L’attuale CRISI ECONOMICA E SOCIOCULTURALE e la GRANDE MUTAZIONE analizzata da Karl Polany, scheda didattica di Paolo Ferrario

Viviamo in tempi di crisi e di grandi mutamenti.

Sono quelli prodotti dalla economia finanziaria che ha colpito il mondo dalla fine del 2007 e che ha cambiato la politica, la società, i modelli produttivi, i consumi, i comportamenti e persino l’antropologia di una parte consistente del nostro pianeta.
Questa “grande mutazione” dell’ultimo trentennio evoca quella “grande trasformazione” che ha raccontato Polanyi nell’omonimo libro descrivendo il passaggio – tra il XVI e il XVII secolo – da una società che incorpora l’economia a un mercato che ingloba la società. Un passaggio analogo
è quello della “grande mutazione” che investe gli ultimi decenni e riguarda la trasformazione del paesaggio umano e ambientale di una società.

Qui una mia scheda sul modello di analisi storica di questo autore

Karl Polany (1886-1964) è un classico studioso delle scienze sociali contemporanee che ha offerto contributi di  rilievo

  • allo studio dei rapporti tra economia e società,
  • alla critica del paradigma dominante in economia,
  • alla analisi delle istituzioni economiche
  • e alla interpretazione dei meccanismi istituzionali e dellecontraddizioni della società industriale.

Polany è un autore dell’approccio istituzionalista. Per lui l’economia è inserita o incorporata nella società, e i processi economici

  • del produrre,
  • del distribuire
  • dell’allocare risorse

sono attività essenziali di ogni società che, tuttavia si svolgono entro quadri istituzionali diversi, ovvero con motivazioni, significati, leggi e ordinamenti differenti.

Il rapporto tra economia e società si configura per Polany in modo diverso nelle diverse epoche storiche. Egli afferma infatti che di regola, l’economia dell’uomo è immersa nei suoi rapporti sociali e che “l’uomo non agisce in modo da salvaguardare il suo interesse individuale nel possesso di beni materiali, agisce in modo da salvaguardare la sua posizione sociale, le sue pretese sociali, i suoi vantaggi sociali

L’eccezionalità del capitalismo moderno consiste nel fatto che in esso “non è più l’economia ad essere inserita nei rapporti sociali, ma sono i rapporti sociali ad essere inseriti nel sistema economico” fino al punto di una “conduzione accessoria ” della società rispetto al mercato regolato da prezzi.
Per Polany l’economia si sottrae al controllo della società e subordina alle proprie esigenze gli altri aspetti della vita sociale.
Il nucleo centrale della critica di Polanyi è costituito da tre grandi centri di attenzione strettamente collegati:
1) L’economia di mercato e le sue contraddizioni;
Una economia di mercato è un sistema economico controllato, regolato e diretto soltanto dai mercati; l’ordine nella produzione e distribuzione delle merci è affidato a questo meccanismo autoregolantesi. Una economia di questo tipo deriva dalla aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo di guadagno monetario.
2) Il mercato autoregolato che rappresenta l’istituzione fondamentale del capitalismo liberale;
Un mercato autoregolato richiede:
– la separazione istituzionale della società in una sfera economica ed una politica;
– l’esistenza di istituzioni economiche separate;
– una economia di mercato deve comprendere tutti gli elementi dell’industria compreso il lavoro, la terra e la moneta (concetto di merce);
3) la pretesa della teoria economica classica e neo classica di attribuire validità universale al paradigma economico mezzi – fini.

