Luigi Colombini, EVOLUZIONE NORMATIVA DEI SERVIZI SOCIALI, gennaio 2020

Luigi Colombini ex docente di legislazione ed organizzazione del servizi sociali – Università Statale Roma TRE, corsi DISSAIFE E MASSIFE Collaboratore del SUNAS – Redattore di ”OSSERVATORIO LEGISLATIVO SOCIO-SANITARIO SUNAS

INTRODUZIONE STORICA

Riguardo allo stesso concetto di “servizi sociali”, occorre in via preliminare fare una distinzione fra i “servizi sociali”, intesi in senso pluralistico, ed il “servizio sociale”, inteso quale prestazione professionale condotta da personale appositamente preparato e qualificato che svolge una specifica attività di aiuto, sostegno ed orientamento alle persone, alle famiglie, ai gruppi ed alla comunità, secondo i principi delle “scienza applicata” – servizio sociale professionale – desunta dalle scienze antropologiche, pedagogiche, sociali, psicologiche, finalizzato a promuovere sé stessi sulla linea della migliore realizzazione e sviluppo possibili, con un richiamo irresistibile agli articoli 2 e 3 della nostra bella Costituzione.

In Europa, sul piano storico e culturale, i “servizi sociali” sono stati fino alla rivoluzione protestante associati ad un complesso di prestazioni di assoluto monopolio della Chiesa, che, attraverso le “decimae quae pauperis sunt”, amministravano e gestivano servizi rivolti ai poveri, e connessi comunque a due riferimenti fondamentali: la beneficenza e la carità, intese quale impegno e testimonianza del cristiano nei confronti del suo prossimo. Le “Opere Pie”, in tale contesto rappresentano la risposta organizzata della beneficenza: nel rispetto degli Statuti e delle volontà dei fondatori, e sono quindi poste in essere molteplici attività assistenziali e sociali, che concernono tutti i settori che oggi si direbbe sono rivolti alla persona: sanità, assistenza, istruzione, formazione.

Con lo scisma religioso fra la Chiesa cattolica e la Riforma protestante, nei Paesi protestanti comincia a prendere forza il ruolo dello Stato in settori che erano pieno appannaggio della Chiesa: le risorse per affrontare i primi servizi ed interventi sociali vengono reperite con la rendita e i proventi dei conventi e dei connessi benefici soppressi.

In Inghilterra con lo Statuto della Regina Elisabetta II del 19 dicembre 1601 si costituisce in effetti la base della legislazione assistenziale inglese, che uno studioso come il prof. Todt definisce quale primo modello di welfare europeo.

Con l’avvento dell’ epoca dei “lumi” caratterizzata dalla constatazione tacita del riconoscimento del capo dello Stato non più come padrone assoluto, ma come colui al quale, per le sue qualità si affidava la gestione della “res pubblica”, coadiuvato da Ministri altrettanto “illuminati”, la beneficenza acquista un maggiore rilievo fra le competenze proprie dello Stato.

Si ricorda, fra le varie iniziative volte ad affermare il ruolo dello Stato “Illuminato” nei confronti della beneficenza, l’azione svolta dai Borboni che nel Regno di Napoli istituirono l’Albergo dei poveri, notevole modello dell’intervento dello Stato laico nel pianeta dell’assistenza.

Si determina quindi un orientamento che porta a considerare la beneficenza da privata e confessionale, a laica e pubblica, regolata dallo Stato.

Su tale scenario due sono gli avvenimenti che determinano la fine di un vetusto mondo assistenziale: 1)la rivoluzione americana, con la Dichiarazione d’Indipendenza” redatta nel 1776 ove si affermava che tutti gli uomini nascono uguali e con un complesso di diritti fondamentali: il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto alla ricerca della felicità; 2) la rivoluzione francese del 1789 che afferma la condizione di “cittadino”, in cui l’esercizio dei diritti “positivi” assume un rilievo fondamentale, e quindi lo Stato, nell’ambito dalla “liberté”, dell’”égalité” e della “fraternitè” deve assicurare le tutele e le opportunità -“chances” – che assicurano al cittadino, in un rapporto diretto con lo Stato, il pieno esercizio dei propri diritti riconosciuti sulla base di un quadro costituzionale certo che trova il suo fondamento nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto all’assistenza.

Si delinea quindi quello che in prospettiva verrà a configurarsi quale “Stato – provvidenza”, che per l’appunto ha l’obbligo di provvedere a corrispondere al cittadino gli interventi e i servizi a cui ha diritto.

