GIORDANO Paolo, Nel contagio, Einaudi/Corriere della Sera, 2010. Indice del libro

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Nel contagio di Paolo Giordano (Einaudi-Corriere della Sera). Giulia Ziino sul Corriere della Sera: «“A volte la scrittura riesce a essere una zavorra per restare piantati a terra”. Una situazione mai vissuta prima (anche se, attenzione, “è già accaduto e accadrà ancora”), la normalità che, all’improvviso, ci sembra lontanissima e “d’un tratto è la cosa più sacra che abbiamo: non le avevamo mai dato questa importanza, e se ci riflettiamo attentamente non sappiamo neanche bene che cos’è: è ciò che rivogliamo indietro”. Succede a tutti noi, oggi, questo vuoto condiviso, e ognuno tira fuori quello che ha, risorse che non pensava di avere. Paolo Giordano è un romanziere: la sua scelta, nel vuoto, è scrivere. Scrivere, “per tenere a bada i presagi, e per trovare un modo migliore di pensare tutto questo”. Così e per questo nasce Nel contagio: […] non è un romanzo (forse, domani, questa inattesa parentesi avrà le sue storie, i suoi autori, ma ora è ancora troppo presto), ma una riflessione. Giordano la fa per sé, per “non perdere – scrive – ciò che l’epidemia ci sta svelando di noi stessi”, ma anche per chi lo leggerà. E qui, insieme al narratore (un premio Strega nel 2008 con La solitudine dei numeri primi, e poi gli altri romanzi fino a Divorare il cielo, uscito per Einaudi a dieci anni da quell’esordio decisivo), c’è lo scienziato. La formazione di Giordano – che ha alle spalle un dottorato in Fisica teorica – lo porta ad affrontare l’emergenza con la solidità dei numeri, della matematica. Un approccio che vuole trasmettere. Credere nella scienza, di più: questo libro, che esce in un momento così difficile, è anche un segnale: i proventi dell’autore, infatti, andranno alla creazione di due borse di studio presso la Sissa-Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste. La prima sull’intelligenza artificiale e l’analisi dei dati applicate all’epidemiologia e riservata a dottori di ricerca italiani e stranieri che abbiano da poco concluso il loro percorso di PhD; la seconda riservata a data journalist italiani per un’indagine sull’epidemia di Covid-19 nel nostro Paese. “Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano”».
Un estratto, dal Corriere della Sera: «L’epidemia di coronavirus si candida a essere l’emergenza sanitaria più importante della nostra epoca. Non la prima, non l’ultima, e forse nemmeno la più raccapricciante. È probabile che al suo termine non avrà prodotto più vittime di molte altre, ma a tre mesi dalla sua comparsa si è già guadagnata un primato: Sars-Cov-2 è il primo virus nuovo a manifestarsi così velocemente su scala globale. Altri molto simili, come il suo predecessore Sars-Cov, sono stati sbaragliati in fretta. Altri ancora, come Hiv, hanno tramato nell’ombra per anni. Sars-Cov-2 è stato più audace. E la sua sfacciataggine ci svela qualcosa che prima sapevamo ma faticavamo a misurare: la molteplicità di livelli che ci collegano gli uni agli altri, ovunque, nonché la complessità del mondo che abitiamo, delle sue logiche sociali, politiche, economiche, ma anche interpersonali e psichiche. Mentre scrivo è un raro 29 febbraio, un sabato di quest’anno bisestile. I contagi confermati nel mondo hanno superato gli ottantacinquemila, quasi ottantamila solo in Cina, le morti si avvicinano a tremila. È almeno un mese che questa strana contabilità fa da sottofondo alle mie giornate. Anche adesso ho aperta davanti la mappa interattiva della Johns Hopkins University. Le zone di diffusione sono individuate da cerchi rossi che si stagliano sullo sfondo grigio: colori di allarme, che avrebbero potuto essere scelti con più accortezza. Ma, si sa, i virus sono rossi, le emergenze sono rosse. La Cina e il Sud-est asiatico sono spariti sotto un’unica grande macchia, ma tutto il mondo è butterato, e il rash non può che aggravarsi. L’Italia, per la sorpresa di molti, si è trovata sul podio di questa competizione ansiogena. Ma è una circostanza aleatoria. In pochi giorni, perfino all’improvviso, altri Paesi potrebbero trovarsi più inguaiati di noi. In questa crisi l’espressione “in Italia” sbiadisce, non esistono più confini, regioni, quartieri. Ciò che stiamo attraversando ha un carattere sovraidentitario e sovraculturale. Il contagio è la misura di quanto il nostro mondo è diventato globale, interconnesso, inestricabile. Sono cosciente di tutto questo, eppure, guardando il disco rosso sopra