Polany contesta la validità universale delle leggi dell’economia classica e neo-classica, che viene relativizzata come efficace modello interpretativo della sola economia di mercato. La pretesa universalistica di tale disciplina nasce, secondo Polanyi, dalla “fallacia economicistica “, ovvero dall’errore logico di confondere due significati distinti del concetto di economia, quello “sostanziale ” che definisce il rapporto istituzionalizzato tra gli uomini e il loro ambiente naturale e sociale, diretto al soddisfacimento dei bisogni, e quello “formale ” che deriva dal rapporto logico tra mezzi e fini e implica la scarsità dei mezzi e la scelta tra alternative.
Ora mentre l’aspetto fisico dei bisogni dell’uomo fa parte della condizione umana e, quindi, nessuna società, può esistere senza possedere un qualche tipo di economia sostanziale, il meccanismo offerta-domanda-prezzo è, invece, un istituzione relativamente moderna, avente una struttura specifica che non è facile costituire né fare funzionare.
La fallacia economicistica è a sua volta imputabile allo sviluppo, negli ultimi due secoli di storia dell’Europa occidentale e dell’America, di un’organizzazione delle condizioni della sopravvivenza umana, costituito da un sistema di mercati regolatori dei prezzi, in cui gli atti di scambio effettuati in tale sistema comportano scelte tra mezzi scarsi, e “il significato formale e quello sostanziale di economia vengono in pratica a coincidere ” alimentando la convinzione che vi sia un unico modo di istituzionalizzazione delle attività economiche nei vari tipi di società.
Già nella Grande Trasformazione vi è una critica del postulato dell’homo oeconomicus. Scrive Polany che i “suggerimenti di A. Smith sulla psicologia economica dell’uomo primitivo erano tanto falsi quanto la psicologia politica del selvaggio di Rousseau. La divisione del lavoro, un fenomeno antico quanto la società, nasce da differenze inerenti al sesso, alla geografia e alle doti individuali e la presunta disposizione dell’uomo al baratto, al commercio e allo scambio è del tutto apocrifa “.
La critica dell’economia diventa più aspra con riferimento ai successori di A. Smith. Mentre Smith e Marx sono, infatti, in parte “risparmiati” per la loro capacità di concepire l’attività economica entro un preciso contesto sociale, Ricardo, Malthus e Townsend sono violentemente criticati per il loro naturalismo, cioè per la loro pretesa di considerare le leggi contingenti del modello di mercato come leggi di natura e universalmente valide. “Mentre gradualmente si apprendevano le leggi che governano un’economia di mercato, queste leggi venivano poste sotto l’autorità della natura stessa. La legge dei rendimenti decrescenti era una legge della fisiologia delle piante, la legge malthusiana della popolazione rifletteva il rapporto tra la fecondità dell’uomo e quella del suolo” e la disponibilità di cibo costituiva il limite naturale oltre il quale gli esseri umani non potevano moltiplicarsi, cosicché la fame diventa l’unico criterio regolatore di una società di “liberi “individui nella parabola delle capre e dei cani, ricordata da Townsend.
Secondo Polany il paradigma economico dominante concepisce la società economica come sottoposta a leggi che non sono leggi umane. Per trovare approcci alternativi capaci di reintegrare la società nel mondo umano bisogna superare decisamente i confini del pensiero economico. Marx si muove nella direzione giusta, ma a causa della sua troppo stretta aderenza a Ricardo e alle tradizioni dell’economia liberale resta nel paradigma economicstico.
Particolarmente severo è il giudizio sugli economisti neo- classici come Von Mises (nel 1920 aveva proclamato un vero e proprio manifesto liberale – Solo il libero mercato consente di misurare attraverso la formazione dei prezzi, la scarsità relativa delle risorse e quindi evidenzia la irrazionalità della pianificazione), Hayek e Robbins.
Polany non critica tanto le categorie dell’analisi economica quanto il suo quadro ideologico generale, l’utilitarismo, l’individualismo, il formalismo razionale, il naturalismo a-storico. Razionalismo, individualismo e spirito acquisitivo, costituiscono per Weber e Sombart i valori fondamentali della cultura borghese che tanta parte ha svolto nell’affermazione del capitalismo di mercato, mentre il naturalismo nasce dal tentativo consapevole di Smith di fondare l’autonomia della scienza economica mutuando il metodo delle scienze della natura. Anche Polanyi attribuisce grande importanza a questi orientamenti culturali, ma mette in luce soprattutto l’influenza negativa da essi esercitata nel favorire un’istituzione come il mercato autoregolato che ha subordinato la società all’economia.
Lo sforzo di Polanyi è rivolto a mostrare come esistano forme di istituzionalizzazione delle attività economiche diverse dallo schema mezzi – fini.
Più specificatamente, Polanyi si sforza di dimostrare che il complesso concorrenziale mercato-moneta-prezzo, che opera nel contesto giuridico della proprietà privata e del libero contratto e nel contesto culturale dell’economizzare, “è stato assente e ha svolto un ruolo subordinato durante la maggior parte della storia umana“. Ciò appare chiaro se si ritorna alla nozione di economia e si esaminano i diversi contesti istituzionali in cui tale sfera opera.
L’analisi dell’economia come processo istituzionale è necessaria non solo per comprendere realtà diverse dal capitalismo liberale, ma anche per comprendere i problemi specifici della società contemporanea emersa dalla crisi del mercato autoregolato, correggendo la distorsione prodotta dalla fallacia economicistica e contribuire, quindi, alla loro soluzione.
Sostenendo che il significato sostanziale di economia è quello universale e il significato formale quello storicamente contingente, il lavoro di Polany è teso a dimostrare che i principi dell’economizzare non sono universalmente presenti. Le analisi del commercio, della moneta, dei mercati, che costituiscono l’oggetto privilegiato della sua indagine perché sono più facilmente oggetto di fraintendimenti dovuti all’impiego delle categorie dell’economia formale, mostrano che “i rapporti interpersonali basati sul dare e ricevere sono tipicamente incorporati in una vasta rete di impegni sociali e politici che non consentono agli individui di massimizzare i vantaggi economici ottenuti in queste relazioni” e aprono la strada alla elaborazione di una teoria “dei movimenti appropriativi” dei fattori della produzione.