In Italia, a fronte del nascente conflitto Stato-Chiesa, il problema dell’assistenza si rivelò uno snodo cruciale: il Ministro Camillo Benso, conte di Cavour, il “Tessitore” dello Stato Italiano, che già aveva avuto modo di approfondire la problematica dell’assistenza in occasione di appositi studi ed analisi sull’organizzazione assistenziale degli altri paesi europei, il 17 febbraio 1851, parlando alla Camera dell’allora Regno di Sardegna, ebbe ad affermare: “Credo che esista contro la carità legale un enorme pregiudizio, e che si possa predire che tutte le società, arrivate ad un certo punto di sviluppo, debbano necessariamente ricorrere alla carità legale”.

E porto avviso che l’esperienza dimostrerà in un non lontano avvenire come la carità legale, ben governata da savie norme, possa produrre immensi benefici senza avere quelle funeste conseguenze che alcuni temono.”

Il discorso del Cavour segna l’inizio di quella fase durante la quale la beneficenza passa nelle redini dello Stato, e tale evoluzione si concretizza nella legge del 1862 relativa all’assistenza, appena un anno dopo la costituzione del Regno d’Italia.

Nel prosieguo di un processo volto a determinare una più incisiva azione e funzione dello Stato nel campo dell’assistenza, l’altro provvedimento più importante è dato dalla legge 17 luglio 1890, n. 6972, istitutiva delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza.

Le conseguenze più importanti di questa legge furono la definizione dell’assistenza legale, a carattere imperativo, e amministrata dalle Congregazioni di Carità, e la introduzione della assistenza privata, fino a qualche decennio prima in posizione assolutamente preminente e identificabile con la Chiesa, da intendere quale attività sussidiaria e suppletiva.

Tale legge, è bene ricordarlo, è rimasta in vigore per 110 anni, e ha rappresentato in tale lungo lasso di tempo l’unico riferimento normativo per ciò che concerne i criteri e gli indirizzi in materia assistenziale.

I BISOGNI CRESCENTI, LA DOMANDA SOCIALE DEI SERVIZI, LA RISPOSTA PUBBLICA NEGLI ANNI ‘30

Dopo la prima guerra mondiale, a fronte di una lenta ma decisa presa di coscienza che i bisogni individuali, per come si esprimevano e si rappresentavano, non potevano essere affrontati se non attraverso una risposta ed una organizzazione collettiva: individuo e la famiglia, in effetti non erano più in grado di assolvere in maniera autonoma esigenze di carattere assistenziale e di aiuto al proprio interno: veniva e delinearsi la necessità di individuare, a fronte di una domanda crescente di servizi ed interventi, sistemi pubblici di gestione ed organizzazione degli stessi.

La crisi economica del ’29 dopo il crollo della Borsa a New York nel 1929, e che coinvolse anche gli Stati europei, portò alla contestuale riorganizzazione in tutti i paesi occidentali dei sistemi di protezione sociale.

I sistemi di sicurezza sociale (così definita nel “social security act” degli Stati Uniti nel 1935) cominciano ad affermarsi con decisione: tale progressiva affermazione è legata alla lenta ripresa economica e alla definizione di politiche sociali che si basano su un ruolo sempre più propositivo dello Stato: il romanzo “Furore” di Steinbeck mette bene in evidenza la positività dell’intervento statale nell’ambito dell’assistenza agli indigenti che negli Stati Uniti si muovevano da uno Stato all’altro per poter vivere; così come l’intervento nel campo dell’economia di F.D. Roosevelt determina il superamento della crisi economica.

Così come in Francia vengono affermati decisamente i diritti dei lavoratori alla Sicurezza sociale (Secu).

In Italia, con il fascismo viene a rafforzarsi, sullo schema dello stato corporativo, la configurazione di Enti nazionali con il compito di erogare assistenza a specifiche “categorie” di regnicoli, in rapporto alla loro condizione di censo, di lavoro, di dipendenza.

Sorgono quindi Enti sia con precisi compiti assistenziali: l’ Opera Nazionale Maternità Infanzia, l’Opera Nazionale Combattenti, l’Opera nazionale dopolavoro; sia con compiti più specificatamente politici, quali l’Opera nazionale Balilla, ed enti di assistenza sanitaria: l’Inam, l’Enpas, l’Enpdep, l’Inail, l’Inadel, per citare i più importanti.

