Iraq: Usa uccidono il generale iraniano Soleimani, articoli in La Stampa segnalati da Maurizio Molinari, 4, 5 gennaio 2019

Il raid di Baghdad scuote il Medio Oriente: ucciso con i droni il braccio destro militare di Khamenei.

Il presidente Usa: Qassem Soleimani andava fermato, preparava attacchi contro americani.

Teheran promette vendetta: “Vi serviranno molte bare”.

Ue e Italia: basta ritorsioni. Intervista a Bremer: l’Iran aveva superato il limite, vi saranno ritorsioni e attentati ma nessun conflitto.

Il silenzio di Conte e l’imbarazzo grillino mentre Salvini ringrazia gli Usa.

Il commento: dietro il blitz Usa, il potere della deterrenza

A Baghdad l’ira degli sciiti ai funerali del generale dei pasdaran Soleimani ucciso dagli Usa. Teheran minaccia: possiamo colpire 35 obiettivi Usa e Tel Aviv.

La replica di Trump: toccate un solo cittadino americano e colpiremo 52 vostri siti. Razzi contro l’ambasciata Usa a Baghdad. Cinquemila soldati americani pronti a sfidare le milizie sciite.

Pompeo: delusi dall’Ue. Conte: no all’escalation. Nella base irachena dei nostri soldati: ore scandite dalle sirene.

Il politologo Pipes: Soleimani voleva colpire gli Usa per ridurre il sostegno alle rivolte popolari in Iraq e Libano.

L’attivista per i diritti umani Boroumand: senza Soleimani, il potere di Khamenei è indebolito.

L’analisi di Valensise: l’Italia spettatrice attonita.

L’editoriale: poker fra grandi potenze per l’egemonia nel Grande Medio Oriente.


La Stampa, domenica 5 gennaio 2020
L’e­li­mi­na­zio­ne di Qas­sem Su­lei­ma­ni da par­te dei dro­ni del Pen­ta­go­no è un tas­sel­lo del­la sfi­da stra­te­gi­ca che ve­de la re­gio­ne del Gran­de Me­dio O­rien­te – dal Magh­reb all’Af­gha­ni­stan – con­te­sa fra quat­tro po­ten­ze por­ta­tri­ci di in­te­res­si ri­va­li: l’I­ran di Ali Kha­me­nei, la Tur­chia di Re­cep Tayyp Er­do­gan, la Rus­sia di Vla­di­mir Pu­tin e gli Sta­ti U­ni­ti di Do­nald Trump. È uno sce­na­rio che con­trap­po­ne lea­der, ar­ma­men­ti, ri­sor­se ed al­lea­ti in un mo­sai­co di con­flit­ti di di­men­sio­ni e in­ten­si­tà va­ria­bi­li ma con una co­stan­te: la de­ter­mi­na­zio­ne di o­gnu­no dei quat­tro ri­va­li ad im­por­si su­gli al­tri. Nell’e­vi­den­te as­sen­za di pro­ta­go­ni­sti eu­ro­pei per le la­ce­ra­zio­ni in­ter­ne all’Ue e l’in­ca­pa­ci­tà di chi ten­ta di a­gi­re da so­lo – co­me la Fran­cia in Magh­reb – di ot­te­ne­re ri­sul­ta­ti ca­pa­ci di es­se­re du­re­vo­li.