l’Italia, non posso fare a meno di esserne suggestionato, come tutti. I miei appuntamenti dei prossimi giorni sono stati cancellati per le misure di contenimento, altri li ho rimandati io stesso. Mi sono ritrovato dentro uno spazio vuoto inatteso. È un presente condiviso da molti: stiamo attraversando un intervallo di sospensione della quotidianità, un’interruzione del ritmo, come a volte nelle canzoni, quando la batteria sparisce e sembra che la musica si dilati. Scuole chiuse, pochi aerei in cielo, passi solitari ed echeggianti nei corridoi dei musei, dovunque più silenzio del normale. Ho deciso d’impiegare questo vuoto scrivendo. Per tenere a bada i presagi, e per trovare un modo migliore di pensare tutto questo. A volte la scrittura riesce a essere una zavorra per restare piantati a terra. Ma c’è anche un altro motivo: non voglio perdere ciò che l’epidemia ci sta svelando di noi stessi. Superata la paura, ogni consapevolezza volatile svanirà in un istante – succede sempre così con le malattie. Quando leggerete queste pagine, la situazione sarà cambiata. I numeri saranno diversi, l’epidemia si sarà diffusa ulteriormente, avrà raggiunto ogni angolo civilizzato del mondo o sarà stata domata, ma non ha importanza. Certe riflessioni che il contagio suscita adesso saranno ancora valide. Perché quanto sta accadendo non è un accidente casuale né un flagello. E non è affatto nuovo: è già accaduto e accadrà ancora. Mi ricordo di certi pomeriggi, al biennio delle superiori, passati a semplificare espressioni. Ricopiare una striscia lunghissima di simboli dal libro per poi, passaggio dopo passaggio, ridurla a un risultato conciso e comprensibile: 0, –½, a alla seconda. Fuori dalla finestra diventava scuro e il paesaggio lasciava il posto al riflesso della mia faccia illuminata dalla lampada. Erano pomeriggi di pace. Bolle di ordine in un’età in cui ogni cosa dentro e fuori di me – soprattutto dentro – sembrava volgersi al caos. Molto prima della scrittura, la matematica era il mio trucco per tenere a freno l’angoscia. Mi capita ancora, la mattina appena sveglio, d’improvvisare calcoli e successioni numeriche: di solito è il sintomo che qualcosa non va. Suppongo che tutto questo faccia di me un nerd. Lo accetto. E me ne assumo, per così dire, l’imbarazzo. Ma viene fuori, in questo momento, che la matematica non è solo un passatempo per nerd, bensì lo strumento indispensabile per capire quanto sta accadendo e scrollarsi di dosso le suggestioni. Le epidemie, prima ancora che emergenze mediche, sono emergenze matematiche. Perché la matematica non è davvero la scienza dei numeri, è la scienza delle relazioni: descrive i legami e gli scambi fra enti diversi, cercando di dimenticarsi di cosa sono fatti quegli enti, astraendoli in lettere, funzioni, vettori, punti e superfici. Il contagio è un’infezione della nostra rete di relazioni. Era visibile all’orizzonte come un addensarsi di nubi, ma la Cina è lontana, e poi figurati. Quando il contagio è arrivato da noi in forze, ci ha lasciati storditi. Per diradare l’incredulità ho pensato di ricorrere alla matematica, a partire dal modello Sir, l’ossatura trasparente di ogni epidemia. Una distinzione importante: Sars-Cov-2 è il virus, Covid-19 la malattia. Sono nomi faticosi, impersonali, forse scelti così per limitarne l’impatto emotivo, ma sono più precisi del più popolare “coronavirus”. Quindi userò quelli. Per semplicità poi, e per evitare fraintendimenti con il contagio del 2003, da qui in avanti abbrevierò Sars-Cov-2 in Cov-2. Cov-2 è la forma di vita più elementare che conosciamo. Per capirne l’azione, dobbiamo calarci nella sua stupida intelligenza, vederci come ci vede lui. E ricordarci che a Cov-2 non interessa quasi nulla di noi, non la nostra età, non il nostro sesso, non la nazionalità né le nostre preferenze. L’umanità intera si divide per il virus in tre gruppi soltanto: i Suscettibili, cioè tutti quelli che potrebbe ancora contagiare; gli Infetti, cioè quelli che ha già contagiato; e i Rimossi, cioè quelli che non può più contagiare. Suscettibili, Infetti, Rimossi: Sir. Secondo la mappa del contagio che pulsa sul mio monitor, gli Infetti nel mondo in questo istante sono circa quarantamila; i Rimossi, tra vittime e guariti, un po’ di più. Ma il gruppo da tenere d’occhio è l’altro, quello che non viene riportato. I Suscettibili a Cov-2, gli esseri umani che il virus potrebbe ancora infettare, sono sette miliardi e mezzo meno qualcuno».

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