Si assiste in effetti alla “entificazione” del bisogno: la concezione giolittiana, ereditata dal fascismo, di creare enti pubblici in grado di affrontare specifici problemi, superando la competenza istituzionale che affidava ai comuni e alle province la gestione degli interventi e dei servizi sociali, si fa prepotentemente strada nella concezione fascista dello Stato: da un apparato burocratico centralizzato e di polizia (l’assistenza dipendeva dal Ministero dell’Interno) ne conseguono Enti nazionali altrettanto burocratici e centralizzati: il rapporto diretto è fra gli Enti e le sue diramazioni periferiche e i sudditi, ai quali vengono elargite prestazioni e assistenze in base alla condizione censuaria, lavorativa, combattentistica, corporativa, familiare, in base a rigidi regolamenti e a rigide condizioni.

L’aspetto “politico” dell’assistenza viene affrontato con la organizzazione di attività assistenziali specifiche rivolte alla ricerca del consenso e della adesione al regime: il dopolavoro, le colonie, la concessione di benefici ai veterani ed ex combattenti, ecc.

Tenuto conto di quanto portato avanti negli anni ’30 dagli Stati europei in termini di politiche sociali, occorre comunque sottolineare un comune impegno a determinare un deciso miglioramento delle condizioni della popolazione.

LA AFFERMAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI CIVILI E SOCIALI, IL LEGAME CON I SERVIZI SOCIALI E LA RIFONDAZIONE DELLO STATO SOCIALE

Dopo l’immane tragedia della seconda guerra mondiale, già con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo di New York nel 1948, i diritti stessi vengono riconosciuti quale pilastro fondamentale per la ricostituzione degli Stati basata sulla democrazia, sulla partecipazione, sul diritto di cittadinanza, sul perseguimento dello sviluppo e del benessere.

In Italia la Costituzione della Repubblica traccia, negli art. 1, 2, 3, 32, 36, 38, il quadro di riferimento per lo svolgimento delle politiche sociali, con il riconoscimento sia dei diritti civili e sociali dei cittadini, sia del dovere e dell’impegno dello Stato, attraverso il proprio sistema istituzionale di garantire attivamente il benessere dei cittadini e l’ esercizio dei loro diritti.

In tale contesto di speranze e di fervore per la rinascita del paese, Emilio Sereni, già nel 1946, in quanto Ministro dell’Assistenza post-bellica, aveva gettato le basi per un’assistenza sociale basata su un concetto assolutamente diverso rispetto al passato, ed in contrapposizione con quella tradizionale, e quindi laica e moderna, con l’introduzione di figure professionali, quali i “nuovi” assistenti sociali e con il Convegno-Studio di Tremezzo (16 settembre-6 ottobre 1946) furono gettate le basi per una trasformazione radicale dell’assistenza in Italia.

LA PRIMA RIFORMA ISTITUZIONALE

A fronte di tali propositi ed impegni, occorre sottolineare che si sono dovuti attendere gli anni ’70, con l’istituzione delle Regioni e con il DPR n. 616/77 perché si avviasse, una profonda riforma istituzionale avviata dalla legge n. 382/75 e conclusa con il DPR n. 716/77, che ha definito, nel quadro del decentramento istituzionale i ruoli, i compiti e le funzioni dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni.

Le Regioni hanno avviato sul piano normativo un rinnovato assetto del sistema dei servizi sociali: è stata infatti costituita in varie Regioni l’ Unità Locale dei servizi sociali e sanitari, costituita dai Comuni obbligatoriamente associati e titolari delle funzioni relative ai servizi sociali.

Con il DPR 616/77 è stata data la prima definizione dei servizi sociali e individuato il Comune, singolo o associato, in quanto gestore del complesso dei servizi sociali, con la soppressione di tutti gli enti locali e nazionali preposti all’assistenza (legge n. 641/78).

LA NORMATIVA REGIONALE NEL PERIODO 1976-1997

In assenza della legge di riforma dell’assistenza, le Regioni più “illuminate” hanno comunque emanato proprie leggi di “riordino”, ed in tale contesto sono stati individuati, nel corso del periodo considerato, per la prima volta i “servizi sociali”, e le idee-forza della legislazione sociale: primato della prevenzione; rimozione delle situazioni di bisogno; deistituzionalizzazione; mantenimento nel proprio ambiente familiare e sociale; superamento categorie assistibili; integrazione socio-sanitaria.