La Mez­za­lu­na scii­ta
L’I­ran pun­ta all’e­ge­mo­nia sul Me­dio O­rien­te sfrut­tan­do l’in­de­bo­li­men­to de­gli Sta­ti a­ra­bo-sun­ni­ti per af­fer­ma­re i pro­pri in­te­res­si. Lo stru­men­to so­no le mi­li­zie scii­te lo­ca­li crea­te, ar­ma­te, ad­de­stra­te e gui­da­te dal­la For­za Al Quds dei Guar­dia­ni del­la ri­vo­lu­zio­ne, gui­da­ta ne­gli ul­ti­mi 22 an­ni da Qas­sem So­lei­ma­ni. Gli Hez­bol­lah in Li­ba­no, le mi­li­zie scii­te che han­no sal­va­to il re­gi­me di As­sad in Si­ria e i nuo­vi Hez­bol­lah i­ra­che­ni for­ma­no una “Mez­za­lu­na scii­ta” che con­sen­te di a­ve­re una con­ti­nui­tà ter­ri­to­ria­le dall’I­ran al­le co­ste del Me­di­ter­ra­neo, pre­men­do da Nord sul ne­mi­co di sem­pre: l’A­ra­bia Sau­di­ta lea­der dell’I­slam sun­ni­ta. L’in­ten­to di Kha­me­nei è as­se­dia­re i sau­di­ti e per que­sto la For­za Al Quds so­stie­ne an­che i ri­bel­li hou­thi in Ye­men – che ber­sa­glia­no l’A­ra­bia con dro­ni e in­cur­sio­ni – e ten­ta di fo­men­ta­re ri­vol­te scii­te nel­le re­gio­ni sau­di­te o­rien­ta­li e nel Bah­rein. L’al­tro tas­sel­lo è Ga­za, do­ve l’I­ran ar­ma la Ji­had i­sla­mi­ca pa­le­sti­ne­se pia­ni­fi­can­do un con­flit­to con­tro I­srae­le an­che qui su più fron­ti: Hez­bol­lah da Nord, mi­li­zie scii­te dal­la Si­ria e ji­ha­di­sti pa­le­sti­ne­si dal­la Stri­scia.
La stra­te­gia i­ra­nia­na è as­se­dia­re A­ra­bia Sau­di­ta ed I­srae­le con con­flit­ti i­bri­di af­fi­da­ti a mi­li­zie e guer­ri­glie per tra­sfor­ma­re la “Mez­za­lu­na scii­ta” nell’u­ni­ca a­rea di sta­bi­li­tà e si­cu­rez­za re­gio­na­le. A tal fi­ne ser­ve an­che il con­trol­lo del­le rot­te ma­rit­ti­me: da qui la cre­sci­ta del­le at­ti­vi­tà na­va­li dei pa­sda­ran con i bar­chi­ni e le mi­ne nel Gol­fo ca­pa­ci di mi­nac­cia­re pe­tro­lie­re stra­nie­re e na­vi del­la flot­ta Usa. Ma ciò che più con­ta in Me­dio O­rien­te è proiet­ta­re po­ten­za. Da qui i due pi­la­stri del­la stra­te­gia di Kha­me­nei: il pro­gram­ma nu­clea­re – le­git­ti­ma­to dall’in­te­sa di Vien­na del 2015 – di cui ora l’Aiea so­spet­ta a­spet­ti mi­li­ta­ri e lo svi­lup­po di un for­mi­da­bi­le ar­se­na­le ba­li­sti­co in­clu­si mis­si­li in­ter­con­ti­nen­ta­li ca­pa­ci di por­ta­re te­sta­te a­to­mi­che.

Il pro­get­to neo-ot­to­ma­no
Il pre­si­den­te tur­co ha l’am­bi­zio­ne di strap­pa­re all’A­ra­bia Sau­di­ta la lea­ders­hip dell’I­slam sun­ni­ta e per far­lo si muo­ve su tre tea­tri. Il pri­mo è la Si­ria do­ve gli in­ter­ven­ti di ter­ra con­tro i cur­di ad A­frin e nel Nord han­no crea­to al­tret­tan­te en­cla­ve tra­sfor­man­do Er­do­gan nel pro­tet­to­re dei sun­ni­ti da­van­ti al ri­sor­to re­gi­me di As­sad. Il se­con­do è il so­ste­gno al­la Fra­tel­lan­za Mu­sul­ma­na ov­ve­ro il mo­vi­men­to sun­ni­ta che pro­fes­sa l’I­slam po­li­ti­co ed è con­si­de­ra­to da Riad il suo più pe­ri­co­lo­so av­ver­sa­rio. In que­sta scel­ta Er­do­gan ha per al­lea­to il Qa­tar, con cui ha si­gla­to un ac­cor­do stra­te­gi­co che pre­ve­de an­che trup­pe tur­che a Do­ha. O­vun­que vi so­no Fra­tel­li mu­sul­ma­ni ar­ri­va il so­ste­gno tur­co: av­ven­ne in E­git­to quan­do il pre­si­den­te era Mor­si, av­vie­ne ora a Tri­po­li e Mi­su­ra­ta a so­ste­gno del pre­si­den­te Feyez al-Sar­raj. An­che fra i pa­le­sti­ne­si di Ge­ru­sa­lem­me Est e gli a­ra­bo-i­srae­lia­ni in Ga­li­lea Er­do­gan si fa spa­zio gra­zie al­la Fra­tel­lan­za. Il ter­zo tea­tro è in­ve­ce il Cor­no d’A­fri­ca do­ve im­pre­se tur­che o­pe­ra­no por­ti, ae­ro­por­ti e fer­ro­vie nell’a­rea di Mo­ga­di­scio al fi­ne di i­po­te­ca­re le rot­te fra l’O­cea­no In­dia­no ed il Mar Ros­so. La cor­sa al­la lea­ders­hip sun­ni­ta ri­spol­ve­ra l’e­re­di­tà ot­to­ma­na del­la Tur­chia, con­sen­ten­do­le di riac­qui­sta­re un ruo­lo di lea­der ne­gli stes­si spa­zi, dal Magh­reb al Gol­fo Per­si­co, che ap­par­ten­ne­ro al Sul­ta­no di Co­stan­ti­no­po­li pri­ma dei mo­der­ni Sta­ti a­ra­bi.