La tesi della eccezionalità del capitalismo liberale e la critica della teoria economica formale diedero vita a un ampio e composito progetto di studi e ricerche interdisciplinari, ispirate da Polany, sulle società primitive e le società antiche, che si proponevano di dimostrare l’esistenza di meccanismi istituzionali di integrazione sociale dell’economia diversi dal mercato autoregolato e di sostenere l’esigenza di categorie di analisi diverse dallo schema domanda offerta prezzo.
Il risultato teorico più interessante scaturito dai risultati di queste ricerche è la concezione dell’economia come processo istituzionalizzato e la connessa tipologia delle forme di integrazione, transazione o appropriazione.
Dunque Polany concepisce l’economia, nel suo significato sostanziale, come un processo istituzionalizzato di interazione tra l’uomo e il suo ambiente, che da vita a un continuo flusso di mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni. Uomini, mezzi materiali, capitali, conoscenze tecniche, tutto ciò che contribuisce alla produzione deve spostarsi da una parte all’altra della società e i prodotti di questa attività devono essere ridistribuiti tra i membri della società. Accanto ai movimenti fisici acquistano fondamentale importanza i movimenti appropriativi, derivanti sia da transazioni che da disposizioni.
L’organizzazione sociale del potere appropriativo costituisce quindi, la matrice istituzionale che ordina i rapporti economici tra gli uomini e definisce il posto dell’economia nella società, nel senso che individua le condizioni sociali da cui scaturiscono le motivazioni individuali e l’insieme dei diritti e dei doveri che sanciscono i movimenti con cui i beni e le persone partecipano al processo economico.
Lo studio del modo in cui i sistemi economici concreti sono istituzionalizzati, cioè acquistano stabilità e unità viene effettuato mediante una tipologia che identifica tre schemi di integrazione o modi di transazione fondamentali:

