Teniamoci stretti i giornali locali, di Diego Minonzio – in La Provincia 20 settembre 2020

Da ragazzino di provincia alle prime armi uno si era fatto un’idea tutta sua del giornalismo. Un’idea idillica. Un’idea retorica. Un’idea eroica. E proprio basandosi su queste fanfaluche adolescenziali, si era immaginato che quando fosse accaduto il grande fatto tragico destinato a dettare l’agenda dell’informazione nazionale, allora sì che sarebbero scesi in campo i veri professionisti, i veri cronisti, insomma, i veri giornalisti, che avrebbero dimostrato a tutto il derelitto parco buoi del cronistume locale cosa volesse dire vergare un pezzo d’autore.

Poi però – la vita insegna un sacco di cose – dopo aver visto all’opera cotanti esempi di grandi inviati, di analisti principi e di super cronisti che andavano per la maggiore e che non si limitavano a scrivere sui tumidi giornaloni della repubblica delle banane, ma che discettavano pure sui massimi sistemi in plurimi e autorevolissimi talk show televisivi, alla fine anche il povero paria delegato alle cronache amministrative di Cantù-Cermenate o di Ambivere-Mapello aveva iniziato a cambiare timidamente idea.

Di solito funziona così. Avviene un fatto, il grande giornalista si sposta da Milano o da Roma in uno degli sperduti angoli del paese dove quel fatto è avvenuto e uno si aspetta che grazie alla sua professionalità straordinaria si fiondi immediatamente sul luogo del delitto, dia la caccia ai testimoni, compulsi carte, brogliacci e ordinanze, passi al setaccio familiari, amici e conoscenti, intuisca retroscena inediti e dirimenti, in sostanza, faccia vedere a tutti cosa vuol dire afferrare la notizia per il collo e spremerla fino in fondo.

E invece sapete che succede? Che il grande giornalista arriva nella redazione del giornale locale – quello che sa tutto, quello che conosce tutti, quello che ha già scritto tutto – e inizia a vampirizzarlo, appropriandosi, generalmente senza manco citare la fonte, del lavoro svolto dai sui anonimi colleghi, che sottopone a degli autentici terzi gradi per spillargli tutto quello che loro naturalmente sanno e che lui naturalmente non sa.

E oltretutto, spesso e volentieri questo qui, troppo preso a tuittare, a facebuccare e a pavoneggiarsi con questo o quello, non ci capisce una mazza della vicenda che sta scopiazzando e quindi sbaglia nomi, scambia qualifiche, strafalciona luoghi e circostanze. Tanto a chi vuoi che interessi? Ed è già una fortuna se il grande giornalista viene il giorno stesso, che almeno gli tocca fare le cose in presa diretta, ma se per caso arriva con gran comodo il giorno dopo, allora passa direttamente alla lettura del giornale locale al bar, bevendosi un cappuccio da mettere in nota spese. Tutto vero.

Ma il peggio deve ancora venire. Perché se la notizia in questione offre qualche appiglio alla sempiterna battaglia politica che si combatte in questo assai spesso ignobile paese, allora è davvero finita. In quel momento la notizia, la notizia in sé, la notizia in quanto tale, scompare dalla faccia della terra e si trasforma in un mero pretesto per regolare conti nuovi e antichissimi, del tutto strumentali e del tutto avulsi dalla realtà. E questo stravolgimento è avvenuto – inesorabile – anche nel caso dell’assassinio di don Roberto Malgesini. Chi ha un minimo di esperienza del settore, già pochi minuti dopo la tragedia era in grado di prevedere alla lettera cosa avrebbero scritto e come avrebbero commentato il fatto i media nazionali, suddivisi in due grandi categorie antropologiche.

La prima è quella dei giornali di centrosinistra, che in quanto a conformismo, fariseismo e perbenismo non prendono lezioni da nessuno: e vergogna e un’altra vittima dell’indifferenza e un’altra vittoria dell’odio che segna questa epoca mefitica e Como città di reazionari, fascisti, razzisti e lo hanno lasciato solo e ognuno pensa al suo particulare ed ecco dove ci portano il populismo, il sovranismo e il nazionalismo e arrestate Salvini e fustigate la Meloni e bla bla bla… La seconda è quella dei giornali di centrodestra, che in quanto a equilibrio, assenza di demagogia e rispetto dei principi liberali possono dare la linea a Tocqueville e a Stuart Mill: e negri e islamici e clandestini e Bin Laden e scimitarre e burqa e banane e camel, barcheta e te turnet a cà e dagli all’immigrato e dagli ai comunisti con il Rolex e dagli alle anime belle che sdottoreggiano mentre la nostra gente viene mandata al macello e arrestate Conte e appendete Zingaretti su per i piedi e bla bla bla…

Uno spettacolo circense che visto da lontano fa ridere, ma che vissuto da vicino fa vergognare per come noi pennivendoli ci siamo ridotti e che spiega come mai la credibilità della categoria sia rotolata fin sotto le suole delle scarpe. Di quello che è accaduto veramente quel giorno, di quali siano i fatti specifici, di chi siano le rispettive responsabilità, di chi fosse la vittima e di chi fosse il colpevole e tutto il resto che avete letto in maniera, riteniamo esaustiva, su questo giornale non importa a nessuno – questa è la verità – perché anche di questa tragedia è stata fatta carne di porco al sostegno di una cialtronesca faida politica che non risolve mai i problemi – il problema dei clandestini, il problema dei malati psichiatrici, il problema delle persone allo sbando – in maniera laica, razionale e coerente, ma si limita a sventolarli come banderillas alla corrida. Il problema non viene risolto innanzitutto perché questi non sono capaci di risolverlo, ma soprattutto perché ai nostri statisti fa comodo tirarlo fuori sotto elezioni o quando qualcuno ci lascia le penne per ululare al popolo bue parole sagge come “basta!”, “la gente è stufa!”, “è una vergogna!”. Sono loro, i nostri statisti di sinistra e di destra, la vergogna, loro e i loro servi che usano le tragedie del paese per tirare il carro del padrone.

Teniamoceli stretti i giornali locali – in tutta Italia – perché quello che c’è lì fuori ha sempre meno a che vedere con l’informazione e sempre più con qualcos’altro. Fidatevi.

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