Il do­mi­no rus­so
Dall’in­ter­ven­to mi­li­ta­re in Si­ria nel set­tem­bre 2015, Pu­tin  per­se­gue l’o­biet­ti­vo di rias­se­gna­re al­la Rus­sia il ruo­lo da pro­ta­go­ni­sta in Me­dio O­rien­te che a­ve­va l’Urss fi­no al 1991. E lo fa con la tat­ti­ca del do­mi­no: una mos­sa do­po l’al­tra, in ra­pi­da suc­ces­sio­ne, a­van­zan­do ove pos­si­bi­le. A­ver sal­va­to il re­gi­me di As­sad dal crol­lo gli ga­ran­ti­sce non so­lo le ba­si ae­ree e na­va­li sul Me­di­ter­ra­neo ma una piat­ta­for­ma o­pe­ra­ti­va sul­la qua­le ha ce­men­ta­to in­te­se con i mag­gior part­ner del­la re­gio­ne: con I­ran e I­raq con­tro i ji­ha­di­sti sun­ni­ti, con la Tur­chia per por­re fi­ne al­la guer­ra ci­vi­le si­ria­na, con I­srae­le per la si­cu­rez­za nei cie­li. E a­des­so sta ri­pe­ten­do l’o­pe­ra­zio­ne in Li­bia: l’in­vio dei mer­ce­na­ri di “Wa­gner” a fian­co del ge­ne­ra­le Haf­tar se­gue in­te­se con l’E­git­to ed i Pae­si del Gol­fo seb­be­ne sia­no al­lea­ti di fer­ro di Wash­ing­ton. O­vun­que Pu­tin si pre­sen­ta co­me il di­fen­so­re del­la sta­bi­li­tà de­gli Sta­ti a­ra­bi e­si­sten­ti, l’av­ver­sa­rio spie­ta­to dei ji­ha­di­sti e il ga­ran­te di e­qui­li­bri in­clu­si­vi con tut­ti tran­ne gli Sta­ti U­ni­ti, che pun­ta a in­de­bo­li­re o­vun­que. An­che nel­le ac­que dell’O­man con le i­ne­di­te ma­no­vre na­va­li con I­ran e Ci­na. Die­tro a tut­to ciò c’è la  vo­lon­tà di as­si­cu­rar­si il con­trol­lo del­le rot­te del gas na­tu­ra­le nel Me­di­ter­ra­neo O­rien­ta­le e nel Gol­fo che po­treb­be­ro com­pe­te­re con i pro­pri gia­ci­men­ti. E poi c’è la no­vi­tà del soft po­wer rus­so: re­ti tv e si­ti web in o­gni lin­gua  re­gio­na­le per im­por­si an­che sul fron­te dei me­dia.

Il ri­tor­no de­gli Usa
Kha­me­nei, Er­do­gan e Pu­tin so­no di­ven­ta­ti pro­ta­go­ni­sti in Me­dio O­rien­te sfrut­tan­do a­bil­men­te gli er­ro­ri dell’am­mi­ni­stra­zio­ne O­ba­ma – dall’in­sta­bi­li­tà crea­ta in Li­bia nel 2011 al man­ca­to in­ter­ven­to in Si­ria nel 2013 fi­no all’a­val­lo al nu­clea­re i­ra­nia­no nel 2015 – a cui ora Trump vuo­le por­re ri­me­dio con una stra­te­gia su quat­tro bi­na­ri. Pri­mo: guer­ra sen­za quar­tie­re a I­sis e grup­pi ji­ha­di­sti co­me l’e­li­mi­na­zio­ne di Al-Bagh­da­di ha di­mo­stra­to. Se­con­do: raf­for­za­re l’al­lean­za con Sta­ti sun­ni­ti e I­srae­le, por­tan­do­li ad un pat­to re­gio­na­le sul­la si­cu­rez­za e il com­mer­cio. Ter­zo: as­se­dia­re l’I­ran con san­zio­ni e­co­no­mi­che e pres­sio­ne mi­li­ta­re – co­me il raid con­tro So­lei­ma­ni con­fer­ma – per far de­ra­glia­re la “Mez­za­lu­na scii­ta”. Quar­to: ri­de­fi­ni­re la pre­sen­za stra­te­gi­ca nel­la re­gio­ne con u­ni­tà ae­ro­na­va­li e ar­ma­men­ti hi-tech ma di­mi­nuen­do i con­tin­gen­ti di ter­ra e­re­di­ta­ti dai pre­de­ces­so­ri. Si spie­ga­no co­sì an­che i ne­go­zia­ti in Af­gha­ni­stan con i ta­le­ban per por­re fi­ne all’in­ter­ven­to i­ni­zia­to nel 2001.

Maurizio Molinari

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