Le donne prigioniere della jihad, vittime dei ricatti nel nome di dio, di Domenico Quirico in – La Stampa 11 mag 2020

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Le donne prigioniere della jihad, vittime dei ricatti nel nome di dio – La Stampa – Ultime notizie di cronaca e news dall’Italia e dal mondo

 

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Silvia e al Shabaab
la Repubblica
Potenti, spietati e mai assoggettati alle grandi organizzazioni del terrorismo jihadista quali Al Qaeda e lo Stato islamico, con il rapimento di Silvia Romano gli Al Shabaab somali hanno messo a segno una grande vittoria propagandistica oltre che lucrativa. Anzitutto perché è con loro che l’intelligence turca è stata costretta a trattare per il rilascio della cooperante, conferendo ai tagliagole islamici, sia pure in quanto sequestratori, una legittimità sul territorio che ancora non avevano. C’è poi il pagamento del riscatto, di cui – come spesso accade in questi casi – non è svelato l’ammontare, ma che certamente arriva a diversi milioni di dollari. Soldi che vanno a rimpinguare le già floride casse del gruppo, tanto che, nel quartiere somalo di Nairobi, sono state aperte decine di banche dove investire i proventi di rapimenti, rapine e taglieggiamenti in Somalia, Kenya e Uganda.
Ma per gli Al Shabaab il successo più inaspettato di tutta l’impresa è la conversione di Silvia Romano, avvenuta per di più senza costrizione, come lei stessa ha dichiarato. Il che, al mondo musulmano e non solo, li mostra per la prima volta sotto un’altra luce. Da assassini crudeli e implacabili quali erano considerati da tutti, salvo forse da qualche sceicco del Golfo, gli Al Shabaab possono apparire adesso come carcerieri compassionevoli, poiché sono perfino riusciti a spingere l’ostaggio ad abbracciare il loro Dio. E tornando in Italia a mostrarsi con il hijab verde, il colore dell’Islam.
Nel momento in cui Al Qaeda è ancora alla ricerca di un leader, lo Stato islamico si vede costretto ad approfittare del caos creato dal coronavirus in Iraq per tentare di rialzare la testa e i talebani sono spaccati tra chi vuole trattare con Washington e chi combatterlo, ai somali riesce un colpo milionario che li pone finalmente in una posizione di primo piano nel network jihadista mondiale. Finora i media internazionali si sono occupati di loro solo saltuariamente, e soltanto dopo attacchi particolarmente efferati. Come accadde il 21 settembre 2013 nel lussuoso centro commerciale Westgate di Nairobi, quando 10 uomini uccisero 63 persone a colpi di kalashnikov. O il 2 aprile 2015 nel campus universitario di Garissa, nel nord del Kenya, quando in 5 trucidarono almeno 148 studenti. O ancora il 14 ottobre 2017, quando fecero esplodere un camion in un mercato di Mogadiscio che ammazzò quasi 400 persone. In realtà gli Al Shabaab, che ancora controllano l’80 per cento della Somalia, con un governo, un sistema scolastico, un fisco e una giustizia paralleli a quelli di Mogadiscio, riescono a colpire il loro Paese con frequenza sorprendente. Ma lo fanno mandando a morire perlopiù adolescenti appena reclutati: improvvisati kamikaze che difficilmente riescono a portare a termine la loro missione. Anche perché molti di loro sono stati ceduti al gruppo terrorista dalle loro stesse famiglie, magari per sanare un debito con l’esoso erario jihadista.
Tre sono i loro obiettivi: imporre la sharia, costruire uno Stato islamico ed espellere dalla Somalia le forze militari straniere, ossia le truppe dell’Unione africana il cui ruolo principale è difendere la capitale. Nati intorno al 2006 in seguito alla sconfitta dell’Unione delle corti islamiche e oggi forti di seimila uomini, gli Al Shabaab riconoscono come loro capo Ahmed Oumar Dirieh, detto “Abu Ubaydah”. Se nel 2012 hanno aderito ad Al Qaeda e nel 2015 si sono avvicinati allo Stato islamico, con le due organizzazioni hanno sempre rivendicato il monopolio del loro credo jihadista. Al quale, dopo il felice epilogo di questa vicenda, continueranno fedelmente ad attenersi.
Pietro Del Re

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