  • la reciprocità,
  • la ridistribuzione
  • e lo scambio

Reciprocità e ridistribuzione svolgeranno un ruolo centrale nel pensiero di Polany.
Nel linguaggio corrente, tali concetti sono spesso impiegati per indicare rapporti tra persone. Ma nell’accezione di Polany non si tratta di semplici aggregati di comportamenti individuali, ma di strutture che identificano i tipi di provvedimenti istituzionali che regolano i rapporti tra i partecipanti al processo economico.
Queste strutture comportano diverse modalità di distribuzione nello spazio:”La reciprocità sta ad indicare movimenti tra punti correlati di gruppi simmetrici (principio di simmetria); la ridistribuzione indica movimenti appropriativi in direzione di un centro e successivamente provenienti da esso (principio di centricità); lo scambio si riferisce a movimenti bilaterali che si svolgono tra due “mani” in un sistema di mercato“.
I comportamenti di reciprocità tra le persone integrano l’economia solo se esistono strutture organizzate simmetricamente come il sistema parentale, gli atti di ridistribuzione presuppongono l’esistenza di un centro politico che raccoglie e alloca risorse e gli atti di scambio tra individui producono prezzi solo quando hanno luogo i mercati regolatori dei prezzi.
Ciascuna delle tre forme identifica i principi di organizzazione sociale e moventi di azione che si possono applicare ad aree ampie ed eterogenee di attività sociale: “la tacita mutualità tipica della sfera sociale dei rapporti affettivi diretti (nella famiglia, nel gruppo amicale, nella comunità, ecc.) il controllo razionale, rivolto a fini collettivi, delle regole formali e dell’autorità centrale e l’interesse personale economicamente razionale dei rapporti di scambio“. Così intese, queste forme potrebbero essere denominate i principi sociale, politico ed economico dell’ordinamento della società.
Nella tipologia delle forme di integrazione di Polany vi sono due questioni aperte che è opportuno esaminare per valutarne il grado di compiutezza teorica, e cioè il problema della dominanza delle diverse forme di integrazione nelle diverse situazioni storiche e delle loro sequenze temporali e il problema dei meccanismi di transizione da una forma all’altra.
Polany dice chiaramente che le “forme di integrazione non rappresentano <stadi> dello sviluppo e non implicano alcuna sequenza temporale, e che, a fianco della forma dominante possono esisterne diverse altre, secondarie, e la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea“.
Polany, ostile ad una economia dominata unicamente dal mercato (ma lo è anche nei confronti di una economia rigidamente pianificata) non considera il capitalismo di mercato come il risultato di un processo storico di accumulazione del capitale e di liberazione della forza lavoro, di razionalizzazione degli orientamenti culturali e delle istituzioni, o di esplicazione delle energie dell’innovazione imprenditoriale, ma come la situazione storica in cui la forma di mercato autoregolato è dominante.
La sua ferma negazione della possibilità di configurare una sequenza di stadi nasce dal timore di presentare il capitalismo liberale come fase superiore dello sviluppo della società umana.

