OCCUPAZIONE: NON TRUCCATE LE CARTE!, in Fondazione Anna Kuliscioff, MERCATO DEL LAVORO NEWS n. 44, 26 febbraio 2019

Entusiasmo governativo per i dati dell’Osservatorio sul Precariato dell’INPS relativi al 2018, appena pubblicati. Entusiasmo un po’ fuori luogo, nonostante l’euforia dei comunicati stampa.

Vediamo perchè.

I dati dell’Osservatorio INPS (ricordiamo che sono dati di flusso, ossia quante assunzioni e quante cessazioni ci sono state nel periodo considerato) confermano nella sostanza i dati di stock (cioè quanti occupati – disoccupati alla data considerata) pubblicati un mese fa da ISTAT; né avrebbe potuto essere diversamente in un periodo di riferimento di ben 12 mesi. I dati possono sembrare indicare tendenze differenti, ma vanno letti correttamente per riscontrare come vadano in una stessa direzione. A titolo di esempio: il dato annualizzato della variazione tendenziale dei rapporti di lavoro indica per dicembre 2018 + 431.000: significa che la somma algebrica delle variazioni positive-negative dei nuovi contratti attivati negli ultimi 12 mesi è pari a 431.000,  non che ci sono 431.000 occupati in più. Inoltre questo dato non tiene conto del fatto che più contratti possono essere stati in capo allo stesso lavoratore. Ci dà conto della fluidità del mercato del lavoro sui tempi medio-lunghi, non del numero di occupati. Che invece sono fotografati dall’ISTAT in numero di 202.000 in più rispetto a dicembre 2017, ma meno 76.000 rispetto a Maggio.

Il dato che suscita maggiore entusiasmo è quello tendenziale del numero di occupati , nonchè il saldo assunzioni/cessazioni nei 12 mesi 2018 rispetto a quelli 2017: 359.000 assunzioni in più, pari a +5%; di queste il 25% a tempo indeterminato, il 40% a termine. Tuttavia nel 2017 rispetto al 2016 la variazione positiva era stata del 18,8%. Il 2018 parrebbe dunque soltanto consolidare una ripresa occupazionale cominciata ben prima: purtroppo non è solo questo che giustifica in numeri in calo, pur se ancora positivi, come vedremo dopo.

Le cessazioni rispetto al 2017 aumentano di 394.000, cioè più delle assunzioni, anche se il bilancio resta positivo per circa 430.000 unità: un segnale significativo di contrazione della crescita, su scala tendenziale.

Infine: il dato annualizzato (cioè confrontato con i 12 mesi precedenti) delle attivazioni di nuovi rapporti di lavoro cala significativamente da settembre 2018: da aprile 2017 è sempre attorno o superiore a 500.000, a settembre 2018 sprofonda a 395.000.

 

L’altro dato enfaticamente segnalato è quello sui contratti a tempo indeterminato, effettivamente lusinghiero in termini tendenziali: le nuove assunzioni sono state 1.230.000 e le trasformazioni da apprendistato e contratto a termine 590.000 contro rispettivamente 1.140.000 e 300.000 del 2017. Gli incentivi attivati dal Governo Gentiloni hanno avuto un impatto significativo ma non determinante, pari circa all’8% complessivo di assunzioni/trasformazioni.

Passiamo adesso dall’esame dai dati tendenziali a quelli congiunturali (mese su mese). Se osserviamo l’andamento delle assunzioni nel 2018 vediamo che si scende dai 4.049.000 del primo semestre ai 3.370.000 del secondo, e negli ultimi due mesi a cifre inferiori alle 600.000 assunzioni e in particolare inferiori, per la prima volta nel 2018, ai corrispondenti mesi del 2017.

Le cessazioni aumentano da 3.115.000 del primo semestre a 3.873.000 del secondo.

La variazione netta a dicembre dei rapporti a tempo indeterminato in essere (ossia la somma algebrica dei contratti nuovi, delle trasformazioni e delle cessazioni) è negativa per 35.000 unità, per la prima volta nel 2018: i contratti a tempo indeterminato sono ancora in campo positivo ma la loro dinamica è orientata a calare.

Le assunzioni a tempo indeterminato sono state 665.000 nel primo semestre, 563.000 nel secondo. Quelle a termine rispettivamente 1.770.000 e 1.596.000. In sostanza diminuiscono entrambe in proporzione non dissimile.

In conclusione: il dato tendenziale, ossia il totale dei 12 mesi del 2018 rispetto ai 12 mesi del 2017,  è abbastanza lusinghiero, ma ahimè cambia segno se lo scomponiamo in dati congiunturali, ossia prendendo in considerazione le variazioni di ogni mese rispetto al precedente. In sostanza: i primi sei mesi hanno fatto segnare numeri piuttosto positivi sia per quanto concerne le assunzioni che il saldo assunzioni/cessazioni, che è pari a 934.000. Il che corrisponde al dato ISTAT sullo stock, che indica nel mese di Maggio 2019 il massimo di occupati (23.345.000). Il secondo semestre invece ha visto un forte calo delle assunzioni, come abbiamo visto, e soprattutto un aumento importante delle cessazioni (3.873.000 contro le 3.115.000 del primo semestre) con un saldo negativo: – 503.000!

Come già emergeva dai dati di stock di ISTAT il secondo semestre presenta un calo non drammatico ma costante di tutti gli indicatori occupazionali, e tutto ciò senza che vi sia un significativo spostamento dalle assunzioni a termine a quelle stabili: nel IV trimestre le seconde sono aumentate rispetto allo stesso periodo del 2017 del 13% e rispetto al III trimestre 2018 del 1% (ma diminuite del 9% rispetto al II trimestre e addirittura del 18% rispetto al primo). Le assunzioni a termine sono diminuite del 6% nel IV trimestre 2018 rispetto al primo e della stessa percentuale rispetto al IV trimestre 2017. Il che documenta la sostanziale ininfluenza del Decreto Dignità nello spostare l’occupazione da temporanea a stabile.

Concludendo: l’occupazione nel suo complesso torna a scendere, e finora non si vista nessuna misura di contrasto efficace. Millantare crescita è truffaldino, oppure indica l’incapacità di rendersi conto di ciò che descrivono i dati: da sei mesi l’occupazione scende, e la crescita dei primi sei mesi non può certo essere rivendicata dal governo giallo-verde.

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