormai un rito con migliaia di famiglie coinvolte, anche la Settimana del Baratto fa proseliti (appuntamento dal 19 al 25 novembre).

“Capitalismo cooperativo”, lo chiama Galdo: più che un’invenzione moderna, un ritorno al passato. «L’Italia può rappresentare l’avanguardia di questo cambiamento. Perché lo spirito di comunità è insito nel suo Dna. La famiglia, la fabbrica, la parrocchia, il partito, il sindacato, ma anche la piazza, il bar, il villaggio: tutti luoghi, profondamente italiani, dello stare insieme. Sono entrati in cortocircuito sotto i colpi della civiltà dell’egoismo. Ma sono adesso riscoperti nella consapevolezza che da soli è tutto più difficile, forse impossibile».

I vantaggi di una maggiore disponibilità verso gli altri, in effetti, sono per tutti, non solo per i più giovani. Anzi, in una società che rapidamente invecchia, il cambio di prospettiva può migliorare, in primis, la vita degli anziani. Reti di volontariato, associazioni che supportano i malati, gente che si scambia conforto, suppliscono al carente welfare italiano. E gli esperimenti di cohousing sparsi per la Penisola non raccontano, in fondo, che lo stesso fenomeno: gente che, grazie alla scelta di condividere, ha realizzato il sogno di un’abitazione. Ricreando, al tempo stesso, un nuovo modo di vivere: un senso del vicinato, dove le persone dividono servizi e, se serve, aiuto reciproco. Da Vauban, periferia di Friburgo, dove il senso del condominio è diventato un laboratorio da mostrare al mondo, a Follonica, Grosseto, dove c’è il condominio più ecologico d’Italia (con autosufficienza energetica degli appartamenti); da Londra, dove è nato Older women’s Coho, il cohousing per donne anziane e sole, al quartiere Bovisa, a Milano, dove un’ex fabbrica di barattoli è diventata una residenza con terrazza e piscina, il libro fa il punto sugli esperimenti più significativi del rinascere della comunità. Emblematico il caso di Torino, in un edificio ottocentesco a Porta Palazzo acquistato da otto famiglie, e trasformato in “un nuovo modo di vivere, vecchio come il mondo”. Gli altri, un inferno? «Non prendiamoci in giro, non è semplice. Tutti abbiamo bisogno di indipendenza. Ma nessuno avrebbe potuto acquistare da solo una casa così bella e avere a disposizione tanti servizi». Come le biblioteche condominiali, tra le nuove opportunità della condivisione. Spazi ricavati da locali fuori uso, tenuti in vita da volontari, stanno rinascendo in molte città: come luoghi di aggregazione, oltre che di cultura. Con questa idea sono nate le biblioteche nella vecchia sede della Borsa a Bologna o quella di Pistoia, in un capannone della Breda; a Carpi in un’ex fabbrica di cappelli e all’Aquila in un prefabbricato dopo il terremoto; a Mantova in un ex macello e a Palermo nella chiesa sconsacrata della Santissima Annunziata. Scarti. Luoghi abbandonati. Che di colpo ritrovano vita. La stessa idea alla base dei “community gardens”: gli orti collettivi, ricavati da spazi urbani sfilati all’incuria, e trasformati in luoghi dove si produce insieme. L’Italia ne è una formidabile appassionata: per Coldiretti coinvolge, a vario titolo, il 40 per cento della popolazione. Solo Roma conta un centinaio di orti (zappataromana.net). Del resto, è l’idea stessa di città in cambiamento. 

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tutto l’articolo qui    L’egoismo è finito, di Antonio Galdo – La recensione di L’espresso – ilmiolibro.it.

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