Polany va apprezzato in particolare per la sua critica della pretesa di universalità della teoria economica classica e neo classica, e per il suo apporto alla costruzione di un modello esplicativo del posto dell’economia nella società che si fonda sulla tipologia degli schemi di integrazione. L’ individuazione di una contraddizione del mercato autoregolato che è costretto ad asservire alla sua logica, la società, ed è nel contempo vittima della sua reazione, conserva una notevole forza interpretativa. E la critica dei modelli evoluzionistici e monocausali, che vedono nell’economia di mercato l’approdo naturale della storia umana e nello scambio utilitaristico la logica di forma regolativa per eccellenza dei rapporti sociali è molto attuale.
Basti pensare all’attuale dibattito sulla crisi e la riforma del welfare state, che Polany considerava come un movimento tendente a reincorporare l’economia nella società, e agli studi recenti intesi a porre in luce la crescente importanza di forme di economia informale e diffusa in tutti i paesi tardo – industriali, che offrono testimonianze diverse circa l’attualità delle tesi polanyane, come verifica della tesi della coesistenza di diversi schemi di integrazione dell’economia in una società storicamente data e della riemergenza di forme ritenute scomparse.
Dalla sua opera si possono trarre indicazioni assai stimolanti per affrontare alcune questioni fondamentali della ricerca storico/economica e socio/antropologica, e, in particolare: la questione del rapporto tra i tre schemi di integrazione e del passaggio dall’uno all’altro nelle varie situazioni storiche; il problema della perdurante importanza della reciprocità e della ridistribuzione in una società i cui valori egemoni sono l’individualismo e il razionalismo utilitaristico; la questione delle tensioni tra reciprocità e scambio, ovvero tra solidarietà ed efficienza e tra ridistribuzione e scambio, ovvero tra stato e mercato; la questione normativa, infine, della combinazione delle tre forme più adeguata a gestire i complessi problemi della società tardo industriali contemporanee.
Contribuendo ad analizzare le contraddizioni del complesso rapporto economia società e stimolando la ricerca intorno a questioni centrali nel dibattito intellettuale contemporaneo, Polanyi può costituire un efficace antidoto sia contro i difensori del mercato e del neo utilitarismo, sia contro i loro avversari sostenitori dell’economia pianificata.