Per ciò che concerne le politiche di sistema, i maggiori riferimenti fondamentali sono: programmazione; decentramento; partecipazione.

Gli stessi servizi sono stati definiti e delineati secondo un approccio concettuale volto a distinguere fra i “servizi aperti” e i “servizi residenziali”.

i servizi aperti sono: segretariato sociale; servizio sociale professionale; assistenza economica; assistenza domiciliare; assistenza abitativa; centri sociali – diurni; soggiorni di vacanza e cura.

I servizi residenziali sono: comunità alloggio; gruppo appartamento; casa albergo; casa di riposo; casa protetta; centro residenziale.

LA SECONDA RIFORMA ISTITUZIONALE

Nel corso dei venti anni che hanno caratterizzato il rapporto fra le Istituzioni, così come delineati dl DPR n. 616/77, sono intervenuti dibattiti politici, riflessioni nel mondo amministrativo, accademico ed istituzionale, nella comune considerazione della non soddisfacente situazione in ordine all’assetto dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali, e al rapporto con la società civile (che ha sviluppato un suo articolato modo di manifestarsi e di organizzarsi attraverso il terzo settore). Pertanto, “a Costituzione vigente” è stata emanata una legge ordinaria che ha inciso profondamente sul sistema della Pubblica Amministrazione e sul sistema delle autonomie: la legge n. 59/97 “ Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa”.

In tale contesto, vengono definiti i principi fondamentali per l’esercizio delle funzioni amministrative (completezza, efficienza ed economicità, cooperazione, responsabilità ed unicità dell’amministrazione, adeguatezza, copertura finanziaria) con in primis il principio della sussidiarietà verticale, con l’attribuzione di compiti all’Istituzione più prossima al cittadino (il Comune), e della sussidiarietà orizzontale, che “attribuisce le responsabilità pubbliche anche al fine di favorire l’assolvimento di funzioni di rilevanza sociale da parte di famiglie, associazioni e comunità alla autorità territorialmente e funzionalmente più vicina ai cittadini interessati”.

Tale principio verrà ripreso e confermato dall’art. 118, ultimo comma della Costituzione (l. co n. 3/2001) ove è affermato che Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.

L’aspetto più importante è l’ emanazione del d. lgs. n. 112/98 “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle Regioni ed Enti locali, in attuazione capo V della legge n. 59/97“, che abroga in effetti il DPR 616/77 e innova profondamente nell’assetto del sistema ammnistrativo. In tale contesto sostituendo l’obsoleto art. 22 del DPR 616/77, è stato dedicato un intero titolo (IV) ai Servizi alla Persona ed alla comunità, ed al capo II all’art. 128 sono stati definiti i servizi sociali: “Ai sensi del presente decreto legislativo, per “servizi sociali” si intendono tutte le attività’ relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché’ quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia”.

Sono stati quindi delineati i compiti e le funzioni dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni in ordine alla legislazione, programmazione, amministrazione dei servizi sociali e delineato il sistema dei servizi sociali di competenza dei comuni concernenti: i minori, inclusi i minori a rischio di attività criminose; i giovani; gli anziani; la famiglia; i portatori di handicap, i non vedenti e gli audiolesi; i tossicodipendenti e alcooldipendenti; gli invalidi civili.

Viene anche disposto che le regioni, provvederanno al successivo conferimento alle province, ai comuni ed agli altri enti locali nell’ambito delle rispettive competenze, delle funzioni e dei compiti relativi alla promozione ed al coordinamento operativo dei soggetti e delle strutture che agiscono nell’ambito dei “servizi sociali”, con particolare riguardo a: la cooperazione sociale; le istituzioni di pubblica assistenza e beneficenza (IPAB); il volontariato.

LA LEGGE 328/2000: LA DEFINIZIONE DEI LIVELLI ESSENZIALI DEI SERVIZI SOCIALI

La legge quadro per come è stata concepita, per come è stata la risultante di un complesso processo di elaborazione e di qualificati apporti politici, dottrinari e amministrativi, si pone, dalla stessa analisi ragionata delle varie parti che la compongono, come una significativa e fondamentale sequenza di “atti” ciascuno all’altro collegato, che di per sé stessi definiscono, sul conseguente processo di atti aventi forza di legge e quindi cogenti, un percorso ed un “sistema” a cui riferirsi per la costruzione concreta e reale del welfare statale, regionale e locale basato sulla sussidiarietà verticale ed orizzontale, sulla concertazione, sulla partecipazione, da intendere quali punti di forza per lo svolgimento delle politiche sociali.

