Brexit: le tappe della uscita dall’Europa della Gran Bretagna, da Corriere della sera 18 ottobre 2019

bre2277

19 ottobre 2019

Dopo tre anni di negoziati e dopo che il Parlamento britannico ha bocciato tre intese, ieri la Commissione europea e il governo di Boris Johnson hanno trovato un accordo sulla Brexit. «Abbiamo ottenuto insieme un risultato giusto e ragionevole che corrisponde ai nostri principi», ha detto il caponegoziatore della Brexit per l’Ue, Michel Barnier. Dopo il via libera arrivato in serata dal Consiglio europeo, servirà ora l’approvazione del Parlamento europeo (cosa che appare scontata) e di quello britannico (e qui il via libera sarà più complicato: a Johnson mancano 35 voti). Johnson ha definito «grandioso» l’accordo e ha invitato il Parlamento britannico ad approvarlo nella seduta speciale fissata per domani. Se tutto andrà bene, il prossimo 31 ottobre si avrà un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione europea. Di fatto Johnson ha dovuto fare tre grandi concessioni per venire incontro alle richieste dell’Ue, tre compromessi che non faranno più parte di un periodo di transizione, come prevedevano gli accordi precedenti negoziati dal governo di Theresa May, ma che sono definitivi. Eccoli:
• Primo: dopo il periodo di transizione, cioè un anno e mezzo in cui Ue e Regno Unito si prepareranno per l’uscita definitiva, Londra si impegna a non fare concorrenza sleale ai paesi europei nei campi dell’energia sostenibile e dei diritti dei lavoratori (è il cosiddetto level playing field).
• Secondo: l’Irlanda del Nord rimarrà nel territorio doganale britannico – cioè applicherà gli stessi dazi validi nel resto del paese per i prodotti importati dall’estero – ma al contempo sarà allineata all’unione doganale europea, che stabilisce dazi uguali in tutta l’Ue. La conseguenza di questa ambiguità è che ci saranno dei controlli, presumibilmente nel mare di Irlanda: i dazi britannici saranno applicati a tutti i prodotti che non «corrono il rischio di essere commerciati nell’Ue», che cioè resteranno nell’Irlanda del Nord, mentre per tutti gli altri prodotti verranno applicati i dazi europei. Il governo precedente di Theresa May non prese nemmeno in considerazione questa ipotesi perché secondo loro introdurre controlli fra Irlanda del Nord e resto del paese violava l’integrità territoriale del Regno Unito.
• Terzo: il partito che rappresenta gli unionisti irlandesi – il Dup, che appoggia il governo Johnson – non avrà più il diritto di respingere le condizioni dell’accordo per l’Irlanda del Nord, come prevedeva la prima proposta di Johnson. Questa opzione è stata sostituita da un voto che l’intero Parlamento nordirlandese terrà dopo quattro anni dell’entrata in vigore dell’accordo.
L’unico punto che al momento rimane in sospeso è il regime dell’Iva in Irlanda del Nord, di cui il testo dell’accordo parla in maniera generica. L’Unione Europea aveva proposto che fosse allineato a quello europeo, cioè in sostanza a quello dell’Irlanda, ma in questo modo il Regno Unito avrebbe perso una certa quota di sovranità fiscale sull’Irlanda del Nord.
Il parlamento britannico voterà sabato. Era del 1982 che la Camera non si riuniva durante il weekend. Se il parlamento dirà sì all’accordo, scatterà un periodo di transizione fino a dicembre 2020 durante il quale, di fatto, non cambierà nessuna delle regole attuali né per le persone né per le imprese (turisti e studenti compresi). Se il Parlamento boccerà l’accordo, la Brexit potrà essere prorogata a gennaio oppure, in caso di uscita con il No deal, il governo britannico varerà misure di emergenza che equivarranno alla fase di transizione. Per cui Brexit o no, per i prossimi 14 mesi non cambierà nulla.

Secondo dati ufficiali dello stesso governo britannico, la versione di Brexit di Johnson ridurrebbe il Pil britannico del 6,7% rispetto alla situazione esistente, mentre l’intesa May lo avrebbe ridotto del 3,9 per cento [Degli Innocenti, Sole]. All’Ue la Gran Bretagna dovrà comunque saldare il cosiddetto «conto del divorzio», stimato in circa 40 miliardi di euro [Cds].

«Non sono bastati a “corromperli” neanche i miliardi – di investimenti – che ha promesso loro Johnson in cambio di sostegno. Eppure il Dup (il partito nordirlandese che finora ha sostenuto il governo), ieri scaricato da Johnson, è stato a lungo alleato del partito conservatore e la stampella di Theresa May in Parlamento. Ma gli unionisti nordirlandesi come Nigel Dodds [viceleader del Dup], spesso a torto considerati torvi, “campagnoli” e scontrosi dalla vulgata etoniana di Westminster, sono estremamente ideologici. Il legame indissolubile con Londra, prima di tutto. Poi il resto. «Siamo solidi come la roccia di Gibilterra!”, ci dice il pugnace Sammy Wilson, il n.3 del partito e responsabile Brexit nel Dup, “non ci scalfiranno mai. Sabato saremo uniti e butteremo a mare l’accordo”» [Antonello Guerrera, Rep.].

Con l’annuncio dell’accordo ieri la sterlina ha prima toccato i massimi da cinque mesi per poi indebolirsi in seguito alla notizia che il Dup non avrebbe sostenuto l’accordo.

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