“La grande trasformazione” è l’opera fondamentale di Polany; un opera al confine tra diverse discipline: Economia, sociologia, Storia, Antropologia. Scopo dell’opera è analizzare le origini politiche ed economiche e le cause del crollo di quella che Polany definisce ” la civiltà del diciannovesimo secolo “, ovvero del capitalismo industriale moderno, e in particolare la crisi della sua istituzione fondamentale, il mercato autoregolato, “fonte e matrice ” del sistema e innovazione fondamentale che ne spiega il carattere storicamente specifico e l’entità della grande trasformazione che esso ha comportato.
La tesi centrale è che il mercato autoregolato implicava una grande utopia, poiché esso non poteva esistere a lungo “senza annullare la sostanza umana e naturale della società“, cioè distruggendo l’uomo fisicamente e trasformando il suo ambiente in un deserto. Era quindi inevitabile che “la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso, essa ostacolava l’autoregolazione del mercato, disorganizzava la vita industriale e metteva così in pericolo la società in un altro modo”. Fu questo dilemma a spingere lo sviluppo del sistema di mercato in un solco preciso ed infine a far crollare l’organizzazione sociale che si basava su di esso.
La semplicità e unilateralità della sua tesi, Polany la giustifica in base alla straordinaria importanza del meccanismo istituzionale costituito dal mercato autoregolato per la nascita, lo sviluppo e la sopravvivenza di quel particolare stadio della storia della civiltà industriale, che è il capitalismo del XIX secolo.
Polany condivide con Marx la convinzione di una ineliminabile contraddizione nell’operare della società capitalistica. A differenza di Marx tuttavia egli identifica nel mercato e non nei rapporti sociali di produzione, il nucleo centrale del sistema e non considera questa società come il punto più alto dello sviluppo finora raggiunto dalla società umana, sia pure ancora appartenente alla “preistoria ” del genere umano, ma quasi, un caso patologico che non può che chiudersi tra i contorcimenti di una crisi violenta, perché ha violato alcuni principi fondamentali dell’integrazione sociale. Vi è, quindi un rovesciamento ancora più radicale che in Marx delle analisi e degli assunti dell’economia politica classica e del pensiero liberale. Non sono tanto le categorie di analisi della teoria economica che vengono criticate, ma i postulati utilitaristici e individualistici e l’abbandono da parte del pensiero economico liberale di una concezione che sappia inquadrare le attività economiche nei rapporti sociali.
Nel capitalismo liberale Polany individua una contraddizione di fondo, un conflitto insanabile tra mercato e società. L’economia, strutturandosi sulla base del mercato autoregolato, si è infatti separata radicalmente dalle altre istituzioni sociali e ha costretto il resto della società a funzionare secondo le leggi della sua propria organizzazione, trasformando in merci il lavoro e la terra e minacciando così di distruggere la natura e l’uomo. Di fronte a questo pericolo la società ha sviluppato processi di difesa che, a loro volta, hanno ostacolato il meccanismo fondamentale dello sviluppo capitalistico.
Buona parte della “La grande trasformazione” è dedicata all’analisi del “doppio movimento” originato dal tentativo di controllare questa contraddizione di fondo, cercando di far coesistere il meccanismo istituzionale del mercato libero e autoregolato con una serie di controlli sulle transazioni di forza lavoro, capitali e risorse naturali che rispondono a esigenze di integrazione e stabilità sociale. Questa situazione conduce ad uno scontro tra:
– liberalismo economico e protezione sociale, che hanno portato ad una forte tensione istituzionale;
– conflitto fra le classi che interagendo col primo punto ha portato alla catastrofe fascista:
Dopo l’enunciazione della tesi centrale del libro, Polany delinea nei primi due capitoli un affresco del capitalismo liberale del XIX secolo, ponendo l’accento sulle istituzioni e gli attori sociali fondamentali che hanno garantito una pace secolare dal 1815 al 1914. L’equilibrio di potere tra le grandi potenze del concerto europeo, ha avuto nell’agire dell’alta finanza internazionale il suo garante principale, e nella base aurea (moneta come mezzo di scambio legato all’oro; conseguenze: da un lato stabilità dei cambi che favorisce il commercio internazionale, dall’altra la crescita di importazione provoca un deflusso dell’oro ed una riduzione della quantità di moneta circolante e disponibile per pagamenti interni con la conseguenza di un calo delle vendite che colpisce le attività produttive e genera disoccupazione) e nel governo democratico costituzionale , i due requisiti istituzionali essenziali.
Ma l’istituzione fondamentale di tale assetto è stato il mercato autoregolato, e’ infatti l’emergere non più controllato delle sue contraddizioni latenti che determina la crisi delle altre istituzioni, dalla base aurea alla democrazia parlamentare , all’equilibrio pacifico tra le potenze, sconvolgendo la civiltà del XIX secolo.
Per comprendere i conflitti contemporanei è dunque necessario, secondo Polany, risalire alle origini del capitalismo liberale e analizzare le cause e le conseguenze di “quel rivolgimento sociale e tecnologico dal quale era sorta nell’Europa occidentale l’idea di un mercato autoregolato“. E dalla ricostruzione della crisi contemporanea si passa alla individuazione della specificità di un sistema economico di mercati autoregolati.
