SORGI Marcello, Presunto colpevole. Gli ultimi giorni di Craxi, Einaudi, 2020. indice del libro

 

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Presunto colpevole. Gli ultimi giorni di Craxi di Marcello Sorgi (Einaudi). Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera:

«“La mattina del 19 gennaio Stefania Craxi è appena arrivata a Hammamet. Bettino, a guardarlo, fa molta pena: è magrissimo, come non è mai stato, le gambe sembrano trespoli, il collo e le spalle sono cadenti. Ma sta in piedi, sorride, finalmente. Dopo averlo visto per settimane sulla sedia a rotelle, debole, accasciato, bisognoso di aiuto per qualsiasi cosa, oggi sua figlia è felice. ‘Stasera andiamo a cena fuori’, propone Stefania, e lui non risponde, perché non sa se riuscirà a sostenere un’uscita…”. Sono passati vent’anni da quei giorni. Marcello Sorgi li racconta in Presunto colpevole, libro […] ricco di rivelazioni e racconti inediti. Come quello dettagliato della morte del leader socialista, restituito dalla figlia: “Verso le due e mezza, mi avvisa che va a stendersi sul letto, per riposarsi. Mi chiede anche di fargli portare un bicchiere d’acqua. La tavola è già sparecchiata. Vado in cucina a prenderglielo e dopo due minuti entro nella sua stanza. Sembrava che dormisse, girato su un fianco, la faccia rivolta verso il muro. Mi avvicino facendo piano, non volevo svegliarlo. Forse avverte la mia presenza, si gira, apre gli occhi, fa per sollevarsi e poi cade riverso. Lo chiamo, non risponde. Corro a cercare il medico, ma non c’è più nulla da fare”. La fine di Craxi assomiglia abbastanza a un suicidio. È la tesi di alcuni tra i vecchi compagni socialisti: Bettino sceglie di restare in Tunisia, essere operato in condizioni precarie, morire ed essere sepolto là. Il suo mondo era già finito. Lo dice ora Fabrizio Cicchitto: “Bettino si è lasciato andare perché ha capito che la sua epoca, il suo ruolo politico non potevano tornare. È stato un suicidio nella forma di un lieto addio alla vita”. “Lo sai, no, che è l’ultima volta che ci vediamo?”, chiede Craxi a Francesco Cossiga, che è venuto a trovarlo qualche giorno prima del Natale 1999. E la diabetologa Ornella Melogli, che arriva dal San Raffaele per visitarlo e medicargli il piede piagato (“un foruncolone” secondo Di Pietro), lo vede strapparsi subito dopo le bende e camminare a piedi nudi sullo sterrato, incurante della malattia che finirà per ucciderlo. Il premier era Massimo D’Alema, che offrì il funerale di Stato, rifiutato dalla famiglia; proprio come la famiglia Moro aveva rifiutato lo stesso onore. Confida lo stesso D’Alema a Sorgi: “La proposta conteneva un sincero riconoscimento al ruolo politico di Craxi. Non avevamo condiviso la decisione dei magistrati di Milano di non farlo rientrare senza imporgli l’arresto. Era stata una risposta corporativa, dettata da cecità politica, all’iniziativa del governo per un gesto che avrebbe avuto un grande valore conciliativo. L’offerta dei funerali di Stato era il nostro modo, pubblico, di prendere le distanze”. Tra i molti spunti che offre il libro, c’è il tentativo di rispondere a una domanda che molti socialisti si fecero al tempo: quanto c’entrano gli americani con la rovina politica di Craxi? Non è in discussione la violazione delle norme sul finanziamento illecito ai partiti. Ma perché proprio nel 1992 si mette in moto il processo che porterà al crollo dei partiti della Prima Repubblica, alla fine di un’intera classe politica, alla liquidazione delle aziende di Stato? Sorgi cita le carte della Cia, le visite di Di Pietro al consolato americano di Milano. Ricostruisce i giorni di Sigonella e le divergenze con Reagan. Molto interessante pure il capitolo che getta nuova luce sui tentativi di Craxi di aprire un canale con le Br, anche d’intesa con una parte della Democrazia cristiana. Ma le pagine che inevitabilmente restano più impresse sono quelle sulla fine dell’uomo che fu il più potente d’Italia. “Tornati a casa dal funerale, rimettendo in ordine la stanza in cui Craxi è morto, si trova sotto il letto un foglio di carta con il suo ultimo appunto, scritto poco prima della fine. Si può dire che sono le sue ultime parole. Eccole: ‘In questo processo, in questa trama di odio e di menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. La sacrifico volentieri. Dopo quello che avete fatto alle mie idee, la mia vita non ha più valore. Sono certo che la storia condannerà i miei assassini. Solo una cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno’”».


