citazioni di EUGENIO BORGNA in tema di morte volontaria (in particolare nel libro L’attesa e la speranza), a cura di Luciana Quaia, aprile 2019

 

quando le vicende della vita accadono a distanze più ravvicinate delle normali relazioni pubbliche, è inevitabile che il pensiero vi si soffermi più spesso, forse nella pretesa di trovare qualche spiegazione o, più semplicemente, di poter partecipare a destini che prima o poi, nelle variabili forme, ci riguardano tutti.

E così dopo il tuo racconto mi sono andata a rileggere Eugenio Borgna, che tanto delle sue opere ha dedicato al tema della morte volontaria.

Ricordavo in particolare il libro L’attesa e la speranza, probabilmente perché sono questi i due aspetti della condizione umana che più sento vicini agli ambiti di cui mi occupo professionalmente e, non ultimo, perché il tempo passa e nel suo vortice trascina anche noi stessi con le nostre paure costellate appunto di angosce di attesa e di illusioni di speranze.

Mi è venuta voglia di trascriverti alcuni passaggi.

Chiaramente Borgna si interroga e ragiona e racconta di casi personali su cui è stato possibile, forse, intervenire (senza precludere la recidiva). Ma molte delle sue pagine indagano anche su morti “celebri” e la sua ricerca si sofferma sull’indagine di poesie, parole, diari per tentare di trovare la chiave di accesso a mondi inesplorati, o le risposte ai tanti perché posti da chi resta.

Come, con quali parole e con quali gesti, con quali angosce e con quali speranze, ciascuno di noi si accompagna lungo il cammino frastagliato e insondabile della malattia e della disperazione – che non sempre è malattia – verso la notte e il silenzio della morte e del morire?

Come distinguere il desiderio effimero e futile della morte dal desiderio inesorabile e implacabile, dal fascino stregato e incomprensibile di una morte in cui (sola) sembra riflettersi il senso, il nonsenso, della vita bruciata dalle illusioni falciate dai crudi disegni del reale?

Con quali sguardi e con quale volto, con quali speranze e con quale disperazione, confrontarsi con le cifre illeggibili a volte dei fantasmi e dei pensieri, delle angosce e delle ossessioni, dei desideri di una morte volontaria?

Ovviamente a queste domande dolorose e crudeli non è possibile consegnare se non risposte indiziarie e inquiete che si sottraggano ad ogni generalizzazione e ad ogni trionfale razionalizzazione …

Gli angeli rilkiani

Non c’è, forse, altra esperienza emozionale nella quale ciascuno di noi può precipitare in vortici e abissi di insignificanza: come quella dell’angoscia che è sempre anticipazione (presentimento) delle figure del nulla, Gli angeli rilkiani non conoscono l’angoscia che si delinea e si svolge nella sola condizione umana: con le sue antinomie e le sue contraddizioni, con le sue penombre e le sue ombre, con la sua libertà e illlibertà.

Quando l’angoscia, l’angoscia che è angoscia della morte e del morire, scende in noi, nel nostro cuore e nella nostra immaginazione, siamo ancora liberi ma non siamo più liberi: siamo da essa assediati senza sapere da dove nasca e a cosa tenda; e in essa sperimentiamo la concretezza e la evanescenza delle cose: la loro atmosfericità e la loro matericità, la loro ossessività e la loro inconsistenza, la loro fascinazione gorgonica e la loro radente frantumazione.

Dagli abissi della morte risale, così, il richiamo (la voce e il silenzio delle sirene) della morte volontaria. Morire come se non morissimo mai altrimenti che all’infinito.

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