La legge suddetta, inoltre, interviene “in medias res” e quindi si inserisce in un percorso già in parte avviato, e, in prosieguo, stabilisce ulteriori passaggi e normative che completano il quadro di riferimento del welfare statale, regionale locale.

In linea con il d. lgs 229/99, che sul fronte della sanità ha definito i livelli essenziali sanitari, la legge 328/2000 all’art. 22, comma 4, individua con assoluta chiarezza ed incisività i livelli essenziali dei servizi sociali, mantenendo comunque la definizione degli stessi secondo quanto disposto dall’art. 128 del d. lgs. n. 112/98:

a) servizio sociale professionale e segretariato sociale per informazione e consulenza al singolo e ai nuclei familiari;

b) servizio di pronto intervento sociale per le situazioni di emergenza personali e familiari;

c) assistenza domiciliare;

d) strutture residenziali e semiresidenziali per soggetti con fragilità sociali;

e) centri di accoglienza residenziali o diurni a carattere comunitario.

Viene pertanto a definirsi il sistema dell’offerta dei servizi sociali, che saranno successivamente definiti dalle Regioni nelle proprie leggi regionali in armonia con la legge-quadro suddetta.

A tale riguardo si deve sottolineare che dopo la lunga azione condotta da Paola Rossi, che con la legge n. 84/93 ha portato al riconoscimento della professione dell’assistente sociale, definendone la professionalità e esclusivo competente e responsabile a svolgere il servizio sociale professionale, istituendo l’Ordine nazionale – di cui è stata la prima Presidente, così come è stata la prima Segretaria Nazionale del SUNAS alla sua fondazione nel 1990 – finalmente il suddetto servizio, insieme al segretariato sociale, è stato ufficialmente riconosciuto nell’alveo delle professioni sociali.

LE PERDURANTI CRITICITÀ

Nonostante quanto asserito nella legge 328/2000, la crisi finanziaria dei comuni, legata all’osservanza del patto di stabilità, ha condotto ad una situazione di assoluta criticità, connessa anche alla mancata osservanza da parte dello Stato di definire i Livelli essenziali per l’esercizio dei diritti civili e sociali (e relativi finanziamenti) come preconizzato dall’articolo 117 lettera m) della Costituzione.

Proprio il primo livello del LEP, il servizio sociale professionale ed il segretariato sociale, è stato attuato con l’esternalizzazione del servizio, determinandosi una condizione di precarietà lavorativa degli assistenti sociali, che si è ripercossa in modo grave sulla necessità di garantire la continuità del servizio e la continuità del rapporto professionale con gli utenti e le famiglie.

La mancanza di una adeguata strutturazione del servizio sociale professionale secondo i canoni classici e l’osservanza delle competenze, ha portato ad una infiltrazione inappropriata nell’ambito della dirigenza nel settore dei servizi sociali, di funzionari scelti in base a titoli eminentemente di carattere amministrativo e di anzianità (farmacisti, medici, ragionieri, architetti, avvocati, ecc.) e gli assistenti sociali collocati in posizione “ancillare” rispetto alla dirigenza.

LE NUOVE PROSPETTIVE

Secondo quanto già preconizzato dalla legge n. 328/2000, gli interventi di misure di contrasto della povertà e di sostegno al reddito (art. 22 lettera a) e di reddito minimo di inserimento (art. 23), a distanza di quindici anni con la legge 208/15 è stato istituito il Sostegno per l’Inclusione Attiva (S.I.A.) – articolo 1, comma 386 – ed avviato un organico piano di lotta alla povertà.

Con Il decreto legislativo recante disposizioni per l’introduzione di una misura nazionale di contrasto al1a povertà, approvato in data 29 agosto 2017 dal Consiglio dei Ministri è stato introdotto il Rei (reddito di inclusione) individuato quale livello essenziale, e quindi obbligatorio e diffuso in tutto il territorio nazionale, superando le pregresse sperimentazioni.

Il Rei costituisce l’occasione per la definizione del ruolo degli Assistenti sociali nello svolgimento delle politiche di lotta e contrasto alla povertà, secondo i parametri di riferimento riconducibili al rapporto assistente sociale ogni 5.000 abitanti.

