Europa e politica economica italiana: L’accordo sul Recovery Fund, 22 e 23 luglio 2020

L’accordo sul Recovery Fund
Dopo 92 ore di negoziati il Consiglio europeo si è chiuso alle 5.31 di ieri con un accordo di sessantasette pagine che contiene ciò che era atteso: un Quadro pluriannuale di bilancio europeo di 1.074 miliardi fra il 2021 e il 2027 e un programma Next Generation EU, o Recovery Fund, da 750 miliardi. Giuseppe Conte ha parlato di «una giornata storica per l’Europa e per l’Italia». Toni un poco più misurati sono stati usati da Emmanuel Macron e da Angela Merkel.
«Soltanto chi conosce un po’ Matteo Renzi sa quanto possa essergli costato dichiarare in pubblico: “Conte in Europa ha lavorato bene”» [Gramellini, CdS].

Il pacchetto da 750 miliardi di euro che dovrà servire alla ricostruzione post-pandemia sarà suddiviso in 390 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto e 360 miliardi di prestiti per i paesi colpiti dalla crisi. All’Italia andrà la quota maggiore, circa 209 miliardi, 82 di sussidi e 127 di prestiti. Di questi, 21 saranno incassabili da subito.
«È inutile nascondersi che, partito per Bruxelles come una sorta di Re Travicello, al centro di manovre convergenti che miravano a sostituirlo, Conte è rientrato a casa rafforzato: è l’uomo che darà le carte nei prossimi mesi. E se è riuscito in questo intento è anche perché il governo giallo-rosso, nato quasi un anno fa con l’obiettivo di tenere l’Italia agganciata alla prospettiva europea, contro i tentativi sovranisti di portarla con un piede fuori dall’Unione, è risultato credibile agli occhi di molti dei partners che hanno in casa lo stesso problema, ed erano determinati a riaffermare la capacità dell’Europa di mostrare la sua forza proprio nei momenti difficili» [Sorgi, Sta].

Se le sovvenzioni a fondo perduto sono scese a 390 miliardi (dai 500 miliardi della proposta iniziale di Merkel e Macron), è per via «del pressing dei Paesi frugali che hanno insistito per portare la cifra dei “grants” sotto la soglia dei 400 miliardi, considerata un limite invalicabile per Emmanuel Macron. Alla fine il presidente francese ha dovuto cedere quei 10 miliardi che consentono ad Austria, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca di cantare vittoria. Anche perché i quattro si portano a casa ulteriori sconti (rebate) nella loro quota di versamenti al bilancio Ue» [Bresolin, Sta].

I 750 miliardi di euro del Recovery Fund saranno raccolti sui mercati a nome dell’Unione Europea. Quindi, di fatto, facendo debito pubblico comunitario. È questa una delle novità più importanti: è stato sdoganato per la prima volta il principio secondo cui una istituzione europea, la Commissione, viene autorizzata a fare debito comune.

I soldi inizieranno ad arrivare agli Stati a partire dalla primavera 2021 ma l’accordo prevede che potranno essere usati per progetti avviati già dal febbraio 2020. E comunque andranno spesi in fretta: entro il 2023. Dovranno servire per finanziare le riforme proposte dai singoli governi sulla base delle raccomandazioni della Commissione.

Sull’iter di approvazione dei piani nazionali, alla fine l’ha spuntata il premier olandese Mark Rutte, che ha incassato il cosiddetto “freno di emergenza” per poter congelare l’erogazione dei fondi verso un Paese in caso di non rispetto della tabella di marcia delle riforme. Resta al Consiglio il potere di approvare (a maggioranza qualificata) i piani nazionali. Successivamente qualsiasi governo potrà sollevare la questione e chiedere al presidente del Consiglio europeo di affrontarla. Il tema dovrà essere «discusso in maniera esaustiva» nel giro di tre mesi: nel frattempo la Commissione dovrà congelare il pagamento delle rate.

È andato più liscio del previsto il confronto con i Paesi dell’Est. Viktor Orbán ha chiesto e ottenuto di ammorbidire ulteriormente i vincoli relativi allo Stato di diritto. Soddisfatto anche il polacco Mateusz Morawiecki: Varsavia ha incassato un passaggio-chiave sulla condizionalità ambientale: per ottenere i fondi del Recovery non sarà necessario sottoscrivere l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 a livello nazionale, ma basterà l’impegno a raggiungere quel target a livello Ue.

Centrodestra spaccato
Giudizi discordanti sui risultati di Bruxelles da parte dei tre partiti di centro-destra. «Da una parte ci sono FI e FdI, che pur non avendo linee sovrapponibili, hanno deciso nei lunghi giorni del vertice di sostenere lo sforzo del premier, anche esplicitamente. Certo, il Mes è sempre un argomento divisivo – Berlusconi insiste per ricorrervi, lei (come Salvini) assolutamente no -, ma lo slogan “prima l’Italia, poi l’interesse di partito” sembra accomunare i due leader che mai come nelle ultime settimane hanno ritrovato un rapporto stretto» [Di Caro, CdS]. «“Una fregatura grossa come una casa! Anzi, una superfregatura! ”. Alle dieci del mattino, mentre l’Italia politica esulta per la pioggia di denaro in arrivo dall’Europa, Matteo Salvini si presenta alla Camera con il suo parlamentare più antieuropeista, Alberto Bagnai, per annunciare che l’accordo sul Recovery Fund è un inganno. Paragona la Commissione europea alla Trojka in Grecia, si lamenta perché i soldi arriveranno tra un anno, “mentre noi ne abbiamo bisogno subito”, e ce li daranno solo se faremo le riforme. Bagnai annuisce solenne. In pratica, denuncia il capo della Lega, “io ti tolgo i soldi se non ripristini la legge Fornero e se non metti la patrimoniale sui risparmi”. Bagnai sempre annuisce. Poi dice che l’accordo è “un super Mes” e sbeffeggia il Pd che invoca i 36 miliardi del Salvastati. E qui Bagnai abbozza un sorrisino, come per dire: “Contenti loro”» [Vecchio, Rep].
«Il Salvini isolatissimo e furente e sempre più somigliante al capitano Haddock di Tintin. Meloni è più sagace, dunque più prudente nei giudizi. A destra del Salvini rimane dunque solo il senatore Paragone, ex ardito di Padania, che sceglie di ritagliarsi il suo angolino privato di antieuropeismo e fonda un partitello più sovranista dei sovranisti. Se il virus dello scissionismo, del quale sono tradizionali portatori gli animali di sinistra, fa il salto di specie e contagia anche la destra, possiamo tirare un sospiro di sollievo» [Michele Serra, Rep].

