SINDACATO: RISCHIAMO L’ESTINZIONE ?, articolo di Claudio NEGRO, 7 ago 2020

SINDACATO: RISCHIAMO L’ESTINZIONE?
Molto netto e chiaro, come sempre, Landini nell’esprimere il programma del Sindacato Confederale rispetto al secondo semestre 2020: il dopocovid (sottotitolo: la ripresa?). Ben lungi dal ricorrere a sollecitazioni solidaristiche o esortazioni palingenetiche per allungare il brodo come fanno i suoi colleghi, Maurizio scava fin da subito una trincea, rispetto alla quale ognuno dovrà decidere dove collocarsi. Da questa parte le forze sindacali, sotto insegne che dicono “Divieto di licenziare” e “Contratti Nazionali subito e con defiscalizzazione degli aumenti”; dall’altra chi non ci sta, e si dovrà aspettare una clamorosa apertura delle ostilità: sciopero generale nazionale.
C’è stato in questi mesi di crisi una discussione su come sta cambiando il mercato del lavoro, sulle politiche passive e su quelle attive, sulla difesa del posto di lavoro o sulla difesa del lavoratore; su come si stanno riorganizzando le imprese e su come il sindacato può integrare il capitale umano in questi processi con l’obiettivo condiviso di generare più produttività; su come la contrattazione collettiva può sostenere e condizionare questo cambiamento ai fini di una maggiore partecipazione dei lavoratori alle scelte d’impresa e di una ripartizione premiante del risultato d’impresa.
Se la posizione del Sindacato Confederale in questa discussione è quella riassunta efficacemente da Landini, è francamente sconfortante.
L’occupazione si tutela vietando il licenziamento! Non creando posti di lavoro..? D’altra parte occorre capire: il licenziamento si può vietare in via legislativa, ma il lavoro non lo si può creare per la stessa via. E nella cultura idealista che ancora costituisce il background della sinistra sindacal-politica ciò che non assume forma di giure è manovalanza, arrabattarsi, dozzinale economicismo. Opportuno ricordare che Bernstein, per restare in un ambito culturale che dovrebbe essere caro agli eredi (che temo però un po’ scalcagnati) della cultura idealista che tanto influenzò le radici del socialismo massimalista italiano politico e sindacale, sosteneva che il Movimento (cioè le conquiste concrete come quelle sopra accennate) è tutto, il resto è accademia!
Ma, per tornare agli effetti materiali di ciò che si proclama: cosa suggerisce di fare il Sindacato quando alla fine dell’anno si tireranno le somme e i lavoratori non più scudati dal divieto di licenziamento economico verranno licenziati? Possiamo disquisire sui numeri, ma semplicemente stando ai dati storici di cessazioni naturali a fine anno dovrebbero essere più di 400.000 i contratti a tempo indeterminato che cesseranno per motivi economici. Ai quali verosimilmente andranno aggiunti qualche centinaia di migliaia di licenziamenti non fisiologici ma da crisi in comparti quali alberghi, ristorazione, servizi alle imprese, commercio al dettaglio (attualmente 1.300.000 cassintegrati con un terzo delle imprese che Istat prevede destinate al fallimento).
La strategia del Sindacato è di rinviare i conti a fine anno, sperando che qualcosa di positivo accada? Al modico costo di 4-5 miliardi di spesa per CIG al mese, senza che nel frattempo per i lavoratori sospesi si sia messo in piedi una qualche alternativa? Non che sia facile cambiare le politiche per l’occupazione dopo 70 anni in cui si è pensato che domanda e offerta di lavoro si incontrassero spontaneamente (tanto sempre sfruttamento era…) e che il ruolo del Sindacato fosse solo quello di controllore delle precedenze nella cadenza naturale delle assunzioni e poi difendere fino allo stremo il “posto” conquistato, a qualunque costo (di solito di soldi pubblici). Ma adesso, quando scatterà l’emergenza di qualche centinaia di migliaia di licenziati, il Sindacato saprà indicare qualche soluzione che non sia prolungare la Cassa Integrazione o un ennesimo pensionamento anticipato? Per ora non si è sentito neanche una presa di posizione seria e “minacciosa” sul fatto che l’Assegno di Ricollocazione sia stato bruciato nel demenziale falò del Reddito di Cittadinanza. Al momento al di là di slogan generici e buonisti non ho ancora visto una idea traducibile rapidamente in provvedimenti praticabili. E men che meno una disponibilità ad assunzioni di responsabilità, che non sia quella (© Landini) di accordi sindacali che prevedano cessazioni “su base volontaria”. Per la verità, a questa soluzione non è neppure necessaria la presenza del Sindacato. Se implicitamente la risposta che il Sindacato dà a chi oggi teme (realisticamente) la perdita del lavoro è “dopo la Cassa Integrazione il Diluvio”, allora siamo di fronte ad un’abdicazione da una funzione storica e un ruolo politico, che però occorre avere le palle per svolgere!
Il Presidente di Confindustria ha avanzato un argomento su cui discutere, quello cioè dell’equilibrio tra contrattazione collettiva nazionale e di prossimità, sostenendo che la seconda vada incentivata al fine di consentire un’interazione più puntuale tra capitale e lavoro in azienda, e che gli incrementi salariali vadano contrattati a questo livello, per consentire un rapporto negoziabile e visibile tra risultati e retribuzione. Si tratta di un terreno innovativo, sul quale si possono ovviamente, in un civile rapporto negoziale, soluzioni condivisibili. Ma o si accetta questa linea di sviluppo, per cui il CCNL tutela le garanzie universali, le normative e i diritti/doveri, mentre i miglioramenti di retribuzione vengono trattati principalmente là dove avviene la produzione, o si privilegia la contrattazione centralizzata (della quale quella decentrata è un’ appendice puralmente eventuale, nonostante i fiumi di inchiostro versati in vari accordi interconfederali, da Ciampi in poi). E naturalmente la contrattazione centralizzata non può dar conto dell’andamento dei comparti: come stabilire la media dei risultati dei diversi settori per esempio nel CCNL dei metalmeccanici, ponderando i risultati della siderurgia, dell’automotive, dell’informatica, dell’avionica, della metallurgia, della minuteria metallica, ecc.? Quindi a cosa parametrare le rivendicazioni salariali? All’inflazione? Così ci tocca magari restituire qualcosa!
Ma il riflesso pavloviano del Sindacato è difendere il CCNL così com’è: perchè, dice la vulgata, tutela tutti equamente. Chi poi merita di più si arrangerà, con la trattativa aziendale se si può se no coi superminimi. C’è però in questo punto di vista un’implicazione, di solito curialmente sottaciuta, ma che Landini con sincerità evoca: “una legislazione che dia validità generale ai Contratti Nazionali”. Però evita di affrontare il problema ormai settantennale: dare attuazione all’art. 39 della Costituzione, per cui i Sindacati registrati possono sottoscrivere accordi con validità erga omnes, oppure consentire al Parlamento di fissare i minimi contrattuali.
In queste condizioni la difesa della primazia (ammesso che abbia bisogno di essere difesa) del CCNL pare oggettivamente più rispondere a interessi di potere politico immediato che ad una discussione sul futuro modello di contrattazione collettiva.
Quella che stiamo vivendo però è un salto storico, tra la crisi planetaria e la rivoluzione digitale. Se il Sindacato non lo capisce e si rifugia nelle sue trincee, finirà per far parte delle buone vecchie cose…

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