È la Giornata internazionale degli ARCHIVI. Maria Pia Donato sul Corriere della Sera, 9 giu 2010

«Per secoli, archivisti e storici hanno condiviso tra loro, e con le classi colte e il ceto politico, una cultura storica imperniata sulla storia politica e istituzionale e sullo Stato-nazione, dalla quale dipendeva tanto il fine della ricerca storica quanto l’organizzazione degli archivi e le politiche di conservazione e il valore stesso attribuito al patrimonio archivistico.

Sensibilmente dagli anni Sessanta, e oggi in modo clamoroso, si è creato un divario. Gli storici non usano più gli archivi nello stesso modo, non le stesse fonti e per gli stessi fini, mentre gli archivisti affrontano difficoltà tecniche e teoriche sempre più complesse, connesse al modo di intendere e preservare la memoria e le “identità” che non sono più (solo) quella nazionale o al massimo cittadina. Ciò pone spinosi problemi di definizione, conservazione e accessibilità di una massa documentaria inarrestabilmente crescente, e una sfida di missione per gli archivi.

Storici e archivisti, nondimeno, condividono l’idea che gli archivi costituiscono un patrimonio culturale fondamentale in un Paese democratico, perché sono indispensabili alla conoscenza critica del passato contro ogni tentazione totalitaria o falsificazione politica.

Dunque devono essere nella disponibilità degli studiosi e dei cittadini. Viceversa, questa idea pare scomparsa dall’orizzonte della classe politica e di buona parte delle élites intellettuali.

Naturalmente, stenta a vivere nel sentire comune. Uno dei modi per superare tale divario è stato, nel tempo, sottolineare il valore memoriale degli archivi, favorendo la raccolta di documentazione personale e familiare a tutti i livelli, e di soggetti sociali, etnici, di genere storicamente meno presenti negli archivi.

Si può citare per esempio la recente campagna di deposito di ricordi della Grande Guerra, lanciata in vari Paesi europei. Per quanto la nozione di memoria sia problematica, si tratta di una politica intesa a rinnovare il ruolo degli archivi e ad attualizzarne il senso.

Ma gli archivi meno recenti?

Raramente i documenti hanno valore in sé, come attestazione di proprietà e diritti, o per il loro intrinseco valore materiale. Per di più, sono refrattari alla valorizzazione estetizzante che libri e biblioteche sono ancora capaci di sostenere nell’èra digitale. […] Sembrerebbe che il punto stia nel valore che si attribuisce al lavoro dello storico per la vita democratica.

Ogni parte del patrimonio culturale, per vivere, ha bisogno di essere studiata e resa fruibile. Per i documenti d’archivio questa è la condizione stessa di esistenza. Antichi o recenti, “parlano” a un lettore esperto grazie a un dispositivo istituzionale che li ha selezionati e ordinati e all’interno di una narrazione scientificamente fondata.

Supporti materiali di una memoria, che sia familiare o cittadina o nazionale, vicina o lontana, si attivano davvero solo quando entrano a far parte di una storia. Nonostante la tendenza a contrapporre queste due dimensioni, non senza una vena polemica contro la storiografia come disciplina autoritativa ed escludente, esse sono in realtà complementari. […] È un compito degli storici attenuare il “divario archivistico”, e scrivere libri scientifici leggibili da tutti, non c’è dubbio.

Ma dovrebbe anche essere uno dei fini della politica culturale di un Paese democratico».

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