Una manovra estiva da 20 miliardi
In settimana il governo dovrebbe varare il decreto che stabilisce un nuovo scostamento di bilancio da 18-20 miliardi. Soldi che serviranno per «cancellare almeno un terzo delle tasse rinviate a settembre» per le attività più colpite dalla crisi e per la ripartenza in sicurezza della scuola, stando alle parole della viceministra all’Economia Castelli. «Per il nuovo provvedimento, che in ogni caso non vedrà la luce prima di agosto, ci sono anzitutto gli almeno 2 miliardi da garantire ai Comuni, e i 2,8 miliardi su cui è stata raggiunta l’intesa fra governo e Regioni. In continuità con quella che è l’architettura di tutti i provvedimenti urgenti del filone Covid, ad assorbire la quota più consistente del nuovo disavanzo sarà l’estensione della Cassa integrazione, con non meno di 7-8 miliardi. Altri 3-5 miliardi dovrebbero essere necessari per la nuova proroga delle scadenze fiscali» [Rogari e Trovati, Sole].

Conte in Parlamento sull’accordo europeo
Accolto da un lungo applauso dai banchi della maggioranza, Giuseppe Conte ieri mattina si è presentato al Senato per riferire sull’accordo relativo al Recovery Fund raggiunto a Bruxelles (nel pomeriggio ha replicato alla Camera). Al di là dei toni solenni («L’Europa è stata all’altezza della sua storia, della sua missione e del suo destino»), il presidente del Consiglio ha aperto alle opposizioni per discutere come impiegare le risorse che arriveranno dall’Europa: «Una vittoria di tutta l’Italia. Il piano della ripresa sarà un lavoro collettivo, ci confronteremo con il Parlamento». Ha poi ricordato che «il 10% delle risorse potrà essere anticipato e anche i progetti già avviati dal febbraio 2020 potranno beneficiare dei finanziamenti del pacchetto Ue».
«Mentre, come dice Daniele Santanché, Giuseppe Conte si prende “92 minuti di applausi fantozziani”, il Transatlantico brulica dei sorrisi euforici dei senatori della maggioranza nascosti dalle mascherine (non tutti, ché le mascherine qui al Senato sono un optional) e del sarcasmo depresso dei leghisti. Matteo Salvini alla buvette sfodera un’espressione più simile a un ictus che a un sorriso: “Poteva andare peggio? Sì, certo, potevano venderci alla Cina, potevano sbarcare gli alieni, potevano arrivare le cavallette”» [Trocino, CdS].

Di Maio dice adesso ai suoi: «Insieme possiamo segnare un nuovo inizio per il Movimento di governo. Io e Conte, insieme a Paola Taverna, Roberto Fico e molti altri, possiamo segnare un grande cambiamento». Non si pretende più, dopo i successi di Bruxelles e una forte ascesa negli indici di popolarità, che Conte si iscriva al Movimento.

«Come negare che Conte oggi è diventato il naturale leader del patto di maggioranza, soprattutto se il rapporto fra Pd e Cinquestelle evolverà nel prossimo futuro in una forma di integrazione, quasi un partito unico?
Poco importa se i giorni del Consiglio europeo saranno legati soprattutto al nome di Angela Merkel e all’intesa Germania-Francia, come ha messo in chiaro Pierferdinando Casini. Ai fini interni Conte ha sfruttato con abilità la situazione e in Parlamento abbiamo visto prendere forma uno scenario nuovo, destinato a proiettarsi verso esiti non del tutto prevedibili. L’ascesa al Quirinale è sullo sfondo, ambizione non troppo segreta del premier, ancorché formalmente smentita» [Folli, Rep].

Forza Italia perde pezzi
I senatori Gaetano Quagliariello, Massimo Berutti e Paolo Romani hanno lasciato Forza Italia e si sono iscritti al gruppo Misto. I tre hanno fatto sapere che saranno all’opposizione del governo e vogliono costituire «una componente liberal-conservatrice che sia federatrice di altre anime liberali, anche perché il proposito del partito di Forza Italia di aprirsi a una prospettiva di questo tipo è stata legittimamente messa da parte».
Nel consiglio dei ministri di ieri sera si è deciso di portare a 25 miliardi il nuovo maggior deficit di bilancio. Il disavanzo 2020 è a questo punto di un centinaio di miliardi. I 25 miliardi di ieri sera devono essere approvati, mercoledì prossimo, dal Parlamento con la maggioranza assoluta dei componenti, cioì, per quello che riguarda il Senato, 161 voti. È molto probabile che diventi indispensabile l’aiuto di Forza Italia (secondo il sito specializzato Openpolis, dopo le defezioni degli ultimi mesi, la maggioranza, intesa come somma di M5S, Pd, Iv, Leu e Maie, può contare su 154 senatori) [Salvia-Marro, CdS].

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