La ricostruzione delle origini del capitalismo industriale pone l’accento soprattutto sugli effetti dirompenti della introduzione della macchina e sui deliberati interventi del potere statale per liberalizzare i mercati del lavoro e della terra.
A Polany interessa l’identificazione di un meccanismo istituzionale di regolazione dell’economia, del tutto nuovo rispetto al passato e le contraddizioni che esso suscita, espresse nel doppio movimento del mercato auto regolato e della autodifesa della società. L’opera è costruita attorno a questo contrappunto che è espresso nei titoli delle due sezioni della parte seconda del libro: “I macchinari satanici ” e “L’autodifesa della società”
Polany afferma in polemica con gli economisti classici che il mercato autoregolato è solo uno dei meccanismi istituzionali di integrazione dell’economia, la cui assoluta novità rispetto agli altri tipi di attività commerciale che sono sempre esistiti, consiste nella subordinazione ad esso dell’intera organizzazione sociale. Questa subordinazione, a sua volta comporta la trasformazione in “merci fittizie ” del lavoro, della terra e del denaro, tre fattori che non sono prodotti per la vendita.
La finzione della merce, fornisce un principio di organizzazione vitale per un tipo di economia in cui nessun ostacolo deve essere posto al mercato autoregolato, al meccanismo dei prezzi e al libero gioco della domanda e dell’offerta.
E tuttavia, sostiene Polany, permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale, e sia pure anche solo, della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto, porterebbe alla demolizione della società. “La presunta merce forza lavoro non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati;. . . . e infine, gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e le siccità per le società primitive“.
Questa tensione fondamentale tra espansione del mercato e autodifesa della società spiega perché man mano che si sviluppava la produzione industriale, e cresceva l’importanza del mercato autoregolato (il quale doveva garantire la libera fornitura all’industria stessa del lavoro, della terra e della moneta trasformate in merci) si sviluppassero anche varie istituzioni protettive di tali elementi. Polany analizza in modo approfondito il conflitto tra le due esigenze contrastanti della libera circolazione delle merci fittizie nel mercato autoregolato e dei meccanismi di autodifesa della società (leggi sui poveri e pauperismo), al rapporto tra mercato e natura e alle tensioni distruttive che pongono in crisi l’ultima a cadere delle istituzioni liberali vale a dire il sistema monetario internazionale a base aurea. Parallelamente esamina sia il funzionamento delle istituzioni e il comportamento degli attori sociali e politici, sia il credo liberale e la teoria economica che legittimavano il nuovo ordine economico, anticipando i punti fondamentali della critica dell’Economia politica che svilupperà nelle opere successive.
A titolo di esemplificazione dell’argomentazione di Polany, ricordiamol’analisi della Speenhamland Law del 1795. Com’è noto, si trattava di una legge che decideva la quota di sussidio spettante a tutti i disoccupati e a tutti coloro che non erano in grado di percepire un salario pari al reddito familiare a loro assegnato, collegandola al prezzo del pane. Questa sorta di salario minimo garantito, indicizzato, impedì fino all’anno della sua abrogazione, nel 1834, la creazione di un mercato del lavoro libero perché scioglieva il legame tra entità della prestazione (tempo di lavoro) e salario per la maggioranza dei lavoratori inglesi dell’epoca, rimuovendo la principale motivazione al lavoro, che consisteva nel bisogno, e determinando una assuefazione all’assistenza.
Il conflitto tra il meccanismo liberistico e il principio utilitaristico che lo sorregge, da un lato, e le esigenze di solidarietà e di coesione sociale, dall’altro, sono analizzate con grande acutezza in questo come negli altri casi esaminati ricostruendo un processo continuo di interventi, che tuttavia non riuscirono a evitare il pieno dispiegarsi delle tensioni distruttive, che portarono al crollo della civiltà del XIX secolo.
Il conflitto tra liberismo economico e protezionismo sociale è non solo il tema centrale della Grande trasformazione , ma anche quello più squisitamente sociologico, in quanto affronta con originalità la questione sociologica classica dei fondamenti della solidarietà in una società individualistica e utilitaristica. La tradizione sociologica aveva già ampiamente sviluppato tale tema, e l’espansione dell’intervento statale in economia a seguito della grande depressione degli anni ’30 aveva riproposto con forza il problema. Polany tratta questa questione chiave della riflessione sociologica in modo originale , incentrandola sul rapporto economia – società e interpretando in questa chiave non solo la crisi del capitalismo liberale ma anche le reazioni politico – sociali del periodo tra le due guerre mondiali, dal New Deal americano alla pianificazione sovietica, ai tentativi di regolazione economica dei regimi autoritari di connotazione fascista.
Si tratta di una questione assolutamente centrale che si ripropone oggi nella forma della crisi del Welfare state e dei tentativi di ridefinire il ruolo, al fine di realizzare un compromesso soddisfacente tra efficienza economica fondata sulla competitività e equità sociale garantita da istituzioni di protezione sociale.

Ho in parte incluso l’analisi di Polany in questo capitolo: Le politiche dell’assistenza, in Paolo Ferrario, POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI, Carocci Faber, 2001, pagg. 37-54

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