PIERO DOMINICI, Ripensare l’educazione (#digitale) per la Società Ipercomplessa | da Fuori dal Prisma 8 dicembre 2016

L’educazione digitale e/o ai cd. nuovi media (definizione non più valida) continua ad essere ancora vista, in molti casi, come una questione soltanto di competenze, che va declinata soprattutto in termini di “saper fare”, “saper utilizzare”: un concetto che, ogni volta, viene espresso allargandolo ed estendendolo spesso più per mostrare, a livello di discorso pubblico, che la propria visione è sempre la più originale, nonostante l’evidenza della prassi e le esperienze mostrino che non è soltanto una questione di competenze, di “saper fare”, di “saper utilizzare” per fornire soluzioni in tempi brevi.

Oltre a questa dimensione, l’educazione digitale vien vista e presentata come lo strumento di tutela/protezione delle nuove generazioni dai rischi e dai pericoli determinati dalla rivoluzione digitale e, nello specifico, dall’avvento delle “nuove” tecnologie della connessione (cit.). Ma, anche in questo caso, si tratta di una visione limitante e limitata: la questione non può e non deve essere affrontata soltanto in termini di protezione e tutela, altrimenti torna ancora una volta il rischio di un approccio esclusivamente repressivo, riduzionistico, costruito sulla paura e sulla non-conoscenza (variabili collegate), schiacciato su mezzi e strumenti (reti e social compresi).

Mentre, ancora una volta, l’attenzione andrebbe posta sulle Persone, sul sistema di relazioni, sul contesto educativo e culturale, sui mondi vitali (!), in una prospettiva che – continuerò a ribadirlo sempre – non può che essere sistemica, multidisciplinare e interdisciplinare.

Gli obiettivi fondamentali dell’educazione digitale e, più in generale, tecnologica sono, a mio avviso, differenti e concernono molteplici livelli di analisi e intervento che provo a sintetizzare e richiamare in alcuni punti: 1) la cd. educazione digitale deve (dovrebbe) quanto meno accrescere la consapevolezza (su questo aspetto registro, ormai, un discreto consenso) rispetto alle molteplici variabili in gioco; 2) l’educazione digitale deve (dovrebbe) definire e creare le condizioni di un approccio realmente critico e sistemico alla trasformazione in atto: su tale aspetto, invece, c’è davvero tanto da lavorare, dal momento che certi concetti continuano ad essere usati, sostanzialmente, come slogans; 3) l’educazione digitale deve mettere in condizione le Persone (e i Cittadini) di affrontare e gestire le dinamiche e i processi che scaturiscono non soltanto dall’innovazione tecnologica, ma da numerosi altri fattori (economico, sociale, politico, culturale) che contraddistinguono il nuovo ecosistema; in maniera tale che giovani (e adulti) siano in grado, non soltanto di difendersi dai “lati oscuri” del digitale, di “saper utilizzare” gli strumenti e abitare i nuovi ambienti, ma anche, e soprattutto, siano in grado di saperne sfruttare i vantaggi e le enormi potenzialità sia per la condivisione di informazioni e conoscenza che per la costruzione/rafforzamento/intensificazioni delle reti di relazionalità (comunicazione vs. connessione).

Alla luce di queste brevi considerazioni – che andrebbero sciolte e argomentate – a mio avviso (e lo sostengo non da oggi), l’educazione digitale va profondamente ripensata e dovrebbe porsi anche altri obiettivi fondamentali, per certi versi, perfino ambiziosi. Proprio perché siamo nella Società Interconnessa/iperconnessa, proprio perché abitiamo il “nuovo ecosistema” e la cd. era dell’accesso (Rifkin) in cui le nuove disuguaglianze (sempre più marcate ed evidenti) e le nuove asimmetrie, riguardano da vicino l’accesso a risorse immateriali, la capacità di elaborare e condividere conoscenze e quella di organizzarle sistematicamente e funzionalmente – ebbene proprio in questa delicata fase evolutiva, l’educazione digitale si configura di fatto – deve diventare – come la “base” su cui edificare, socialmente e culturalmente, la nuova cittadinanza, il nostro vivere insieme, ripensando lo spazio relazionale e comunicativo (sono saltate da tempo anche le vecchie categorie di sfera pubblica e sfera privata) e provando a ridefinire il “contratto sociale”.