Al Teatro Franco Parenti di Milano presentazione di Presunto colpevole. Gli ultimi giorni di Craxi di Marcello Sorgi (Einaudi) (ore 18.30). Mario Ajello su Il Messaggero: «Ci furono o non ci furono le influenze degli Stati Uniti sui giudici di Mani pulite e sull’inchiesta che portò alla liquidazione di Craxi? Molti socialisti hanno sempre pensato e detto di sì. Prendendosi spesso l’etichetta di cospirazionisti. Eppure, leggendo le carte della Cia e mettendo insieme con la tecnica dello storico sperimentato i vari documenti e i tasselli riguardanti l’epilogo di Bettino, Marcello Sorgi, che non è certo un dietrologo, offre nuovi spunti di ragionamento e particolari trascurati o sconosciuti su questa vicenda. “Che qualcosa ci sia stato, e il lavoro dei pm di Mani pulite abbia potuto essere monitorato dall’occhio attento degli osservatori Usa, questo è sicuro”: così scrive Sorgi, nel suo bel libro. […] È intrigante la riflessione, condotta con lo sguardo del cronista e senza svolazzi politologici, sui destini paralleli di Craxi e Moro, sulle due trattative fallite per liberarli. Gennaro Acquaviva che sorprende Craxi in lacrime – mentre sta leggendo la lettera dalla “prigione del popolo” in cui Moro gli chiede di attivarsi per la liberazione – è una scena forte del libro. Così come lo sono quelle contenute nel capitolo “La Cia in casa”. Leggendo queste pagine, non si riesce a credere che Tangentopoli possa essere stata soltanto il frutto di un’inchiesta giudiziaria, per quanto molto potente. Senza il concorso di fattori internazionali, non si azzera una classe dirigente, non si destabilizza il Paese. Ecco, allora, il racconto degli intrecci tra i magistrati della Procura di Milano e il consolato americano a Milano guidato da Peter Semler. O quanto aveva scritto Daniel Serwer, incaricato d’affari presso l’ambasciata americana a Roma, in un dispaccio inviato a Washington nel ’93, sulla base di informazioni ricevute da parte di magistrati di Milano: “Si dice che un protagonista dell’inchiesta potrebbe essere un pupazzo manovrato dagli Usa”. Probabilmente il riferimento è a Di Pietro. E ancora Serwer, in un’intervista molto successiva: “I politici che cadevano, Andreotti, Craxi, Martelli, erano nostri amici, ma non facemmo nulla per proteggerli. L’impressione generale è che fosse venuta l’ora di ripulire le cose”. Di più: “Se Di Pietro ci avesse chiesto aiuto glielo avremmo dato, nell’ambito di ciò che consentivano le nostre leggi”. I rapporti tra Di Pietro e il console Semler erano stati fitti sia prima che nella fase calda dell’inchiesta. Alla fine del ’91, il pm aveva anticipato al console l’arresto di Mario Chiesa e praticamente gli aveva predetto tutto il cataclisma che stava per accadere. “Mi disse – ha raccontato l’amico americano – che le indagini avrebbero raggiunto la Dc e Bettino Craxi”. Il plot che Sorgi, senza arrivare a giudizi sommari, riesce a costruire è fatto di visite e incontri tra Di Pietro e Semler, si avvale delle testimonianze cruciali dell’ex ambasciatore Reginald Bartholomew e contiene le azioni dell’agente segreto Stolz e di altri specialisti della Cia, che operano in Italia con particolare attitudine nel campo del “regime change”. E la lista degli indizi e dei personaggi, su cui Sorgi lavora non per gridare al complotto ma per sviscerare la complessità della storia, è piuttosto lunga e articolata. […] Di sicuro la pistola fumante dell’eliminazione di Bettino nelle mani americane non è stata trovata, ma gli indizi che portano a credere che potesse esserci erano e restano tanti. E Sorgi ci gioca, senza nulla togliere alla tragedia».

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