Il Piano sociale nazionale relativo al triennio 2018-2020, che costituisce l’atto di programmazione nazionale delle risorse afferenti al Fondo nazionale per le politiche sociali e individua, nel limite di tali risorse, lo sviluppo degli interventi e dei servizi necessari per la progressiva definizione dei livelli essenziali delle prestazioni sociali da garantire su tutto il territorio nazionale.

Nel Piano è dedicata una specifica sezione al rafforzamento del “servizio sociale professionale e del segretariato sociale”, e quindi è chiaramente specificata l’endiadi fra segretariato sociale e servizio sociale professionale, che costituiscono una unità operativa di esclusiva competenza del professionista “dedicato”: l’assistente sociale.

Nello specifico, il target previsto nel Piano Povertà conferma che vi sia in ogni Ambito territoriale almeno un assistente sociale ogni 5.000 abitanti,

Con il decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4 è stato istituito il Reddito di Cittadinanza, che all’art. 4

specifica che il Patto per l’inclusione sociale , assume le caratteristiche del progetto personalizzato di cui all’articolo 6 del decreto legislativo n. 147 del 2017 e, conseguentemente, ai fini del Rdc e ad ogni altro fine, il progetto personalizzato medesimo ne assume la denominazione.

Viene quindi ad essere confermato, secondo quanto recita l’art. 7 del d.lgs n. 147/2017, che i servizi per l’accesso e la valutazione e i sostegni da individuare nel progetto personalizzato afferenti al sistema integrato di interventi e servizi sociali, di cui alla legge n. 328 del 2000, includono:

a) segretariato sociale, inclusi i servizi per l’informazione e l’accesso al ReI

b) servizio sociale professionale per la presa in carico, inclusa la componente sociale della valutazione multidimensionale.

L’attuale governo, in occasione della presentazione al Senato, esponendo il proprio programma, ha

affermato l’impegno a definire i livelli essenziali delle prestazioni concernenti l’esercizio dei diritti civili e sociali (contemplato circa venti anni or sono dalla legge costituzionale n 3/01, recante Modifica al Titolo V della Costituzione, art. 117, lettera m) ed anche i fabbisogni standard dei servizi sociali, connessi anche art. 119 Co comma 5, che prevede l’istituzione di un fondo perequativo volto a garantire a tutti i cittadini la medesima qualità dei servizi.

OSSERVAZIONI FINALI

Il quadro di riferimento normativo che nel corso di quaranta anni ha portato a definire il complesso dei servizi sociali, individuati quali servizi alla persona ed alla comunità (d. gs n. 112/98), nella ormai acquisita articolazione fra servizi cosiddetti aperti e servizi residenziali, e secondo specifiche aree di intervento: anziani, non autosufficienti, minori, minori non accompagnati, immigrati, persone con disabilità, salute mentale, tossicodipendenti, detenuti, povertà e inclusione sociale, è assolutamente chiaro.

I servizi sociali sono stati ulteriormente definiti nelle specifiche leggi regionali, per i quali sono stati approvati i relativi , standard con assoluta chiarezza, all’interno dei quali è stata individuata la figura e la funzione dell’assistente sociale.

In tale contesto, per ciò che concerne i programmi di attuazione e promozione dei servizi sociali nella direzione della loro fondamentale funzione di organizzazione e sviluppo della comunità, assume rilievo fondamentale il ruolo dell’ Ufficio di Piano e della sua funzione ad elaborare e programmare, attraverso il Piano sociale di zona, il ventaglio dell’offerta dei servizi ed interventi sociali, secondo i metodi classici del servizio sociale professionale di comunità: rilevazione e raccolta dei dati sociali; lettura attenta dei principali processi messi in atto nel tessuto sociale della comunità mediante la raccolta di tutti gli elementi utili per arrivare ad una “diagnosi di comunità” attraverso una serie di basi conoscitive: bisogni (rilevati, indagati, stimati); evidenziare i punti di forza e i punti di debolezza, le potenzialità di sviluppo; Indicazione degli obiettivi strategici di promozione dei servizi sociali; concertazione e coprogettazione degli interventi con il terzo settore, in rapporto agli interessi e stakeholders rappresentati; individuazione delle risorse pubbliche e private; formulazione del bilancio sociale di area; attuazione degli interventi; verifica degli interventi.

La formazione degli assistenti sociali è di fondamentale importanza, e pertanto vanno individuate le sedi universitarie idonee a svolgere azioni di aggiornamento e preparazione del personale.

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