Detto in altri termini, non possiamo assolutamente accontentarci di accrescere la consapevolezza rispetto alle molteplici variabili in gioco (importante). L’educazione digitale va profondamente ripensata sulla base anche di una ridefinizione degli obiettivi fondamentali. Ciò implica il passaggio, tutt’altro che semplice e scontato, da una visione limitata dell’educazione digitale – e, sia chiaro, dell’educazione nel suo complesso – intesa come “strumento” (o insiemi di strumenti) e come insieme di “competenze” funzionali a preparare tecnicamente, ed al “saper fare”, i nostri giovani (e con loro, gli insegnanti, i dirigenti, le Persone etc.) ad una visione/concezione dell’educazione come cultura della complessità e della responsabilità, entrambe costruite dentro un’epistemologia dell’incertezza (Morin). Allo stesso tempo, va ripensata anche come insieme di strumenti complessi in grado di rendere effettivi diritti e doveri fondamentali per la stessa sopravvivenza delle moderne democrazie. Democrazie che appaiono in crisi, con una politica a dir poco marginale rispetto alla sfera dell’economia e della tecnocrazia e con un perdita di credibilità delle istituzioni che affonda le sue radici in sistemi sociali sempre più diseguali e asimmetrici, con distanze sempre più nette tra ricchi e poveri, tra chi può accedere ad un’educazione e formazione di qualità. La correlazione tra educazione e cittadinanza/inclusione si rivela, in tale prospettiva, ancor più evidente e conseguenziale. Perché non sono, e non saranno, la tecnologia e/o il digitale a determinare cittadinanza e inclusione, o a creare le famose “Teste ben fatte” (Montaigne). In tal senso, al di là di queste considerazioni preliminari, ci tengo a precisare che, a mio avviso, esiste un altro rischio, estremamente concreto: quello di pensare (e agire di conseguenza) che l’educazione digitale – e, con essa, la stessa cultura digitale …anzi le stesse culture digitali – sia una questione meramente “tecnica”, di “preparazione tecnica”, di “competenze” specifiche legate (esclusivamente) alla “natura” delle (nuove) tecnologie della connessione e dei nuovi ecosistemi/ambienti comunicativi.

Educare alla responsabilità, alla complessità, all’empatia… perché l’educazione digitale non è sufficiente

Occorre pertanto educare alla complessità per saperla riconoscere e gestire (?). Fondamentale, decisivo, strategico sia per le organizzazioni che per le democrazie, peraltro segnate da una profonda crisi. Eppure nella “società ipercomplessa” (2003), non è più sufficiente: sempre più di fondamentale importanza è saper anche comunicare questa (iper)complessità e ciò, evidentemente, riporta in primo piano (se ancora ce ne fosse bisogno) la questione delle conoscenze e delle competenze, oltre che l’urgenza di superare, una volta per tutte, le “false dicotomie” (Dominici 1998 e sgg.). Dico sempre: non basta più “sapere” e non basta più “saper fare”: dobbiamo necessariamente educare e formare a “sapere”, “saper fare”, ma anche, e soprattutto, a “saper comunicare il sapere” e a “saper comunicare il saper fare”. Si tratta di conoscenze e competenze ormai richieste in tutte le professioni ad elevato contenuto conoscitivo, che caratterizzeranno sempre più la “società della conoscenza” e l’economia della condivisione. Ecco perché non è possibile non tornare sulla centralità strategica di scuola e università, sui percorsi didattico-formativi che propongono e sui relativi obiettivi. E mi rendo conto, nel farlo – la cosa non mi preoccupa affatto – che corro il rischio di risultare ripetitivo ma, come sostengo da oltre vent’anni, è la “questione” delle questioni. Se non interverremo in maniera profonda e sistematica su tali dimensioni, ci ritroveremo in una condizione problematica di perenne ritardo culturale rispetto, appunto, alla complessità, multidimensionalità e ambivalenza dei processi di innovazione e mutamento.

Per queste ragioni, siamo tornati (e torniamo spesso) a ragionare sulla questione complessa della (iper)complessità e sulla centralità dell’educazione e dei processi educativi; e non possiamo fare a meno di rilevare come, attualmente, tutti ne parlino e, per certi versi, ciò costituisce senz’altro un aspetto positivo (anche così cambiano i climi culturali); si potrebbe dire, con uno slogan, “tutto è complessità” (allo stesso modo di “tutto è resilienza”), analogo all’altro famoso slogan “tutto è comunicazione”, che peraltro a tutto è servito meno che a chiarirne la natura complessa e ambigua, oltre che la rilevanza strategica; ecco, il rischio è proprio quello della banalizzazione, del discorso pubblico che, seguendo le consuete logiche della polarizzazione, struttura le agende delle opinioni pubbliche, lasciando pochissimo spazio all’approfondimento ed alla valutazione critica delle posizioni in campo.

Ma, nell’affrontare il tema (l’approccio) e le implicazioni della complessità, dobbiamo essere consapevoli della sua “natura” (lo stesso Edgar Morin parla di “natura della conoscenza” e di “conoscenza della conoscenza”), anche nel senso di come possiamo intendere la (iper)complessità, dal momento che – come detto – è essa stessa, complessa e ambivalente.

Una (iper)complessità che è COGNITIVA – SOGGETTIVA- SOCIALE – ETICA e che può essere intesa COME:
•RECIPROCITÀ DI INSIEMI E MOLTEPLICITÀ
•NUOVO PARADIGMA EDUCATIVO E FORMATIVO
•EPISTEMOLOGIA DELL’INTERDIPENDENZA PER LA «SOCIETÀ IPERCOMPLESSA/INTERCONNESSA»
•RIFLESSIONE SULLA COMPLESSITÀ STESSA
• APPROCCIO – ORGANIZZAZIONE DELLE ESPERIENZE E DEI SAPERI — CAOS e DISORDINE (OPPORTUNITÀ) — CULTURA dell’ERRORE
• PLURALISMO di PRINCIPI, VALORI e VISIONI
• VALORIZZAZIONE DELL’ETEROGENEITÀ
•URGENZA DI UN APPROCCIO INTERDISCIPLINARE E TRANSDISCIPLINARE

La consapevolezza della “natura” complessa della (iper)complessità deve (dovrebbe) condurci verso un’altra questione fondamentale: le false, e fuorvianti, dicotomie tra complessità e specializzazione, tra interdisciplinarità/multidisciplinarità e specializzazione che, bene ribadirlo con forza, non sono in alcun modo antitetiche, né tanto meno costituiscono/rappresentano delle dicotomie. Necessario ripartire dall’esigenza di coniugare teoria e ricerca/pratica, conoscenze e competenze (non soltanto “tecniche”), umano e tecnologico, non cadendo nella trappola, non soltanto argomentativa, dell’inutilità dei saperi (sulla questione della utilità/inutilità della conoscenza ci sarebbe da dire tantissimo: è il “concetto” su cui stiamo edificando le nostre scuole e le nostre università…ma ci torneremo ancora).

Su queste false dicotomie, d’altra parte, sono state costruite carriere, aree di potere, sfere di influenza, inespugnabili “torri d’avorio” e sono stati venduti tanti libri; e tutto questo anche, e soprattutto, a danno dei nostri giovani (purtroppo) e, più in generale, dell’evoluzione rimasta incompiuta della nostra cultura. A più riprese e in tempi non sospetti, abbiamo sottolineato il rischio di un’innovazione tecnologica senza cultura e di un declino che, come quello di tutti i Paesi più “avanzati”, parte proprio dalla Scuola e dall’Università, private o, quanto meno, indebolite rispetto alle loro funzioni vitali per una democrazia compiuta che intende fondarsi su cittadini e non sudditi, su una partecipazione concreta ed effettiva, e non simulata (abbiamo proposto, in passato, il concetto di “simulazione della partecipazione”). E NOI, come Comunità (non soltanto “scientifica” e dei saperi), paghiamo ancora un dazio pesantissimo per la persistenza e il radicamento di queste “false dicotomie” (Dominici) che innervano e strutturano la nostra Scuola e la nostra Università, la nostra ricerca e i relativi percorsi didattico-formativi. Il “mondo” e la “realtà”, non da oggi, sono complessi, anzi ipercomplessi ma, al di là del discorso pubblico che fa suoi, di volta in volta, temi e questioni considerati alla moda (trends), continuiamo a tenere ben separate le “due culture” e ad educare adottando modelli interpretativi lineari – quando poi non si presentano problemi di logica e analfabetismo funzionale, purtroppo molto diffusi – ricadendo puntualmente in interpretazioni deterministiche e riduzionistiche. Dobbiamo, pertanto, essere consapevoli – non soltanto a parole – che il futuro (come ripetiamo sempre, la “vera” innovazione, quella sociale e culturale) è di chi riuscirà a ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico, di chi riuscirà a ridefinire e ripensare la relazione complessa tra naturale e artificiale; di chi saprà coniugare (non separare) conoscenze e competenze; di chi saprà coniugare, di più, fondere le due culture (umanistica e scientifica) sia a livello di educazione e formazione, che di definizione di profili e competenze professionali (sulle competenze: non mi stancherò mai di ripeterlo, sono necessarie sia le hard che le soft skills…e, invece, continuiamo a far classifiche su tutto, anche su questi argomenti).

E, nel far questo, occorrerà prestare particolare attenzione alle continue tentazioni delle vie brevi, delle soluzioni semplici (di certo storytelling che quasi sostituisce la realtà), delle strade giù percorse e, per questo, rassicuranti che spesso nascondono soltanto interessi economici e di potere, visioni ideologiche rese ben visibili, oltre che accettabili e condivisibili, attraverso un’incessante attività di promozione e marketing degli eventi. […] “Innovare significa destabilizzare”, ma occorre, prima di tutto, educare e formare criticamente le persone a pensare con la loro testa e a vedere gli “oggetti” come “sistemi” (e non viceversa)*”.

In conclusione, ribadisco un concetto (che si sostanzia in un approccio) su cui lavoro da molti anni e che – avrete compreso – ritengo essenziale: la stessa definizione di educazione digitale va – come già detto – rivista, allargata ed estesa ad altri approcci, ad altre conoscenze e competenze – tra i due termini, mettendo al centro sempre quello di “educazione” – proprio perché non dobbiamo soltanto educare e formare “individui” consapevoli della complessità digitale (anche se sarebbe già un buon risultato), tecnicamente preparati; dobbiamo educare e formare Persone (prima) e Cittadini (poi) in grado di saper riflettere, pensare, argomentare, organizzare, in maniera logica, critica, corretta ed efficace; capaci di immaginare o, meglio ancora, riconoscere/saper riconoscere la complessità e i livelli di connessione e di relazione tra le Persone, tra i sistemi, tra le Persone e i sistemi. Approccio, metodo, conoscenze e competenze che devono essere una costante, un elemento di continuità nei percorsi didattico-formativi delle nostre scuole e delle nostre università.

Finché non prenderemo consapevolezza e non saremo in grado di chiarire questo “grande equivoco” (#CitaregliAutori) posto già alla base del dialogo (negato) tra i saperi e le competenze, alla base della vita pubblica e della democrazia, non riusciremo a correggere l’attuale rotta di navigazione che ci porta soprattutto ad adattarci al cambiamento e non a saperlo gestire e modificare.

Al di là dei tanti paradossi del mutamento in atto, il grande “equivoco”, nella/della civiltà ipertecnologica e ipercomplessa, è quello di continuare a pensare l’educazione e i processi educativi (vale anche per la formazione) come “questioni esclusivamente di natura tecnica”, un problema soltanto di “competenze” e di “saper fare”(punto e basta), un problema – una serie di problemi – da affrontarsi puntando tutto su velocità e simulazione. E continuando a riprodurre, a non correggere, la drammatica separazione tra formazione umanistica e formazione scientifica (di volta in volta, continueremo ad affermare che serve più l’una o più l’altra), siamo destinati a perder sempre più di vista l’insieme, il complesso, il globale, l’ALTRO DA NOI.

Detto in altri termini, dobbiamo ripensare e rivedere lo stesso concetto di “educazione digitale” che, di fatto, per come l’abbiamo immaginata e definita, rappresenta sempre più lo “strumento” complesso di definizione delle condizioni strutturali di una partecipazione “non simulata” e di una cittadinanza piena, effettiva, partecipata e – come ripeto spesso – “non eterodiretta”. Sempre in questa prospettiva: se non si ripensa l’educazione e, ancor di più, il pensiero sull’educazione, modificando in tale direzione le scelte e le strategie riguardanti sia la didattica che la formazione (continua e sistematica, con una parte flessibile e modulare) di tutte le figure coinvolte ai vari livelli anche decisionali, non andremo molto lontano e continueremo a tentare di cavalcare il mutamento ricorrendo alle solite vecchie logiche di breve periodo.

L’educazione digitale dev’essere immaginata e ripensata, comunque e sempre, nella direzione della costruzione sociale e culturale della Persona (prima) e del Cittadino (poi).


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Sorgente: Il grande equivoco. Ripensare l’educazione (#digitale) per la Società Ipercomplessa | Fuori dal Prisma

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